Crisi: tempo di scelta e di intervento

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Il nostro secolo ha fatto la prova della contingenza.

Queste le parole che il filosofo Merleau-Ponty utilizzava il 10 settembre del 1951, a Ginevra, per discutere sugli effetti della Seconda Guerra Mondiale insieme ad alcuni protagonisti della scena culturale del tempo.

I fatti di questi giorni, che lasciano spazio all’angoscia e alla resa, ci inducono immediatamente a capire (con l’abbaglio dell’intelletto) ma non ancora a comprendere (con l’esperienza fattasi saggia) che quella “prova della contingenza” non è terminata. 

Storicamente, il tempo di guerra, ha rappresentato a varie fasi una possibilità, un nuovo sguardo, un ripensamento dell’assetto vigente. Dire che una guerra è sempre una cosa sbagliata ci pone dinanzi ad una contraddizione di fondo strutturata e connaturata nell’uomo. La guerra appartiene alla coscienza umana, al suo divenire, alla sua storicità, al semplice fatto che – con la tracotanza della presunzione – il giorno in cui l’uomo si è sollevato dal camminare carponi ha visto nell’altro un nemico, un contendente, un soggetto avverso. Ci sono voluti secoli, sovrastrutture culturali, morti e crimini atroci per arrivare al patto che Rousseau tentava di descrivere nel suo Contratto sociale.
La guerra è quindi una cosa nulla, nullificante, con la quale però bisogna imparare a convivere dentro per risolverla e cancellarla fuori, riversandola nella non violenza, nella possibilità di com-prendere l’altro senza annientarlo.
La guerra la fanno e la subiscono gli uomini, che a partire dal singolo alla comunità, rappresentano gli Stati e per questo saranno quegli stessi a dover cambiare il proprio sentire dandogli un’altra forma, svincolandolo dal mero interesse economico e capitalista, riumanizzando l’assetto sociale e politico.

Dove non c’è cultura (non solo quella dei libri ma quella della libertà) non c’è la traduzione dell’altro, non c’è la possibilità di comprendere – banalmente – che esiste qualcuno che è diverso, che grida il suo tempo e la sua affermazione. 

Per tali ragioni non può essere più il tempo dell’astratta riflessione, dell’intellettualismo da scrivania, dell’arroccamento da salotto.
È tempo di scegliere orizzontalmente, di parteggiare, di cessare l’indifferenza, di risentire la comunanza dell’essere umani.
Non occorre che qualcuno necessariamente spieghi e sciolga la matassa geopolitica attraverso la quale si è arrivati a tanto.
No, ora è il tempo dell’intervento diretto e indiretto, della costruzione ragionata e consapevole di un nuovo umanesimo.
Altrimenti, l’esperienza alienante del Novecento, non ci avrà insegnato nulla.

Ora, proprio adesso che il nostro tempo, a tentoni, fa la prova della contingenza disumana, dobbiamo agire. Chiudiamoli i libri di storia se i bombardamenti e l’olocausto non sono bastati. Sovvertiamo le Accademie se i dotti del mondo pontificano nelle stanze.
Facciamo tacere gli intellettuali se oltre a bofonchiare non ritornano in piazza.

Una cosa nell’immediato possiamo tentarla: torniamo ad occuparci seriamente dei bambini. Non educhiamoli alla “competizione”, alla psicologia del “migliore”, all’indottrinamento bulimico dei sussidiari. Riagganciamoli alle emozioni, alla loro natura ancora sognante. Educhiamoli al bello, alla curiosità, al rispetto, alla gentilezza, al dolore, alla ricerca, all’inesistenza del diverso. Non adulteriamoli in quello che hanno di più vero: la meraviglia.

Pratichiamogli l’amore: l’unica vera potenza della vita. 
Così forse, nel tempo della crisi di domani, sapranno scegliere e non subire.