Nessuno tocchi Dante, patrimonio di tutti, nemmeno il “ministro” della cultura.
In tempi bui per il pensiero critico, per le dottrine politiche italiane e per il contesto politico – culturale dell’attuale classe dirigente, è bene ragionare su ciò che – nel mare delle informazioni quotidiane – non può essere sorvolato.
Non è passata – e di fatti non potrebbe – inosservata l’infelice teoria accennata ieri, 14 gennaio, dal ministro Sangiuliano su Dante Alighieri.
Ospite dell’incontro milanese di FdI in vista delle regionali, ha parlato della necessità di creare una cultura identitaria nazionale.
“So di dire una cosa molto forte, ma penso che il fondatore del pensiero di destra italiano sia Dante Alighieri”, dice il ministro.
Un’affermazione del tutto decontestualizzata e imprecisa, frutto di una “forzatura culturale” realizzata per mero scopo propagandistico e mediatico. Un gesto da vero “sofista” capace di mistificare la realtà per compiere una persuasione. Ancora più grave se si considera che Sangiuliano è il ministro della cultura.
La sua uscita richiama a quello che i teorici della sociologia definirono “l’uso pubblico della storia”: una forma di manipolazione che stabilisce analogie fuorvianti e appiattisce sul presente la profondità e la complessità del passato.
Dante Alighieri morto da appena 701 anni fa è una figura iconica patrimonio dell’umanità. Studiato non solo in Italia ma in tutto il Mondo per il suo lascito che ancora oggi tocca variegati e eterogenei campi del sapere.
Dalla teologia alla cosmologia, dalla politica alla poetica, dalla filosofia alla storia.
Rintracciare le radici della destra italiana nel suo pensiero rievocano le azioni compiute dai fascisti con la storia di Roma. Idolatrie da immaginario collettivo per accattivarsi le masse.



