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Processo Montefibre, l’appello: niente risarcimento agli operai sopravvissuti

La sesta sezione di Napoli ha raggelato i lavoratori per i quali era stato riconosciuto il danno esistenziale. Un giudizio beffardo: 320 gli operai dell’impianto chimico morti di cancro, ma responsabilità aziendali per un solo decesso.

Il processo sul caso degli operai della Montefibre morti di cancro: dopo l’ennesima delusione per la sentenza di appello le parti civili lanciano un nuovo allarme. Secondo quanto riferito dagli avvocati Diego Abbate e Pietro Striano la sentenza di secondo grado, appena emanata, l’altro giorno, non riconosce più il danno esistenziale agli operai sopravvissuti, danno che invece era stato riconosciuto in primo grado. Dunque, la Montefibre non è più tenuta a risarcire quei lavoratori rimasti in vita e che sono nel frattempo riusciti a diventare parte lesa nel processo al colosso chimico.

Qualche giorno fa la sentenza di secondo grado, emanata dalla sesta sezione della corte di Appello di Napoli, aveva confermato le pene, molto lievi, di primo grado (un anno e otto mesi di reclusione in media) nei riguardi di cinque ex direttori dello stabilimento di contrada Pagliarone e di uno solo dei due medici aziendali, condannati due anni fa dal tribunale di Nola (un altro camice bianco dell’impianto è stato infatti scagionato dall’appello). Nel 2012 il giudice monocratico di Nola, Daniela Critelli, aveva però riconosciuto il danno esistenziale agli operai sopravvissuti, parti civili nel processo.

“Purtroppo non è più così – spiega l’avvocato Abbate – la sentenza d’appello ha eliminato questo riconoscimento e inoltre ha stabilito che il danno è circoscrivibile al solo mesotelioma e non è estensibile a tutti gli altri tumori polmonari”. “I nostri morti e i nostri ammalati sono di serie B, ecco perchè non abbiamo avuto giustizia”, denuncia intanto Carmelina Tozzi, 69 anni, vedova di Francesco Tozzi, operaio della Montefibre morto di cancro negli anni Novanta. Come Carmelina ammontano a centinaia le vedove dei lavoratori del grande impianto chimico di Acerra, 320 operai uccisi dal cancro secondo la denuncia depositata quindici anni fa nella procura di Nola. Addetti che per molto tempo hanno convissuto con le sostanze nocive presenti nel processo di produzione: amianto, paraxinolo, metanolo, etilenglicole, acetato di cobalto, acetato di manganese, acetato di metile, acido acetico.

Ma l’elenco delle sostanze è molto più lungo. A ogni modo al processo sono state poi ammesse soltanto le posizioni relative a 82 morti sospette. Una prima scrematura che ha seminato tanta delusione. Quindi, dopo sei anni di dibattimento, il 27 luglio 2012, la doccia ghiacciata: la montagna di carte, perizie e fascicoli ha prodotto il più classico dei topolini. Ecco la sentenza di primo grado: un anno e otto mesi di reclusione per cinque ex direttori della fabbrica e per due medici aziendali. Un verdetto che ha gettato tante famiglie nello sconforto. Un dato sugli altri: la condanna per omicidio colposo dei dirigenti e dei medici della Montefibre è stata comminata per la morte di un solo operaio, l’unico lavoratore, deceduto per un mesotelioma causato dalla presenza di amianto in fabbrica, per il quale il tribunale ha riconosciuto lo status di vittima della scorretta e consapevole condotta aziendale.
(Fonte foto: Rete internet)

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