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Operai incatenati ai cancelli Fiat: “Siamo carne per la camorra”

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Ieri quattro cassintegrati si sono messi in catene alla cancellata della fabbrica di Pomigliano. Ecco le loro storie.

Attirare l’attenzione dell’opinione pubblica incatenandosi alla cancellata della fabbrica. L’escamotage potrebbe apparire abusato quanto desueto. Ma non per chi vive da ormai troppo tempo il dramma della mancanza di lavoro. E così ieri, poco dopo mezzogiorno, quattro dei 1390 operai cassintegrati della Fiat di Pomigliano si sono incatenati alle inferriate che delimitano il perimetro dello stabilimento.

Sono rimasti lì per tre ore, catena arrotolata ai polsi e allungata sul corpo, mentre un’altra cinquantina di colleghi, tutti cassintegrati anche loro e, come loro, iscritti alla Fiom Cgil o allo Slai Cobas, formavano intorno un presidio simbolico, a pochi passi dal varco 2, il varco operai. Quattro operai incatenati per protesta, dunque, tutti iscritti alla Fiom, il sindacato che Marchionne ha espulso dalle fabbriche del gruppo Fiat. Quattro storie simboliche. Francesco Simeone, 51 anni, di Pomigliano, moglie e tre figli a carico: “Lavoravo come autista nel reparto montaggio. E’ dal settembre del 2011 che non torno in fabbrica ma ora vedo che nello stabilimento si trovano in attività colleghi che, pur non avendo la mia abilitazione, ricoprono la mia stessa mansione. Ho chiesto spiegazioni e mi hanno risposto che non torno in fabbrica perché sono iscritto alla Fiom”.

Luigi Russo, 50 anni, di San Giorgio a Cremano, moglie e due figlie a carico, entrambe disoccupate: “Anch’io vengo dal reparto montaggio. Sono un “rcl”, un operaio a ridotte capacità lavorative. Qui ora, in quest’impianto, non c’è nessun “rcl”: è una discriminazione nella discriminazione. Togliamo di mezzo le questioni politiche. Chiedo al capo dello Stato: quando perderò il posto di lavoro, a luglio, chi pagherà i 600 euro al mese del mutuo della casa? Siamo carne per la camorra. Forse Marchionne non sa come si vive in Campania. L’ultima volta che sono stato in fabbrica risale al 2008. Io lavoravo nella Fiat di Cassino. Poi mi hanno telefonato: “torna a Pomigliano”, mi hanno detto. Sono tornato e mi hanno sbattuto fuori”.

Carmen Abbazia, già nonna a 40 anni, tre figli e due nipoti a carico: “L’ultima volta che ho lavorato in fabbrica? Il giorno del referendum sull’accordo Panda: giugno 2010. C’è da premettere che io ho sempre offerto estrema disponibilità ai capisquadra per cui credo che sia stata una precisa volontà politica quella di tenermi fuori. Ma non mi aspetto risposte dai politici perché tutti si riempiono solo la bocca di buoni propositi. Di intenzioni serie se ne sono viste ben poche. L’unica risposta che troviamo è la presenza di polizia, carabinieri e digos ogni volta che veniamo qui soltanto per una mangiata di maccheroni”.

Mimmo Loffredo, 32 anni, di Acerra: “L’ultima volta che sono stato in fabbrica risale al settembre del 2011. Io lavoro allo stampaggio, dove anche lì s’è verificata un’ulteriore discriminazione. Lo stampaggio infatti è un impianto da centinaia di addetti che ha sempre prodotto, anche quando periodicamente la catena di montaggio si fermava per la cassa integrazione. Ora però gli unici rimasti fuori da questo reparto sono 5 operai iscritti alla Fiom, me compreso”. A luglio scadrà la cassa integrazione per 2426 operai di Fiat Pomigliano e indotto. Franco Percuoco, della Fiom: “ I lavoratori si sono incatenati perché sono preoccupati per il loro futuro e stufi di leggere dai giornali che si stanno studiando soluzioni sulla loro testa. Quindi chiedono un confronto diretto con tutti i sindacati per capire cosa succederà a luglio”.

E lo Slai Cobas comunica: “Organizzare da subito la mobilitazione per trovarci preparati al disastro industriale e sociale che si profila a Pomigliano, Melfi e in tutte le fabbriche Fiat”.

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