L’ottavianese Antonio Annunziata ci racconta come il suo amore per il teatro è diventato principio culturale e metodo esistenziale. Dall’ interpretazione del testo all’arte dell’improvvisazione. La civiltà di un territorio ha le radici nelle storie delle persone.
“Quaranta anni fa, nella piazzetta della Vesuviana, abbasci’ ‘a stazione, fu Gaetano il giornalaio a confermarmi che avevo un pizzico di talento per l’imitazione. Stava di spalle, e sentiva la voce di un suo cliente. Si girò, chiamando quel cliente per nome, e porgendogli la copia del giornale. Vide, sorpreso, che ero io, e mormorò “pe’ppoco nun m’ha fatto fesso”. Da quel giorno lui e gli altri amici non mi lasciarono in pace: “oggi chi ce fai?”: e feci per loro Totò, Aldo Fabrizi, Mike Bongiorno. A 17 anni presi il patentino di d.j.,all’ Associazione italiana Disc Jockey, il cui presidente era allora Renzo Arbore. Il mio patentino era il n.002 della provincia di Napoli: il n.001 era toccato a Sasà Capobianco, di “Kiss Kiss”, che allora era solo discoteca, e qui lavorai con Sasà, per circa un anno.”.
Non conosco nessun “dilettante” che abbia vissuto e viva di teatro come il mio amico Antonio Annunziata: con la sua appassionata competenza, con lo stesso desiderio insaziabile, sempre urgente, di capire, di sistemare le idee, di verificare senza sosta i giudizi. Anche il suo racconto è pura azione teatrale: mi fa rivedere la mitica figura di Tanino il giornalaio e i giorni belli della piazzetta della Stazione a Ottaviano, un “palcoscenico” sociale che ancora resiste all’usura del tempo, alla crisi di pubblico, alle “stecche” di attori che osano interpretare ruoli per cui non sono attrezzati (ma questa è una mia riflessione).
“Quando ero alunno del Liceo Classico “A.Diaz” – continua Antonio – il preside Guido Silvestro ci fece incontrare il compianto Gennarino Palumbo che faceva parte della compagnia di Eduardo: in quei giorni tenevano in scena “Filumena Marturano”. Così ho scoperto la mia passione per il teatro. Mi misi a studiare i grandi Maestri della recitazione e entrai a far parte di una delle prime compagnie amatoriali della nostra provincia, che si chiamava “I sempre(al)verde”: considerato lo stato perenne della cassa, non avremmo potuto chiamarla in nessun altro modo. Feci l’attore per un paio d’anni, mi misurai con la maschera di Pulcinella, con Scarpetta e con il teatro di avanguardia. Il 1979 fu l’anno di un incontro “speciale”, uno di quegli incontri che segnano la vita, suggeriscono una meta, tracciano la strada: vidi Tino Buazzelli recitare nell’ Anfiteatro Grande di Pompei, dopo lo spettacolo gli parlai, insieme con altri giovani mossi dalla mia stessa passione, e lui mi consigliò di leggere “Per un Teatro povero” del polacco Jerzy Grotowski, l’inventore del metodo che porta il suo nome, un Maestro assoluto dell’arte della recitazione. E’ un libro che rileggo senza sosta: e ogni rilettura è una lettura nuova, è una scoperta meravigliosa. Nello stesso anno fui, con Giannino Borriello e con altri amici, tra i fondatori di Radio Omicron1, la seconda radio libera della Campania: fu un’esperienza breve, ma significativa. In realtà, avevo già deciso di interessarmi solo di regia: nella mia mente giravano ormai solo i nomi dei grandi Maestri del palcoscenico, Grotowski, Eugenio Barba, Dario Fo, Luca Goldoni, Peter Brook.”.
“ E Tato Russo?”.
“Mi onora della sua amicizia, e mi autorizza anche ad “appiccicarmi” con lui. Mi permetteva di assistere alle sessioni di prova degli spettacoli: sono stato uno di quei pochi che potevano entrare nel suo studio privato, al secondo piano del Teatro Bellini. Tato Russo è un genio assoluto, il suo magistero è l’antitesi del metodo di Grotowski, ma da loro ho imparato che la verità ha più di una maschera.”.Antonio sorride, beve un sorso di fresca Tassoni nella fresca corte del bar Order di San Gennaro Vesuviano. Il bar si chiama così in onore di Escher, della sua salda convinzione che in ogni caos è nascosto uno schema di ordine. Mi è sembrato il luogo adatto per intervistare il mio amico, che è un “amateur”, un “dilettante”, ma ha avuto il coraggio di formare sui principi di questo “diletto” il suo modo di “leggere” e di “raccontare” il suo mondo, di giudicare sé stesso e gli altri come attori impegnati in ruoli a cui talvolta sono adeguati, e talvolta no. Antonio Annunziata è osservatore e analista acuto dei gesti, delle “battute” e dei silenzi che riempiono ogni scena della nostra vita quotidiana, e perciò la sua storia personale ha un valore unico per chi, come me, è da sempre persuaso che il significato della storia di una comunità sia necessario cercarlo nella “persona” di ciascuno dei suoi membri.
In qualità di coordinatore provinciale e di responsabile della raccolta fondi per Telethon Antonio non solo ha conosciuto giornalisti e attori, e tra questi Vincenzo Salemme, ma con i ricercatori del TIGEM ha organizzato, nel 2009 e nel 2010, due spettacoli teatrali al teatro Diana di Napoli. “La compagnia, i “RicercAttori”, era formata esclusivamente dai ricercatori del prestigioso Istituto diretto da Andrea Ballabio. Il nostro testimonial ufficiale fu Maurizio Casagrande. Nei due anni incassammo e devolvemmo a Telethon circa 15000 euro, grazie anche alla generosa disponibilità di Gianpiero Mirra, proprietario del teatro di Via Cilea. Nel 2009 lanciai, senza pietà, sulle “chiancarelle” del palco due scienziati di livello internazionale, Brunella Franco e Sandro Banfi, e per loro inserimmo qualche battuta su misura nel copione della commedia di Eduardo e di Armando Curcio, “La fortuna con l’Effe maiuscola”.”.In questo aneddoto c’è tutto Antonio: non solo l’idea di trasformare in attori due scienziati, ma anche il modo di raccontare, di far vedere le “chiancarelle” e i due “lanciati, senza pietà” sulla ribalta.
Antonio Annunziata ha sperimentato tutti i valori artistici del territorio. Sul finire degli anni ’90 curò l’immagine del gruppo musicale” Campano Brass Ensemble”, diretto dal Maestro Luigi Monterossi, ottavianese e formato da “nove musicisti dell’orchestra del San Carlo e dell’orchestra Scarlatti: quattro trombe, due tromboni, due corni inglesi, un basso tuba. Veramente stratosferici”. Oggi Antonio continua a lavorare con i ragazzi che vogliono cimentarsi con il palcoscenico e meditare sull’arte e sulla filosofia della recitazione. Vorrebbe elencarmi i nomi di tutti i giovani che ha “iniziato” al teatro nell’ultimo trentennio: si accontenta di citare Isabella Architrave, Gerardo Innarella, Giuseppe Molaro, Giuseppe Esposito, Fernando Garofalo, Paola Miranda, Pasquale Avino, Marianna Avino, Massimiliano Mattiello, Giuseppe Annunziata, Rachele Cimmino. E infine un accenno alla “ciurmaglia di fantastici attori” di oggi, alla compagnia che metterà in scena i “Menecmi” di Plauto nella versione di Tato Russo, e in cui recitano Elena Porzio e sua nipote Alessandra Palazzi, Anna Maria Cavaliere “stupenda attrice- cantante, e poi papà Umberto con i figli Marco e Luca Stellaro, le bellissime e brave Eliana Ciniglio e Vittoria De Vivo, Salvatore Lustrino, grandioso organizzatore e fine interprete, la bravissima Maria Saviano che lavora “dietro le quinte” e, infine, il mio storico primattore, Nicola Prisco.”.
Vivere il teatro è un gioco che si rinnova ogni giorno. Antonio Annunziata si sta ora confrontando con la teoria e la tecnica dell’improvvisazione: il futuro è un ritorno all’antico. Ma questa esperienza merita di essere raccontata, “recitata”, a parte.



