A Napoli, così come in gran parte d’Italia, marciapiedi e scivoli per carrozzine sono sempre più spesso ostruiti dall’abitudine del parcheggio selvaggio.
Risale tutto ad un venerdì sera. C’era tanta umidità e quel primo caldo di giugno che inizia a stringerti la gola come una morsa asfissiante. Si va in direzione Via Caracciolo, “lungomare liberato”, così come l’ha ribattezzato il Sindaco De Magistris. Il tema della serata è una pizza tra amici all’aria aperta.
Il traffico è clemente, riusciamo a parcheggiare la macchina in zona Santa Lucia, un quartiere parecchio di lusso dove comprarsi una casa non è soltanto un sogno, ma una vera e propria illusione. Il quartiere è elegante, pulito ed urbanisticamente moderno. Per uno come me, obbligato a spostarsi su di una sedia a rotelle, sembra quasi impossibile constatare che perfino a Napoli è possibile, per un disabile, passeggiare in totale autonomia. Solo che il “pacco”, quella assurda convinzione che ti fa credere di avere sotto gli occhi qualcosa di meraviglioso che si rivelerà ben presto una enorme fregatura, a Napoli è sempre in agguato. Per questo, l’effetto stupore, una dimensione della mente che colpisce i creduloni come me, dura davvero poco, giusto qualche centimentro d’asfalto.
Difatti, mentre percorrevo un tratto di marciapiede che m’aveva impressionato per quanto fosse ordinato e ben messo, mi arriva l’amara sorpresa. È arrivato il momento di attraversare. Il marciapiede si interrompe ed è obbligatorio percorrere un pezzo di strada per risalire sul marciapiede opposto. E fin qui, si dovrebbe trattare di un gesto che per molti lettori pare normale, semplice. Eppure non è così. Un automobilista, uno di quelli che si crede furbo ma altro non è che un pover’uomo, come se niente fosse, ha parcheggiato la sua auto davanti allo scivolo che consente alle carrozzine o ai passeggini di scendere dal marciapiede (la foto lo documenta).
La rabbia monta, l’indignazione si accoda e le fa compagnia. E in quello che si potrebbe definire come un turbinio di voglie omicide, non mi resta altra scelta se non quella di tornare indietro per parecchi metri e utilizzare il primo scivolo lasciato libero. Per riprendere la strada che mi condurrà al locale da noi scelto, stavolta, per evitare la famosa macchina, percorro tutta la strada sulla carreggiata riservata alle vetture. Le sento, mi fischiano a pochi centimetri dalle orecchie. Il pericolo è evidente. Chiaro. Ma non ho alternativa. Se voglio arrivare a destinazione senza rovinare la serata a tutta la comitiva che è con me, è quella l’unica soluzione: sfilare tra le auto in corsa.
La storia che vi ho appena descritto, purtroppo, si ripete ciclicamente, quasi fosse una tradizione da rispettare, pena una punizione corporale. La scena è ormai nota: macchine che ostruiscono gli scivoli, altre parcheggiate direttamente sui marciapiedi trasformandosi un ostacolo per tutti. Ciò che però fa più tristezza, e tralascio l’immagine dei parcheggiatori abusivi che rubano i posti riservati agli handicappati nella complice indifferenza dei Vigili Urbani, è che gli stessi Vigili, in una zona così in vista come Via Santa Lucia, non hanno elevato mai una multa a quelle auto che, in più di un’occasione, hanno sbarrato il mio passaggio e quello di chissà quante altre persone.
Non ho mai creduto nella repressione e mai la sosterrò, ma resto nella convinzione che, se si vuol far crescere una comunità, elevarla socialmente rendendola rispettosa del vivere collettivo, si debbano mettere in campo delle azioni di grande impatto che servano, nel bene o nel male, da insegnamento. È triste e mortificante doverlo ripetere fino allo svilimento, ma dopo che l’Unione europea ha bocciato il nostro Paese per l’inadeguatezza delle norme sull’introduzione al lavoro degli invalidi, continuiamo, soprattutto a livello locale, a non integrare il disabile nella vita di tutti giorni. Si preferisce, invece, relegarlo all’interno di appositi “recinti”, liberandolo nel caso di particolari eventi che durano l’intervallo di due tartine e qualche balletto.
Non c’è, e di questo passo mai ci sarà, la volontà di ritrovarsi il disabile fuori dallo stesso negozio dove si acquista abitualmente la verdura, il giornale, oppure al tavolino del bar mentre sorseggia un buon caffè. Queste sono le città che stanno costruendo, i modelli di unità e di aggregazione che insegnano ai figli: i normali con i normali, gli imperfetti con gli imperfetti. Categorie. Muri. Barriere.
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