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Alla  Fiera di San Gennaro Vesuviano  “giochi” artistici di cavalli e pagine di storia: nel rispetto della tradizione

Il dott. Gino Aprile ha ideato e sapientemente illustrato al pubblico lo splendido spettacolo  di cui sono stati protagonisti i cavalli di due centri equestri. L’arte del Maestro Marco De Masi.  Il libro che il prof. Aniello Giugliano ha dedicato al Convento di San Gennaro Ves.no e alle biografie dei frati è “necessario”, nel senso che ricostruisce in modo definitivo  le intense relazioni tra la comunità e i Minori Francescani. L’antico titolo, “fiera agricola”, risulta attuale e significativo in un momento storico che vede nel ritorno ai valori dell’agricoltura una soluzione della complessa crisi del nostro tempo.

 

Già da qualche anno i cavalli hanno riacquistato, nella Fiera di San Gennaro Vesuviano, il ruolo che ebbero nella seconda metà dell’Ottocento: mi riferisco ai cavalli da sella ai “destrieri”, perché ai cavalli da tiro era stato riservato uno spazio importante già negli anni di Murat.  I documenti ci dicono che nel 1842 Giuseppe IV Medici consentì che andassero in Fiera cinque suoi cavalli di “razza napoletana”: cavalli montati, di solito, dai nobili e dagli alti ufficiali dell’esercito durante le sfilate e le parate, insomma cavalli da “teatro elegante”. Quest’anno il dott. Gino Aprile ha organizzato e presentato l’esibizione di due squadre di eccezione: quella, costituita da 18 cavalieri, del centro equestre “Chiara”, di Roma, diretto dal Maestro Marco De Masi,  e il team “Sabatino Horse show” . E’ stato uno spettacolo strepitoso: i volteggi, in cui si è manifestata l’arte di Sabatino Pastore e di Ottavio Spezzacatena, la “posta” cosacca, i numeri di “scuola spagnola” in cui Marco De Masi ha guidato in modo magistrale il cavallo frisone Sander, e i giochi stupendi del pony Welch (v. foto in appendice)..  Gino Aprile, artista del microfono, ha saputo attirare l’attenzione del pubblico  sui dettagli preziosi- movimenti, impennate, inversioni, passi di danza, la musica del caracollare, e i gesti e le voci dei cavalieri -,  e ha fatto in modo che al pubblico non sfuggisse la bellezza complessa, e tuttavia naturale, di una “giostra” di altri tempi, ma capace di dettare suggestioni anche oggi. I nobili cavalli, gli abili cavalieri e il sagace presentatore hanno offerto  al pubblico, che non si stancava di applaudire, momenti esaltanti di “arte in movimento”, e vive emozioni.

Lo  “spazio” della cultura letteraria è stato occupato dal libro “ Figli ‘e muonaci: i nostri padri”, in cui  il prof. Aniello  Giugliano ricostruisce la storia del convento di San Gennaro Vesuviano attraverso i documenti delle pubbliche istituzioni e, soprattutto, attraverso le biografie dei frati che sono vissuti in quel convento e che, come diceva Francesco D’Ascoli, hanno lasciato nelle pietre dell’edificio i segni dei loro pensieri, dei loro sentimenti, e, talvolta, della loro angoscia. Notevole è la “rilettura” che l’autore propone, sulla base di nuovi documenti, della congiura di frate Angelo Peluso, ma possiamo dire che non c’è pagina del libro in cui l’attività dei frati non vada anche oltre i confini di San Gennaro e non tocchi qualche comunità del  Vesuviano e della Felix Campania. Ho scritto nella prefazione che il libro di Aniello Giugliano è un “libro necessario”, perché dimostra definitivamente che lo spazio della Fiera “ – spazio fisico, spazio culturale, sta al centro  di tre sistemi di civiltà – l’agro sarnese, il Nolano, il Vesuviano interno –che qui si incontravano fin dall’antichità, e ancora si incontrano, mettendo a confronto esperienze,  modelli di comportamento, idee, sistemi di produzione agricola, e perfino le strutture fonetiche e lessicali della lingua napoletana”. Di notevole valore è anche il corredo iconografico del libro: le fotografie di alcuni frati e quelle della processione ( pag. 169) sono esse stesse un significativo racconto.

E il resto della Fiera? Non è facile rispondere. Voglio ricordare soltanto che la Fiera è nata come fiera agricola, e che questa classificazione comprendeva, fin dal primo momento, gli aspetti economici, il mercato degli strumenti, la cultura dell’alimentazione, i valori sociali, quelli positivi, e anche quelli negativi, come la violenza, il sopruso, le ingiustizie. Oggi  il titolo di “fiera agricola” non solo non è passato di moda, ma si può collegare agevolmente a quel ritorno all’agricoltura – all’economia e ai valori morali connessi – che gli studiosi considerano una scelta indispensabile e urgente per avviare a soluzione la crisi del nostro tempo, una crisi dalle molte facce. In ogni momento e in tutte le salse, e a voce alta, diciamo, predichiamo, proclamiamo che è necessario ricostruire e tutelare la memoria storica, per trasmetterla alle nuove generazioni: capita però che proprio noi “ci divertiamo” a cancellare, nel  nostro spazio e nel nostro presente, i segni e i simboli di quella memoria.

Se cadiamo in questa contraddizione, I frati, di cui ci parla Aniello Giugliano, incominceranno a guardarci con aria severa – anche le fotografie vivono e si modificano -, e i cavalli “illustrati” dal dott. Gino Aprile disegneranno i loro eleganti movimenti nel silenzio e nel vuoto.

 

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