Alla Gnam, la serie con “Falce e Martello”a cui l’artista di Pittsburgh si dedicò negli anni Settanta, e i suoi “Headlines”, realizzati raccogliendo importanti titoli di svariate testate giornalistiche, sintomo del legame tra l’americano e i media.
Arte, grafica, pubblicità, musica underground, cinema e moda: non esiste settore “mediatico” che Andy Warhol non abbia praticato, costantemente teso tra la volontà di ripensare quell’universo in maniera critica e l’ambiguità del compiacimento verso il Pop-World. Un’irrefrenabile voracità lo ha spinto verso esperienze sempre nuove, così che, ben oltre le celebri serigrafie di Mao o di Marylin, Warhol sperimenta e ricerca: inventa nuovi generi cinematografici, fonda una rivista (“Interview”), produce il primo album dei Velvet Underground (di cui cura anche la veste grafica con la “banana gialla”, chiaro riferimento fallico). Non a caso il suo studio-azienda si chiamava “The Factory” (ditta, fabbrica in inglese).
Polaroid sempre a portata di mano, registratore e videocamera pronti ad immortalare qualsiasi evento avesse stimolato la sua curiosità; erano questi i suoi veri “attrezzi” artistici. Una traccia banale del quotidiano poteva diventare protagonista per sempre, efficace simulacro della realtà, copia in cui sembrava che l’originale finisse per dissolversi attraverso le ripetizioni a cui era soggetto. Le immagini come frammenti di realtà che ingaggiano una lotta con l’attenzione dello spettatore, ripetutamente interdetto e pungolato nell’ intimo dal desiderio dell’ apparire che connota la società dei consumi.
Un solco narcisistico in cui il lettore rilegge se stesso, una notizia o un evento in cui si possa riconoscere, viene tracciato dagli “Headlines”, quei titoli di giornale che rivendicano il rapporto privilegiato di Warhol con il mondo della carta stampata. Dopo Washington e Francoforte, e prima di approdare Pittsburgh all’Andy Warhol Museum saranno visibili a Roma, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAM), dall’11 giugno fino al 9 settembre, nella mostra “Warhol: Headlines”. La dittatura della notizia viene svelata nei suoi meccanismi oscuri; un fatto, anche catastrofico, diviene “famoso”, di pubblico dominio, solo quando viene tradotto in un titolo, scioccante, sintetico, tale da monopolizzare la totale attenzione del lettore.
“Fate presto”, scritta a caratteri cubitali che campeggiava sul Mattino del 26 novembre 1980, a pochi giorni dal sisma che devastò la Campania, è l’urlo di dolore che campeggia sul trittico realizzato da Warhol per sollecitare l’attenzione mondiale sul terremoto, ma, soprattutto, per reclamare il consumo di una notizia di pubblico dominio data in pasto al pubblico di massa.
A rappresentare il genio dell’artista di Pittsburgh alla mostra romana è presente anche una delle sue “nature morte politiche”, “Hammer and Sickle” (1972), della serie con falce e martello, per la quale pare che Warhol venisse ispirato proprio dalle numerose effigi “rosse” scoperte sui muri romani in uno dei suoi soggiorni italiani.
Falce e martello, procurate in un ferramenta qualsiasi, sono i soggetti che vengono fotografati (con relativi modello e marca ben in vista) e stampati su una tela su cui Warhol interviene con una campitura di vernice polimerica, distesa in maniera sobria, ma con un vivacissimo colore rosso in evidenza, con cui simula un ombreggiatura che duplica i profili dei due oggetti.
L’interpretazione del critico David Bourdon, che sulle pagine del Village Voice recensiva il lavoro di Warhol ispirato all’emblema comunista, evidenziano, argutamente, le finalità dell’artista: "I quadri ‘Falce e Martello’ di Warhol sono stati probabilmente pianificati per sollecitare certi capitalisti che si compiacciono di mostrare questo genere di trofei nei loro salotti e nelle sale dei loro consigli. La serie ‘Hammer and Sickle’ di Warhol è forte e traboccante di umorismo”.
(Fonte foto: Rete Internet)

