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Brusciano. Assunzione clientelare: la procura chiede la condanna del sindaco

Il PM Visone chiede 2 anni e 2 mesi di reclusione per il sindaco Romano, accusato di avere deciso un’assunzione illegale. Romano l’anno scorso era stato condannato in primo grado per aver chiesto una tangente di mezzo milione a un costruttore.

Due anni e due mesi di reclusione e interdizione temporanea dai pubblici uffici. E’ la pena chiesta dal pubblico ministero della procura di Nola, Giuseppe Visone, per Angelo Antonio Romano, uno degli amministratori di punta dell’Udc nel territorio a est di Napoli, poi finito senza la tessera del partito dopo gli ultimi rovesci giudiziari.

La requisitoria del pm è stata letta al processo, in corso al tribunale di Nola, sull’assunzione nello staff del primo cittadino del cugino di primo grado del consigliere comunale di maggioranza Vincenzo Cerciello, dell’Udc. Per Visone l’assunzione è stata di quelle palesemente illegali perché lo statuto del comune di Brusciano stabilisce che gli amministratori pubblici non possono assumere parenti. Per l’ex componente di staff, Francesco Cerciello, che da tempo non svolge più alcuna attività nel comune, l’accusa ha chiesto una condanna a un anno e quattro mesi. E così si complica parecchio la situazione politica in quel di Brusciano, naturale cuscinetto urbanistico tra Marigliano e Pomigliano sulla trafficata via Nazionale delle Puglie, l’antica statale che collega Napoli ad Avellino.

Cinquanta chilometri d’asfalto cementificato fino all’inverosimile, spesso in modo truffaldino e attraverso le “solite” connivenze tra amministratori e imprenditoria mafiosa. Proprio per una storia di cemento il sindaco Romano è stato condannato in primo grado, l’anno scorso, a quattro anni di reclusione e cinque d’interdizione dai pubblici uffici. Tre anni, invece, e cinque d’interdizione, per il consigliere comunale di maggioranza Salvatore Papaccio, anche lui dell’Udc, che all’epoca dei fatti, risalenti a otto anni fa, era presidente del consiglio comunale. I due politici locali sono stati accusati di aver chiesto 500mila euro in cambio del rilascio di una licenza edilizia all’imprenditore edile Angelo Perrotta.

Il problema però è che il costruttore ha denunciato gli amministratori e registrato il colloquio da cui, sempre secondo l’accusa, si evincerebbe la tentata concussione. A ogni modo Romano aveva già reso noto, al momento della condanna, che avrebbe fatto ricorso in appello per dimostrare il contrario e cioè che avrebbe subito un tentativo di corruzione. Al centro della vicenda c’è la richiesta di realizzazione di un complesso abitativo da 70 appartamenti. Intanto ora cade una nuova tegola giudiziaria sul sindaco: stavolta una sospetta assunzione clientelare. E’ una storia politica travagliata quella del dottor Angelo Antonio Romano, che di professione è medico generico . Una vicenda segnata dal commissariamento antimafia degli organi elettivi, che lo rimosse dall’incarico nel 2006.

Poi però core e’ mamma (il suo popolare soprannome, da classico ragazzino “discolo” sempre rincuorato dalla madre) è stato riabilitato dal Consiglio di Stato, che ha bocciato il commissariamento reintegrando l’esponente ex Udc. Una situazione complessa, difficile. Un quadro del resto per nulla dissimile a quello che caratterizza i tanti centri della zona che senza soluzione di continuità si distribuiscono sulla statale delle Puglie. Da queste parti quasi tutti i comuni sono stati almeno una volta sciolti per infiltrazioni e condizionamenti mafiosi. E in qualche caso, come a Brusciano e nell’attigua Castello di Cisterna, la magistratura amministrativa ha mortificato la pur certosina investigazione antimafia.

Gli organismi di controllo locali versano però in condizioni difficili, stretti nella morsa di indebite pressioni politiche e del progressivo depauperamento dei mezzi deciso dai poteri centrali. Qui troppo spesso gli investigatori si ritrovano con le armi spuntate. Ostacoli che del resto sbarrano il passo anche alla magistratura inquirente, costantemente bloccata da un garantismo inspiegabilmente eccessivo. Una sensazione d’impotenza che si consuma in un contesto corrotto, che sarebbe eufemistico definire mafioso. Un’area dove l’intreccio tra criminalità e “politica” è caratteristica consolidata da decenni di nefandezze ai danni di una popolazione costantemente ricattata dall’utopia del posto di lavoro, strozzata dal calpestio sistematico dei diritti fondamentali.

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