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martedì, Novembre 30, 2021

Quale festa per le lavoratrici

Il problema del lavoro è centrale nel paese e resta “il” problema mai risolto della questione femminile.

Nel giorno del primo maggio in Italia, come sempre, si è festeggiato il lavoro: concerti, iniziative, manifestazioni e gite al mare, per chi poteva. Ma in diversi casi si sono anche levate proteste, osservazioni sarcastiche e critiche, da parte di chi non ha più fiducia nelle organizzazioni sindacali e anche da parte di chi ha visto e vede calpestato l’articolo primo della nostra Costituzione. Che c’è da festeggiare? Si è detto.

Il lavoro viene ogni giorno di più umiliato, marginalizzato, precarizzato, parcellizzato e i lavoratori sono costretti ad accettare condizioni penalizzanti e restrittive dei diritti che sembravano ormai conquiste assodate. E le lavoratrici? Le donne, si è già detto altre volte, pagano un prezzo altissimo in questa crisi. E dire che nel 2007 il Trattato di Lisbona aveva posto come obiettivo comunitario quello di raggiungere il 60% di occupazione femminile e che un tale livello occupazionale porterebbe un aumento stimato del PIL addirittura del 7%. Nulla sembra più lontano se si guarda alla realtà del nostro paese e della nostra provincia, in particolare. Dai dati ISTAT risulta che dall’inizio del 2011 alla fine del 2012 le donne in cerca di occupazione dai 15 anni in su sono aumentate da 119.630 a 192.850 in Campania.

Se si considera la provincia di Napoli, che presenta i numeri più alti, si è registrato un aumento da 66.771 a 88.203, con un tasso di disoccupazione che è passato dal 16,33 addirittura al 24,98. Ma la storia, purtroppo, non è tutta qui. Perché le donne in cerca di occupazione e le disoccupate non rendono conto delle inattive, né delle occupate in nero, né questi numeri sono in grado di mostrare il peggioramento delle condizioni del lavoro stabile. Come nel caso del part-time involontario, strano modo per definire l’accettazione obbligata di condizioni lavorative penalizzanti per sfuggire alla disoccupazione e alla miseria. Più che involontario forse dovrebbe essere definito part-time coatto. Tant’è che negli ultimi quattro anni, secondo uno studio IRES, i lavoratori di questo tipo sono aumentati del 70%, e di questi moltissimi sono donne.

In questo contesto a poco serve il Piano regionale “Campania al lavoro”, nato con l’obiettivo di dare una risposta alla crisi, favorendo in particolare il lavoro femminile e giovanile, attraverso percorsi di istruzione.formazione-lavoro. Anche la legislazione a favore della imprenditoria femminile ha consentito sì di far crescere il numero delle imprese in rosa, ma nella generale stagnazione economica non è stata in grado di fronteggiare l’emergenza occupazionale (IRES). Si parla spesso di incentivare le imprese che assumono donne, ma il problema direttamente collegato all’occupazione femminile è ovviamente il welfare. Se il welfare si taglia e nulla si fa per organizzare e finanziare asili nido e assistenza agli anziani le donne saranno sempre più fagocitate nel lavoro di cura casalingo e sottoccupate nei settori del terzario e del tessile e calzaturiero, settori tradizionalmente forti nella nostra provincia.

E’ aumentata anche l’emigrazione verso altre regioni, non tanto nella speranza di trovare migliori retribuzioni, ma nel tentativo di raggiungere una stabilità lavorativa.
Se non si troverà una soluzione per ridare fiato al welfare e le donne non avranno accesso a lavori stabili ed equamente retribuiti la società tutta continuerà ad arretrare, i diritti di tutti continueranno a subire restrizioni e le discriminazioni e le violenze sulle donne non faranno che aumentare. Perché è il lavoro il volano e la premessa del cambiamento.
(Fonte foto: Rete Internet)

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