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Alla Galleria “Pagea” di Angri vanno in mostra le giovani “Korai” mistiche e terrene di Rosanna Iossa.

Venerdì 16 febbraio ad Angri, nella Galleria “Pagea” di arte contemporanea, c’è il “vernissage” di una mostra collettiva, in cui espongono le loro opere anche Rosanna Iossa e Rosa Cuccurullo. La pomiglianese Rosanna Iossa continua la sua indagine sui segni del mito che si manifestano, come per prodigio, nelle forme dell’ambiente e sui volti della gente.

 

Nessuna figura meglio di queste “korai” che vanno in mostra alla galleria “Pagea” di Angri rappresenta più compiutamente e, direi, più immediatamente, la ricerca artistica di Rosanna Iossa, la forza e il fascino di un “destino” che la chiama a confrontarsi con la storia sacra e profana di un territorio in cui nei volti, nelle parole e nelle movenze delle persone che incontri per strada ti capita di cogliere i segni del mito, di una sacralità atemporale. Queste “korai” raccontano la sensibilità dell’artista, la sua capacità di stupirsi, di rinnovarsi restando assolutamente coerente con i principi della sua arte, di non cedere alle sirene della facile scolasticità, di quella banale e sconcertante “imitazione di sé” – così la chiamò Roger Fry- che spinge molti artisti a copiare sé stessi e a prostituirsi perché così vogliono i mercanti e la viltà: la viltà di chi rinuncia a sfidare la realtà, a entrare negli spazi del sogno, a percorrere le strade difficili del confronto con la propria interiorità.

Rosanna Iossa è una donna coraggiosa e leale: il coraggio glielo leggi nello sguardo chiaro e diritto, nella concretezza con cui parla della sua arte senza nascondersi dietro i grovigli e le matasse dei luoghi comuni, delle parole tanto sonore quanto vuote di cui si compiace la retorica cara a certa critica d’oggi, che cerca di far passare il nulla per un metafisico Tutto. La lealtà di Rosanna Iossa la trovi nel “ductus” del suo disegno che sa rinunciare alla simmetria accidentale, alla facile armonia, e si propone come creatore di una forma che per contrasto dialettico genera uno spazio e un tempo. Le “korai” di Rosanna Iossa non stanno nello spazio e nel tempo, ma ci suggeriscono l’uno e l’altro con i moti del loro corpo, con i gesti essenziali e significativi, con la capacità di comunicarci che si stanno recando a un sacro convegno: perciò sono figure compiutamente mitiche, che vengono riportate sulla terra dalla simbolica densità e dal luminoso vigore cromatico di elementi descrittivi di cui l’artista si serve con rigorosa eleganza.

Ogni volta che osservo le “korai” della Iossa avverto la precarietà del loro stare, percepisco la suggestione di un tempo sospeso, di un’attesa che sta per finire, di un fremito che percorre il corpo già pronto al moto: la figura si rivolge non solo a noi, ma anche ad altre figure che stanno intorno a lei, e che noi non vediamo, ma di cui si percepisce, per così dire, la presenza nel momento in cui si intuisce il senso del tendersi delle braccia e del movimento del capo. Ogni “kore” ci invita a contemplarla come membro di una sacra processione, come ieratica attrice di una danza rituale, di una cerimonia misterica in cui, alla fine, anche gli spettatori si sentiranno coinvolti. Sarebbe bello vivere la contemplazione di queste ammalianti figure attraverso il commento di una musica degna del loro silenzio metafisico e della loro spirituale bellezza. Una musica simile a quella che sono certo che Rosanna Iossa sente quando cerca nella sua interiorità le forme delle idee, dei sentimenti e dei sogni e nel momento in cui la sua mano, muovendosi con coraggiosa sicurezza, traccia sul supporto i segni di quelle forme e ci invita alla riflessione, e ci costringe a riconoscere, nella sua arte, la presenza dei “valori” del “realismo magico”. So che mentre ci costringe ad ammettere quella presenza sul volto dell’artista si disegna un sorriso soddisfatto e anche un poco ironico.

Nello stesso spazio espositivo la scultrice Rosa Cuccurullo presenta al pubblico alcune sue opere recenti,  tutte ispirate al motivo guida della produzione dell’artista, e cioè ad una rilettura meditata del principio che la scultura e le arti figurative in genere sono “un mettere e un levare”,  sono una ininterrotta  verifica della “naturalezza” del paradosso,  sono, infine, una coraggiosa ricerca dei modelli archetipi che un dio artista ha riprodotto nelle forme contingenti e caduche del reale. Le opere della Cuccurullo  mi fanno pensare ai progetti di Baseltz e di Kiefer, e per la nitida dimensione psicologica, alle sculture di Louise Bourgeois, a cui la Cuccurullo rende esplicito omaggio: forse perché, come l’artista francese, anche lei  è convinta che chi percorre le vie dell’arte ha il privilegio di entrare nello spazio del proprio inconscio, e di trovarvi la forza e le ragioni per sopravvivere.

Le “korai” di Rosanna Iossa, chiamate da una forza magnetica, si dirigono verso un’ “agape” misterica che si terrà negli antri del Vesuvio. Affascinata dal mito e dal complesso repertorio delle sue immagini e dei suoi valori, l’artista si dimostra capace di vedere in chiave mitica lo spazio e il tempo in cui le sue vergini disegnano gesti e accennano intenzioni di movimenti attraverso la suggestione dell’agire sospeso, dell’attimo “fermo” in cui la volontà e il pensiero riprendono totale possesso del corpo. Questo intenso dato percettivo viene configurato attraverso l’inserzione nell’opera di elementi narrativi che aggiungono simbolo a simbolo, producono contrasti cromatici vigorosi e sorprendenti, variano con raffinata misura l’impianto del disegno. Variazioni e contrasti diventano, alla fine, il segno di uno spazio e di una dimensione temporale che non hanno carattere oggettivo, ma si definiscono aprendosi, per gradi, sotto lo sguardo dell’osservatore, lo sollecitano a “entrare” nell’opera, a leggerla e a rileggerla da più punti di vista, a conquistare la certezza che ogni “kore” può essere sé stessa solo perché appartiene a un coro e si muove all’interno del corteo delle altre “korai”. Ancora una volta Rosanna Iossa interpreta il significato di “Mostra” nel senso più alto e completo.

Il disegno dell’artista è essenziale: in un segmento ella è capace di condensare le tracce di un universo di immagini memoriali, di un sapere pensato, “sentito”, vissuto. Le linee non si adagiano sulla superficie, ma la aprono e la corrugano, quasi che le figure si manifestino improvvise uscendo alla luce dall’oscurità di luoghi ipogei: la loro epifania contribuisce a modulare la materia, a conferirle ordine e ritmo, e questo effetto è reso ancora più efficace dalla visione d’insieme delle figure, dalla scoperta che non ci sono due gesti corrispondenti, due movimenti uguali, e, soprattutto, che il corteo delle “korai” si svolge all’interno di un silenzio mistico. L’artista ci ricorda, con la sua abituale eleganza, che il tema della rappresentazione è non la figura della “kore”, ma una dimensione dello spirito che ogni “kore” vive ed esprime in modo originale. La combinazione di forme è, nello stesso tempo, necessaria e aleatoria: è necessaria perché il sistema della rappresentazione è perfetto, è aleatoria, perché grazie alla collocazione delle figure nello spazio il sistema si apre, induce a immaginare che altre “korai” possano manifestarsi, all’improvviso: allo stesso modo Dioniso sta all’inizio e alla fine del tempo circolare. E questo aspetto ci svela il senso “intimo” dell’opera di Rosanna Iossa, il tema essenziale del suo discorrere con sé stessa che è il progetto di dare ordine all’ essere, di orientare il flusso fuggente dell’esistere nella trama dei tratti che incidono la materia e compongono forme essenziali e definitive, forme che nascondono nel silenzio assoluto le voci della storia e ci sfidano a sentirle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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