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Voci e Visioni. Quando il lavoro non riporta a casa

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Ci sono piaghe sociali che nel nostro vivere quotidiano non accennano a indietreggiare; tra queste quella delle morti sul lavoro.

Non c’è maledetto giorno che non ci sia da piangere la morte improvvisa di lavoratori nel mentre si è proiettati alla massima vocazione dell’uomo, lavorare per progredire, lavorare per offrire condizioni di vita ottimali a sé e alle proprie famiglie, lavorare perché tutti insieme si possa ogni giorno ottenere un mondo migliore fatto di progresso, benessere, di civiltà. E proprio per tutto ciò la piaga delle morti bianche incombe nelle nostre vite con una tragicità impressionante, in modo ancora più grave per il disvalore morale che arreca al vivere insieme.

Si muore sacrificando vite umane che muovono dalle proprie case per ottenere paradossalmente vite migliori, e a quelle case non si fa ritorno; padri, madri, fratelli, figli, ragazzi, è un dramma che non fa distinzioni di età, non conosce latitudini, ‘predilige’ alcuni settori ma in realtà non ne risparmia nessuno. Uno stillicidio quotidiano di vite spezzate, famiglie distrutte, sogni familiari interrotti, l’avvenire di tanti bambini segnati per il venir meno dei ‘pezzi’ più importanti della propria vita. E’ divenuto deprimente anche osservare spesso che trascorse le ore del dolore di comunità tante famiglie si ritrovano a chiudersi in un mondo di lutto e sconforto spesso da sole e con le inevitabili difficoltà nel riprendere un filo esistenziale.

Fino a che anche uno solo dei nostri figli, dei nostri concittadini, dei nostri amici perderà la vita mentre lavora, in un cantiere, in un’azienda, officina, sulle strade, la società nella sua interezza non potrà dirsi pienamente una società moderna e progredita, ci sarà sempre altro sforzo da profondere per addivenire a misure di contrasto e prevenzione che evidentemente ancora oggi non sono sufficienti a evitare tragedie assurde che non fiaccano solo l’esistenza delle famiglie colpite ma rappresentano un lutto collettivo col quale ogni santo giorno si deve fare i conti.

Nessuno può dirsi distante da questa piaga, e le Istituzioni devono provarle tutte per far sì che questa battaglia di civiltà sia un giorno vinta. Istituzioni a ogni livello, nazionali e territoriali, legislatori e amministratori, sindacati, associazioni di categoria, datoriali e di lavoratori, banche e istituti finanziari, committenze varie, tutti, nessuno escluso, deve sentirsi parte di uno schema di lotta alle morti bianche, ne va della salvezza dei propri figli, una società che non sia in grado di tutelare le proprie forze vitali non potrà mai dirsi veramente progredita e ricca. Un progresso che non si accompagni anche a tutele basilari non potrà dirsi tale, e per forza di cose non interesserebbe mai la società nel suo insieme.

Si tratta di sfide epocali, e che ogni epoca ha già conosciuto, passi avanti ve ne sono sicuramente stati, ma evidentemente non si può dire che ciò sia abbastanza, è battaglia che va a connaturare non solo il grado di civiltà di una società, che riesce a parametrare un modello di Stato rispetto ad altri, allo stesso tempo lo sforzo di tutti deve tener conto di un mondo che cambia ogni giorno, che corre, non più veloce, ma alla velocità della luce, nelle sue evoluzioni di tecnica e strumenti con ovvie ricadute sul mondo del lavoro, della produzione, dei servizi resi al cittadino e alle imprese.

Una società modello è una società che sia consapevole di tutto ciò, non arretri di un centimetro e sia piuttosto sempre più attenta a mettere in campo le misure più efficaci e certe per tutelare le vita dei propri figli che equivale a garantire dignità e grandezza di un popolo.

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