A dodici anni dall’apertura dell’inchiesta sulle morti bianche della fabbrica chimica si chiude il dibattimento di primo grado. Ieri l’arringa finale del pubblico ministero, Giuseppe Cimmarotta. Imputati sei ex direttori e due medici aziendali.
Il processo sulle morti bianche della Montefibre è giunto al termine. Ieri al tribunale di Nola c’è stata la lunga requisitoria finale del pubblico ministero, Giuseppe Cimmarotta, durata due ore. La sentenza sarà emanata nel tardo pomeriggio o al massimo entro la prima serata di dopodomani, venerdi 27 luglio, quando il giudice monocratico, Daniela Critelli, leggerà il verdetto di primo grado, a cinque anni dall’apertura del processo e a dodici dall’inizio dell’inchiesta. “ Dopo potremo tornare a casa, dai nostri familiari, ma le vedove degli operai morti di cancro non potranno fare lo stesso ”, l’arringa finale del pm.
“ Accuse infondate e lo abbiamo ampiamente dimostrato ”, la replica degli avvocati dell’azienda chimica. L’attesa per la sentenza è di quelle sfibranti mentre sullo sfondo della fertile pianura napoletana devastata da cemento e rifiuti tossici si stagliano le ciminiere del grande stabilimento di Acerra, l’impianto che nel 1983, anno della sua inaugurazione, sconvolse l’ormai inquinatissima ex Campania Felix. La Montefibre è praticamente chiusa da anni mentre i suoi pochi operai versano in una cassa integrazione senza sbocchi. Ora sul banco degli imputati siedono sei ex direttori dello stabilimento e i medici dell’impianto, tutti sospettati di aver causato, con la loro omissiva gestione, la morte per cancro di almeno 85 lavoratori.
Morti dimenticati che rischiavano di diventare di serie B, di finire nell’oblio della prescrizione. Non sarà così. Negli ultimi mesi il giudice Critelli ha pigiato pesantemente il piede sull’acceleratore dei lavori del processo. E grazie a questo forsing del magistrato la sentenza di primo grado, a lungo sospirata dai familiari delle vittime, è ora dietro l’angolo. Parenti che aspettano da quasi un anno che il tribunale di Nola si pronunci, da quando Cimmarotta, il 4 aprile del 2011, aveva chiesto circa 20 anni complessivi di carcere per i vari direttori del grande stabilimento chimico che si sono succeduti dal 1993 e per i medici aziendali, accusati di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e omissione delle cautele antinfortunistiche.
Alla sbarra ci sono gli ex direttori della fabbrica di contrada Pagliarone: Giovanni Elefante, Roberto Paolantoni, Gennaro Ferrentino, Luigi Patron, Raffaele Greco e Giuseppe Starace. Per loro le pene richieste variano da 2 anni e 9 mesi a 4 anni e 4 mesi di reclusione. Chiesta la condanna anche dei medici aziendali, rispettivamente a 2 anni e ad 1 anno e tre mesi. “ Da questo processo – concludono gli avvocati Diego Abate e Pietro Striano, i legali dei familiari degli operai deceduti – sono emersi fatti incontestabili: a causa della consapevole condotta dei datori di lavoro gli operai erano in costante pericolo per l’assenza dei più elementari presidi di sicurezza mentre l’amianto e le altre sostanze cancerogene erano dispersi nell’ambiente o si trovavano nel ciclo di lavorazione, una situazione tremenda che ha prodotto non solo mesoteliomi e asbesto ma anche una lunga serie di altre patologie tumorali ”.





