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“Arte povera”: dal pappagallo di Kounellis agli specchi e agli stracci di Pistoletto

Il movimento nacque ufficialmente nel 1967 quando Germano Celant organizzò a Genova la prima mostra ufficiale degli artisti (vi parteciparono, tra gli altri, Boetti, Fabro, Kounellis, Paolini, Pascali e Prini).Celant inventò anche il nome. Il gruppo si sciolse nel 1971 quando si decise di lasciare spazio ai percorsi individuali. Correda l’articolo l’immagine dell’installazione “La tenda” di Gilberto Zorio.

 

Non è facile indicare con chiarezza i termini del progetto dell’“Arte povera”. Renato Barilli e Marco Meneguzzo scrissero che l’idea –madre era la polemica di Herbert Marcuse e di Pier Paolo Pasolini contro il consumismo che offende l’identità degli oggetti e contro quel terribile teatro che erano già i centri commerciali, in cui non solo le cose, ma anche le persone sono figure immutabili di relazioni disegnate e stabilite da altri. Da qui l’urgenza di una rivoluzione già promossa dal movimento della “Pop Art”, a cui si riferirono alcuni artisti entrati poi nel gruppo dell’“Arte povera”. Lasciamo la parola a Germano Celant che fu teorico del gruppo: l’opera d’arte non è più accettata come “un fatto chiuso e definitivo, quindi cristallizzato in permanenza in uno stato rigido e fisso, ma come “cosa” aperta e cangiante, vivente e mutante, quasi un essere che continua a crescere e a modificarsi nel tempo e nello spazio. Una modalità di pensare l’arte che privilegia l’evento sulla forma, per cui il dipinto o la scultura presentano all’interno un “accadimento”, come ad esempio la trasformazione dell’acqua salata in caduta di sale” nella “Tenda” che Gilberto Zorio installò nel 1967 e che ora sta (sarebbe meglio dire “agisce”) nel Museo d’arte contemporanea di Rivoli. E non si parla più di quadri, di dipinti, di sculture, ma solo di installazioni. Dicono gli studiosi che questo tipo di arte ha un carattere performativo, poiché offre al presente una forma che non è definitiva, ma si sviluppa e diviene nel tempo, e dunque ha i caratteri della vitalità. L’acqua salata continuamente versata sulla “tenda” di Zorio non si trasformerà mai in due cadute di sale che siano in tutto uguali.

Nel 1967 Kounellis costruisce un’opera, “Senza titolo”, con una lastra di metallo grigio e con un pappagallo vivo poggiato su un trespolo (vedi immagine in appendice). L’installazione può significare molte cose e, dunque, mostra con evidenza quanto importante sia, per l’arte contemporanea, il ruolo dei critici, soprattutto di quelli che hanno una grande potenza immaginativa e sanno mettere insieme “narrazioni” coinvolgenti. E così nella installazione di Kounellis alcuni vedono il confronto tra i simboli anonimi dell’industria (la lastra metallica) e la sonora, colorata vitalità della Natura: e c’è chi, ricordando che nel 1967 assai grave fu la tensione tra Cuba e gli Stati Uniti, volle vedere nell’opera la prova che l’artista era schierato a favore dei Cubani, del Paese dei Tropici rappresentato dall’ uccello: ma poi qualcuno fece notare che il pappagallo, per mangiare, doveva tornare alla lastra che sostiene  i contenitori di cibo.

Gli “Specchi” (vedi immagine in appendice) di Pistoletto sono un’installazione di lastre riflettenti poggiate a terra, in cui sono inserite in partenza immagini “statiche” di persone: ma le lastre riflettono anche, di ora in ora, i visitatori veri, e così la scena muta di continuo, “formando una continua oscillazione tra immagine e vita” (Celant), tra fisso e mobile, passato e presente, virtuale e reale, un reale in continuo movimento. Da un “ossimoro” nasce la “Venere degli stracci”, e cioè dal contrasto, in verità elementare e didascalico, tra il tempo immobile, rappresentato da Venere, e la quotidiana mobilità di cui sono simboli gli stracci. C’è chi, ricordando che Pistoletto ha frequentato gli spazi della “Pop Art”, pensa che l’artista abbia voluto ammettere che non è possibile trovare un punto d’incontro tra l’idea del Bello classico e i resti volgari della vita quotidiana. Celant riconosce che fin dal 1964 “Pistoletto si è posto il problema della libertà del linguaggio non più legato al sistema, alla coerenza visiva, ma alla coerenza “interiore” ed ha realizzato nel 1966 opere estremamente “povere”, un presepe, un pozzo di cartone con tele spaccate al centro, una bacheca per vestiti, una lampada a luce di mercurio…Un lavoro teso alla registrazione “ dell’irripetibilità di ogni istante” – sono parole di Pistoletto – che presuppone il rifiuto di ogni sistema e di ogni aspettativa codificata”. Questo programma obbliga l’osservatore a tentar di risalire, attraverso la lettura dell’opera, alle intenzioni dell’artista, e non c’è chi non veda quanti problemi possano nascere lungo il percorso. Lo ammise Renato Barilli: “Pistoletto non si limita a predisporre trappole per afferrare gli eventi, ma ancor prima li produce come spettacoli di strada, forti di una lucidità elementare, e anche indefinibile…” “Spettacoli di strada”: è una immagine sinistra, se la vediamo tra le fiamme di un rogo…..

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