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L’epoca si addice alle vicende romanzesche, ma la storia narrata è pura realtà: siamo nel periodo del brigantaggio (1860 – 1865). Il boscoso Monte Somma, con i suoi covi nascosti ed imprendibili e dalle tante scappatoie intervallate da tuori e valloni, era il nascondiglio ideale per briganti vesuviani.

La storia narrata è quella di un giovane sommese che, quasi senza rendersene conto, si trovò arruolato nelle file del brigantaggio. Il suo nome era Arcangelo Parisi del quartiere Margherita, nato non con l’istinto di brigante, ma con quello di un giovane comune dai normali e buoni sentimenti.

Il giovane ventenne era al servizio dei nobili De Felice e una delle tante sere, rientrando a casa sua, fu insultato gravemente da tre figure balorde e armate che percorrevano la strada lungo il sentiero della montagna. Il buon giovane cercò, in un primo momento e in tutti i modi, di evitare la provocazione, ma ricevette da quelli diverse aggressioni. Arcangelo, rientrando a casa, meditò subito alla vendetta e, dopo essersi furtivamente dotato di una pistola a due canne e di un ronciglio, si portò il giorno dopo, accecato dall’ira, sul posto dove aveva ricevuto la grave offesa. Poco dopo i tre malviventi, scendendo dal monte, lo videro lì fermo e continuarono ad insultarlo, scagliandosi nuovamente addosso. Arcangelo, stavolta deciso,  con la pistola ne uccise uno e ne ferì mortalmente un altro, mentre il terzo, persa l’iniziale baldanza, si diede velocemente a una precipitosa fuga  tra gli stretti e bui vicoli del vecchio abitato di Somma. Le guardie, accorse al grido degli abitanti del posto, riuscirono a conoscere dal moribondo il nome dell’assaltatore, che, dopo il vendicativo misfatto, si era rifugiato nella sua propria abitazione nella strada Traversa. All’arrivo dei militi, Arcangelo, con un abile stratagemma, saltò il muro posteriore dell’orto, e si eclissò tra le campagne circostanti.  Il giovane, allora, mutò nome e andò a servire uno dei tanti signorotti locali con la nuova mansione di guardiano a cavallo. A tal riguardo ebbe il compito di girare per il feudo provvisto di uno zappetto da utilizzare per colpire le talpe, che scavavano il fondo e facevano essiccare le coltivazioni. Fu un giorno che, durante un giro di perlustrazione,  beccò un uomo che abitualmente rubava nei campi del suo padrone. Invitato ad allontanarsi con le buone, l’uomo reagì con un bastone aggredendolo. Parisi, nell’atto di difendersi, inconsapevolmente,  gli assestò  un colpo alla testa con la sua zappetta, freddando il malcapitato, quasi si fosse trattato di una talpa. Il tragico episodio fece accorrere nuovamente la forza pubblica ed il giovane si diede ancora una volta alla fuga. Giorni dopo, circondato dalla Guardia Nazionale e dai Reali Carabinieri ai confini tra Marigliano e Somma, scampò miracolosamente all’arresto e alle pallottole.  Arcangelo, allora, pensò bene di arruolarsi in una banda di briganti: era sicuro che in quel posto sarebbe stato al sicuro.  A quell’epoca nei paesi vesuviani due bande si erano rese famose, quella di Antonio Cozzolino, alias Pilone, che operava tra Boscotrecase, Terzigno, Torre Annunziata e Ottaviano e quella del telaiuolo e proprietario Vincenzo Barone, che esercitava la sua azione criminale e violenta nei paesi di Sant’Anastasia, Somma, Pollena, Ponticelli, San Giorgio a Cremano e Portici. A Somma sotto la bandiera di Vincenzo Barone vi era già Alfonso Aliperta, alias Malacciso.  Arcangelo aderì alla banda Barone e con questi stette per lungo tempo. Il giovane, però, fu colpito all’improvviso dalla bellezza fascinatrice di Luisa Manna, detta la Sciasci, amante del suo capobrigante. Questo imprevisto e incauto amore sarebbe stato fatale per Parisi, che stavolta non potette sfuggire alla morte: il crudele capobanda Barone, venuto a conoscenza dell’amore portato dal giovane alla sua donna, lo fece immediatamente ammazzare. Si concluse così, tragicamente, la storia del brigante Arcangelo Parisi.