Riceviamo da Giuseppe Auriemma e pubblichiamo
Il testo “Oltre la psicologia del voto” di Vincenzo Nocerino solleva un interrogativo fondamentale: in che misura la spiegazione clinica e sociologica di un atto — il voto — finisce per eroderne la natura etica, trasformando l’elettore da soggetto di scelta a prodotto di condizionamenti, se il voto è ridotto a una funzione dell’identificazione o del bisogno, lo “spazio di libertà” del cittadino si assottiglia fino a scomparire. L’analisi proposta nel testo offre quindi una preziosa rivendicazione della dignità del cittadino, ma presenta alcuni punti di debolezza critici e blind spot analitici se confrontata con la ricerca scientifica e sociologica contemporanea.
Sono contento e ringrazio Vincenzo per le osservazioni suscitate dal mio articolo “Psicologia delle urne vesuviane”, utile per stimolare un dibattito e un dialogo serio e necessario che investe non solo la psicologia sociale, ma l’intera impalcatura della democrazia rappresentativa e le sue problematiche contemporanee nello specifico del nostro territorio. Vincenzo Nocerino nel suo articolo coglie la tensione tra condizionamento e libertà, tuttavia segnalo alcuni punti di “debolezza” che argomento per un ulteriore contributo al dibattito e approfondimento.
Il suo testo propone la “coscienza” come la soluzione al fatalismo psicologico, ma non ne fornisce una definizione operativa. La ricerca in psicologia politica evidenzia che ciò che percepiamo come “scelta consapevole” è spesso una razionalizzazione a posteriori di processi subconsci o identitari. Invocare la coscienza senza spiegare come essa possa neutralizzare i pregiudizi cognitivi ed emotivi (come l’in-group bias o i filtri percettivi del “modello di Michigan”) rischia di rimanere un’esortazione astratta piuttosto che una soluzione pratica. Sebbene dichiari di non voler essere “moralistico”, il passaggio dal “come si vota” al “come si dovrebbe votare” introduce una dimensione normativa che può scivolare nel giudizio calato dall’alto. Senza una solida proposta di educazione civica o di riforma delle strutture sociali, la domanda su “come si dovrebbe votare” rimane un esercizio di retorica che non offre strumenti reali per cambiare la “routine dei disagi” tipica di certi territori.
La “critica” al mio articolo “Psicologia delle urne vesuviane” punta sul tema della responsabilità individuale, ma in contesti di forte “dipendenza verticale” o clientelismo, lo “spazio di libertà” è drasticamente ridotto da necessità materiali. Studi sociologici sull’area napoletana mostrano come il voto di scambio o il “sentirsi in debito” non siano solo dinamiche emotive, ma risposte razionali a un welfare carente. In questi casi, la richiesta di “responsabilità” può apparire elitaria se non tiene conto dello stress e condizioni emotive legate al soddisfacimento dei bisogni primari che impedisce l’azione secondo principi universali. Le osservazioni di Nocerino idealizzano la cabina elettorale come un tempio della libertà individuale. I filosofi come John Stuart Mill hanno avvertito che la segretezza assoluta, se non accompagnata da un senso di dovere pubblico, può incoraggiare l’elettore a seguire il proprio profitto egoistico o interessi privati invece del bene comune. La solitudine della cabina, quindi, non garantisce automaticamente il risveglio della coscienza etica, ma può essere il luogo del massimo cinismo.
Inoltre, l’assunto che spiegare un comportamento significhi “deresponsabilizzare” il soggetto è un limite logico della critica. La moderna psicologia della personalità (come il modello dei “Big Five”) non annulla la responsabilità, ma ne identifica le basi soggettive. Comprendere i “campanelli d’allarme” del disagio sociale o le vulnerabilità individuali è proprio ciò che permette di creare percorsi di “empowerment” e consapevolezza reale, trasformando l’elettore da “critico passivo” a “cittadino attivo”. Sebbene il testo di Nocerino dichiari di non voler essere “moralistico”, il passaggio dal “come si vota” al “come si dovrebbe votare” introduce una dimensione normativa che può scivolare nel giudizio calato dall’alto. Senza una solida proposta di educazione civica o di riforma delle strutture sociali, la domanda su “come si dovrebbe votare” rimane un esercizio di retorica che non offre strumenti reali per cambiare la “routine dei disagi” tipica di certi territori.
Negli anni ’40, i ricercatori della Columbia University, guidati da Lazarsfeld, proposero un modello basato sull’idea che le affiliazioni dei votanti fossero essenzialmente fissate già nell’età adulta, determinate da tre fattori di socializzazione: status socio-economico, religione e area di residenza. In questo paradigma, il cittadino non “sceglie” nel senso deliberativo del termine; egli semplicemente “manifesta” la propria identità sociale attraverso la scheda elettorale.
Successivamente, la Scuola di Michigan introdusse una variabile psicologica più dinamica, ma non meno problematica sotto il profilo della responsabilità individuale: l’identificazione partitica. Introducendo il concetto di “imbuto della causalità” (funnel of causality), gli studiosi di Michigan argomentarono che l’attaccamento psicologico a un partito agisce come un filtro che distorce la percezione di candidati e temi, conducendo l’elettore verso una scelta coerente con la propria identità affettiva.
L’analisi che ho proposto nel mio articolo si colloca idealmente in una versione moderna di queste scuole, un tentativo di mappare la mente del cittadino che affronta la scelta elettorale come un incontro tra razionalità e passioni viscerali, in territori come il nostro la storia e il vulcano convivono e la psiche collettiva sembra operare secondo archetipi ben conosciuti. Il fenomeno “sentirsi in debito” che ho descritto è un indicatore della qualità dei rapporti sociali in un welfare che spesso si presenta come “reticolare” o “clientelare”. In tali contesti, il voto diventa un ex-voto, un ringraziamento per un intervento o una protezione ricevuta, spostando il baricentro dell’azione dal bene comune al vantaggio personale mediato dalla relazione. La mia analisi cerca di cogliere questa “vulnerabilità individuale”, spesso radicata in esperienze precoci o in un disagio psichico emergente che rende il cittadino più incline a cercare sicurezza nell’appartenenza piuttosto che nell’autonomia.
Sono d’accordo però sul fatto che la “responsabilizzazione” invocata nel testo del caro amico Nocerino trova fondamento nell’idea che il cittadino conservi la capacità di premiare o punire i governanti sulla base di valutazioni oggettive (voto retrospettivo). Tuttavia questo è reso possibile solo se la comprensione psicologica e consapevolezza responsabile si integrino, aiutando l’elettore a distinguere le implicazioni emotive che creano un pregiudizio alla sua libertà, per individuare lucidamente il “giusto” e il “conveniente”, l’interesse di fazione e il bene comune.



