Sophie Lellouche – all’esordio con un lungometraggio – ambienta a Parigi una storia d’amore che deve molto al cinema di Allen. Parigi-Manhattan tenta così una difficile combinazione tra la commedia romantica francese e il mondo del regista americano.
Alice è una farmacista di origine ebree, con una sconfinata passione per il cinema di Woody Allen. Quello che manca nella sua vita è un amore di quelli seri e a lieto fine, rimanendo confinata la sua esperienza alla delusione provata con un uomo finito con sua sorella.
Alice così si ritira nel suo mondo naif, dove un posto speciale è occupato dal geniale regista americano; un rapporto con Allen quasi morboso, che la porta a parlare con il suo poster che tiene attaccato in camera e a ricevere come risposte citazioni dai film. Alice ama talmente il cinema e Allen da tenere in farmacia uno scaffale con le sue opere, convinta che ci sia un buon dvd per curare ogni malanno. Dieci anni dopo ritroviamo Alice nelle stesse condizioni, sempre sola, sempre più triste, costretta a vedere l’unico uomo che ha amato con sua sorella e con l’unica consolazione offerta dal cinema. Il poster sul letto, nei fatti, rimane il suo più grande amico. Per farla uscire da questo stato la famiglia si prodiga nel combinarle incontri galanti.
Ma puntualmente questi appuntamenti finiscono in fallimenti e la lasciano sempre più sconsolata. Finché l’incontro imprevisto con un “opposto” cambia le carte in tavola: Victor, cinico e ordinario, non ha mai visto un film di Woody Allen in vita sua, tuttavia (o forse per questo) stimola non poco la fantasia di Alice. Il modello di riferimento per l’esordio alla regia di Sophie Lellouche è chiaro ed ingombrante: le commedie sentimentali francesi – fatte di dialoghi frizzanti, buon ritmo e situazioni spesso improbabili – stanno vivendo negli ultimi anni una seconda giovinezza ed è difficile dire qualcosa che non sia stato già visto e sentito.
In più la Lellouche prova un altro azzardo bello grosso; la presenza di Woody Allen – ossessione della protagonista – è ingombrante, perché la regista non si limita a farne il feticcio di Alice, ma costruisce una serie di citazioni e rimandi al cinema dell’americano pericolosi da gestire. Col passare dei minuti il film perde ritmo e si appesantisce nella dimensione dell’ “omaggio”, con qualche scopiazzatura. Nei ritmi, nelle tematiche, nell’ambientazioni, è chiaro l’intento della Lellouche di provare a “trasportare” il cinema di Allen e le sue tematiche sulla Senna; ma l’incontro non riesce e così ci si ritrova alla fine con un prodotto ibrido tra la commedia francese e il cinema alleniano, senza prendere spunti positivi da nessuno dei due.
Non tutto naufraga. Il cast è buono e affiatato, tanto nei due protagonisti quanto nei comprimari; alcuni dialoghi riescono a conservare quella “leggerezza frizzante” tipica della commedia francese e i personaggi sono ben definiti. Purtroppo non basta. Le trovate interessanti – il dialogo col poster (ancora da Allen), il cinema usato come medicinale – sembrano isole felici poco sfruttate ai fini narrativi e finiscono per avvitarsi su se stesse. L’esordio di Sophie Lellouche è in chiaroscuro. La maturità viene col tempo e possiamo solo augurarci che le felici intuizioni, che pur non mancano in questo Paris-Manhattan, riescano a trovare in opere successive una forma più coerente e una vena narrativa più incisiva.
(Fonte foto: Rete Internet)
Regia di Sophie Lellouche, con Alice Taglioni, Patrick Bruel, Marine Delterme, Louis-Do de Lencquesaing, Michel Aumont
Durata: 80 minuti
Uscita nelle sale: 8 novembre 2012
Voto 5/10

