Adelina Domenichelli tirò da sotto le macerie la madre e il fratellino e poi gridò per ore, guidando il lavoro dei soccorritori: come ha fatto Ciro Marmolo. La solidarietà di Johann Strauss e di Victor Hugo. Il tragico destino di un consigliere provinciale di Roma. L’eroismo dei pompieri. Gli errori degli uomini delle istituzioni. E i “colori” del “teatro” napoletano: l’astuzia dei ladri e gli strani orari degli uffici del Municipio.
Il terremoto che negli ultimi giorni di luglio del 1883 devastò Casamicciola e fece duemila morti – e tra questi i genitori di Benedetto Croce – occupò fino alla fine di agosto le prime pagine dei giornali italiani. Tutti descrissero con enfasi i moti della commozione di re Umberto, che visitò i luoghi del disastro il 1 agosto, mentre ancora le scosse “assestavano” il suolo: lo scortarono nella visita ministri e onorevoli, anche quel
Ferdinando Acton, ministro della Guerra e della Marina, che i giornali napoletani e romani accusavano di inettitudine, incompetenza e insensibilità: perché, informato del cataclisma, era rimasto nella sua villa di Castellammare, a godersi il mare, e solo 36 ore dopo si era mosso, recandosi non a Ischia, ma a Roma. Sia a Roma che a Napoli le istituzioni furono assai lente nel capire la vastità del dramma e nell’adottare gli opportuni provvedimenti.Scrisse, sarcastico, un cronista romano che tale lentezza poteva essere perdonata al settantenne Depretis, Presidente del Consiglio, già noto per la tendenza a sonnecchiare durante le sedute del Parlamento, ma non ad Acton, cinquantenne, ammiraglio e per di più napoletano.
I giornali non furono teneri nemmeno con il ministro dei Lavori Pubblici Francesco Genala, accusato di aver deciso di cospargere di calce tutte le rovine già il 3 agosto, condannando a morte certa anche chi poteva ancora essere salvato: infatti, proprio il 3 agosto i pompieri e i soldati tirarono fuori dai cumuli di macerie sei persone ancora vive, e il Genala subito disse di essere stato frainteso da alcuni giornalisti malevoli. Certe cose capitavano anche allora. Tuttavia, il ministro ebbe il merito di affidare ai Carabinieri il controllo dei lavori e dei lavoratori, e la registrazione dei beni che venivano trovati tra le rovine: gli “sciacalli” capirono subito che dovevano tornare nelle tane.
Anche allora il Corpo dei Pompieri napoletani fece fino in fondo il suo dovere: degli uomini che per primi erano arrivati a Casamicciola e che vennero sostituiti il 5 agosto, dopo una settimana di durissima fatica, due erano stati uccisi dai crolli e dagli incidenti, undici erano stati feriti e tredici erano stati resi inabili. Solo qualche giornale lombardo alimentò la polemica contro le autorità ischitane, che avrebbero nascosto, per evitare la fuga dei turisti, i segni premonitori del terremoto, e cioè il riscaldamento dell’acqua dei pozzi, gli squarci nei fianchi del monte Epomeo, i vapori gialli che ne venivano fuori.
L’Italia tutta manifestò in modo concreto la sua solidarietà: in dieci giorni i genovesi raccolsero 60.000 lire, i torinesi 40.000 lire, i milanesi 70.000. Da tutte le più importanti città europee arrivarono solide testimonianze della generosità pubblica e privata: Johann Strauss, quello del “Bel Danubio blu”, diresse due concerti per raccogliere fondi e Victor Hugo donò mille franchi, accompagnati da un biglietto in cui definiva il terremoto di Casamicciola una “catastrofe universale”. I giornalisti usarono abbondantemente i colori più accesi della loro tavolozza. Il 7 agosto un cronista romano descrisse la distesa di baracche che gli operai dell’Arsenale montavano accanto alle macerie di ville e palazzi signorili, sopportando il puzzo dei corpi in disfacimento che si mescolava a quello della calce, e l’assalto delle “mosche cadaveriche”: e intanto assisteva ai lavori la folla muta e stravolta degli ischitani che portavano “berretti di marinaio arrovesciati all’indietro e al collo cenci neri in segno di lutto”, mentre le donne, “quasi tutte di piccola statura e grasse, con il fazzoletto nero sulle spalle, tenevano a bada i monelli cenciosi e scuri di pelle”. La paura della morte esaltò il coraggio e l’amore per la vita, e il fato disegnò vicende incredibili. Adelina Domenichelli, di dodici anni, “liberatasi da sé dalle travi che avevano schiacciato suo padre Onorato, medico, guidata dai lamenti, si trascinò dove era la madre, e la liberò”, poi liberò “il fratellino, gravemente ferito” e infine gridò ininterrottamente per ore, per avvertire i soccorritori. I quali giunsero in tempo a salvare lei, la madre e il fratello. Il 2 agosto vennero estratti vivi dalle macerie due uomini: uno, “illeso e integro”, chiese un sigaro, lo accese, e andò a sedersi sulla spiaggia, di fronte al mare; l’altro, il sarto Pisani, “uscì dal buco” aperto dai picconi dei soldati stringendo tra le mani una bottiglia vuota e un gilet: per quattro giorni, sotto le rovine della sua casa, aveva mangiato pomodori e bevuto liquore, e il gilet l’aveva completato un attimo prima che si scatenasse l’inferno.
Ci furono molti casi simili a quello del marinaio Vincenzo Morgera che, portato in un ospedale di Napoli, ferito ma non in modo grave, credeva di aver perso la moglie e i due figli. La mattina dopo una delle “nobili dame che fecero da angeli per i ricoverati” gli si presentò “con tra le braccia uno dei figli”, che i soccorritori erano riusciti a salvare. Lo scultore Giovanni Maltese salvò la cognata, una nipote, e la “statua al naturale che raffigurava” Graziella, la ragazza procidana protagonista del romanzo di Lamartine.
Pio Filippani, di 34 anni, consigliere provinciale a Roma, noto viveur, scialacquatore del suo patrimonio, marito di una ricchissima indiana, un paio di mesi prima, mentre, nel cimitero romano del Verano, controllava i muratori che stavano ristrutturando la cappella di famiglia, era precipitato in una profonda fossa, da cui lo avevano tirato su, dopo ore, alcuni manovali. I medici, dopo aver saldato la frattura a una gamba, gli avevano consigliato di riabilitare l’arto con i fanghi di Casamicciola. E qui l’infelice viveur trovò la morte.
Non mancarono i colori del “teatro” napoletano. L’8 agosto distinti signori diffusero in alcuni quartieri napoletani la voce che era imminente l’eruzione del Vesuvio, che del resto già fumava: dicevano, i signori, di averlo appreso direttamente da Luigi Palmieri. Quando già decine di persone erano scese in strada, lasciando indifesi gli appartamenti, i carabinieri arrestarono quegli agitatori, tutti membri di una banda di ladri e di svaligiatori, la “comitiva” Bresso. La mattina del 9 agosto tutti gli ischitani rifugiati a Napoli si presentarono in Municipio, a ricevere il sussidio decretato dal Comitato . Ma l’impiegato si presentò a mezzogiorno, e l’assessore, che doveva firmare le carte, arrivò alle tre del pomeriggio: scrisse un giornalista, napoletano, che per tutto il giorno le scale di Palazzo San Giacomo risuonarono dei pianti dei bimbi e delle ingiurie e maledizioni dei loro genitori: ingiurie e maledizioni, aggiunse il giornalista, che “ la decenza non ci permette di trascrivere.”.









