La pena quotidiana del vivere, per molti, è la fatica di trovare, ogni giorno, i soldi del pane: questa sofferenza feroce, che è effetto di molte e chiare cause, porta due uomini a morire in fondo a un pozzo. Di Carmine CimminoIl 150° anno dell’Italia unita si chiude con pallide commemorazioni del 4 novembre, e di una guerra che fu, con i suoi orrori, il solo momento in cui gli Italiani si siano sentiti una nazione. Anche in questa contraddizione c’è una logica: l’amaro presente occupa tutti gli spazi della mente e del cuore. Carlo Emilio Gadda ha scritto pagine profonde sulla guerra del 15-’18, in cui egli combatté con l’orgoglio di combattere per l’Italia: le sue parole hanno il peso e il suono della verità, la verità del coraggio e quella della paura, sono forgiate col metallo delle passioni nette e chiare che la guerra ha il merito di svelare.
“Ho visto i finti martiri piagnucolare il finto destino…Certo che la stanchezza, la fatica, l’ebetudine, la macerante attesa, e poi le atroci esperienze, l’odore di interi reggimenti accatastati ad aspettare il destino, e quei volti destinati allo spasimo, di quegli uomini che sbranavano del manzo malvagio nell’ultimo sole della loro vita, e inutilmente deglutivano l’ultimo pane, certo tutto questo non era fanfara d’orgoglio.”.
E quando lui, ufficiale del 5° reggimento alpini, vede un caporalmaggiore accovacciato nel buio del terrore, con gli occhi colorati dell’arancio dell’itterizia, che, rosario tra le mani, “e baffoni disfatti“, biascica interminabili avemarie, lo schernisce e gli “augura“ che lo colpisca in pieno “una cannonata diabolica“. Ma poi confessa: “mi accovacciai anch’io più di una volta.“
“Conobbi i forti e i bravi: conobbi quelli che della loro umanità si disumanarono per voler essere soldati d’Italia.”. Gadda disegna la figura straordinaria di un giovane aiutante maggiore, che vuole andare oltre i limiti dell’umano, e si aiuta tracannando bicchieri di liquore Strega, perché “vuole asciugarsi le ossa in onore di Benevento.”
Poi, quando dalle creste dell’Altopiano di Asiago incominciano a piovere le cannonate austriache, “pompose matrone dalla dignità sistematica“, il ragazzo si lancia all’aperto, con la velocità del bersagliere “irrefrenabile“, e si diverte a schivare i colpi, a saltare tra i proiettili che l’inseguono “come cagne furenti“. Nel 1849, nelle ultime ore della Repubblica Romana, Garibaldi e Bixio, seduti sul punto più alto e più esposto della scalea di Trinità dei Monti, in camicia rossa, il sigaro in bocca, si sfidarono nella gara a chi resistesse più a lungo, immobile bersaglio, alle fucilate degli zuavi francesi che avanzavano verso Piazza di Spagna. Vinse Bixio.
“Ricordo un altro, quasi un fanciullo, – racconta Gadda-, che sedette sul sedile scheggiato della roccia, un attimo, una preghiera, prima di imboccare il camminamento del suo destino, a quota 309 “del monte Faiti. Nella mano stringeva una pistola pronta, “nuova come un regalo che gli avessero fatto per i vent’anni. Sedutosi, appoggiò il capo sul palmo sinistro, la mano armata la lasciò sul ginocchio, pareva un poeta tra le rovine.”, Tra i “fumi nitrici“, tra le “atroci esplosioni“ che “atterrivano le anime“, egli provava “l’angoscia di un bimbo” abbandonato, un’angoscia muta davanti alla solitudine. “Una desolata certezza era nel suo volto pallido, italianissimo: una compostezza italiana in tutto il suo atteggiamento, pieno di semplicità e di dignitoso decoro. Non posso dire come né dove, dopo alcuni minuti, rividi il suo volto.”.
Nella vecchia sede del Liceo Diaz di Ottaviano, in piazza Rosario, c’era un’aula intitolata a Vittorio Giordano, di Terzigno, che era stato alunno dell’Istituto, ed era studente di Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli, quando nel 1917 – egli aveva allora 19 anni- fu chiamato alle armi, e chiese, e ottenne, di essere assegnato al 23° reparto dei Bersaglieri d’ Assalto. Nel giugno del 1918 Vittorio Giordano meritò la medaglia di bronzo al valor militare combattendo da eroe a Bocca di Collalta. Morì il 30 ottobre, a pochi giorni dalla fine della guerra, sul ponte di San Donà di Piave: aveva il comando di un plotone di arditi, una mitragliatrice nemica, piazzata a metà del ponte, bloccava l’avanzata dei nostri, e allora il giovane si lanciò sulla mitragliatrice e sui mitraglieri austriaci. “Incontrava morte gloriosa sul campo“ recita la motivazione della medaglia d’argento che gli fu assegnata.
“Ho visto – scrive Gadda – la volontà sommersa dal caso, come una barca dalla risacca“. Ma l’epos degli eroi di guerra prevede che la loro volontà, sommersa, resista, risalga alla superficie, tenti di sovrastare il caso, di dargli un senso e una ragione. Gli eroi dell’epos non aspettano il colpo accovacciati nel terrore in cui il caso li ha portati: si lanciano sulla bocca della mitragliatrice, si divertono a scansare le cannonate, e il più giovane cerca di capire il senso delle cose, prima di addentrarsi nel camminamento fatale, incontro alla morte che l’aspetta al varco opposto. Ai giovani è consentito giocare con il fato. Ai padri è sottratta tale voluttà.
La pena quotidiana del vivere, che per alcuni è una pena filosofica ed è, per altri, la fatica di trovare, ogni giorno, i soldi del pane: questa sofferenza feroce, che è effetto di molte e chiare cause, porta due uomini a morire in fondo a un pozzo, dove cercavano di “guadagnarsi la giornata“: che non è un’ espressione qualsiasi: è, da sola, un vangelo intero, se ho capito il senso dei vangeli. Sono morti insieme: non c’è amicizia più terribile di quella che si stringe tra due uomini che ogni giorno vanno a misurare, insieme, quanto sia assurdo, eppure vero, vero sul loro capo, vero sugli occhi, vero sulle mani il peso della pena di vivere. È un’amicizia necessaria: serve a dare l’illusione che si possa resistere a quel peso. Antonio Annunziata e Alfonso Peluso non erano eroi epici: volevano vivere: non solo per sé, ma soprattutto per chi alla fine della giornata guadagnata li aspettava a casa.
Nel cunicolo della pena del vivere certe parole, “moglie“, “figli“, hanno un suono terribile, da tromba del Giorno del Giudizio: dicono che i giorni sono quasi sempre brandelli di un disegno che ci illudiamo di ricomporre, ma che non è mai esistito. Il caso, sospettava Anatole France, è forse lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. Antonio Annunziata e Alfonso Peluso sono eroi tragici, e perciò non avranno manifesti con gli stemmi dello Stato, non avranno bandiere, né sbattere di tacchi. È giusto che sia così. La morte dell’eroe tragico appartiene solo ai suoi: solo essi sanno leggerla e capirla.
Gli eroi tragici non vogliono le lacrime solenni, ad occhi asciutti, dell’enfasi diluita in chiacchiere. Chiedono solo un segreto e breve pensiero sulla viltà della vita e sulla vigliaccheria del caso.
(Foto: E. Delacroix, “Cavallo assalito da una tigre”, acquerello, 1825)





