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Nel segno di Leone

Un lungo dialogo con Ugo Leone, Presidente uscente del Parco Nazionale del Vesuvio, una panoramica della sua presidenza, sei lunghi, intensi e talvolta drammatici anni in difesa dell’ambiente vesuviano.

Ricordando Giancarlo Siani, non si può non considerare il nostro Parco Nazionale come una sorta di Fort Apache. Uno di quei tanti presidi democratici attaccati da più punti e che stentano spesso a portare a termine quella missione alla quale sono deputati. Quegli avamposti nell’indifferenza difesi da soldati dalle armi spuntate, luoghi persi nel nulla e nell’astio di chi non li ama. Ma il Parco Nazionale del Vesuvio per fortuna c’è e secondo noi vale la pena che esista; malgrado tutto, malgrado tutti coloro che lo denigrano o che ipocritamente ne intessono le lodi solo perchè non possono parlane male. Abbiamo dunque cercato di capire, attraverso le parole del Presidente Leone, cos’è stato il Parco e possibilmente che direzione prenderà.

Lei che ha ricoperto per primo l’incarico a presiedere l’Ente Parco, ci potrebbe fare una sorta di consuntivo di questi suoi sei anni di mandato, e soprattutto, qual è stata la connotazione di quest’ultimo rispetto al primo?

“Il Parco nacque nel ’95, fummo invitati a Roma, dal ministro che ci insediò! Dico, ci, perchè, oltre me, c’era anche qualche sindaco e quelli che costituivano quello che oggi si chiama consiglio direttivo. Il Parco nacque in quanto tale anche perchè il sindaco di San Sebastiano, Pino Capasso, ci offrì ospitalità. Molto intelligentemente, devo dire, perchè il giorno dopo, il comune di Torre del Greco disse: – perchè lì e non qui? Noi siamo il comune più grande – e cose del genere. Noi eravamo stati gentilmente invitati e perciò accettammo quella proposta ma il Parco nacque a San Sebastiano, nella sede del comune di San Sebastiano, nella quale io dividevo la scrivania con il segretario comunale. Ma è importante dire che un po’ di personale del comune ci dava una mano per l’ordinaria amministrazione. Non c’erano ancora gli amministrativi, non c’era assolutamente nulla! E questo per tutto il periodo della mia prima presidenza.”

Ma fu un anno di transizione o decise lei di andarsene?

“Quando fui invitato, da una telefonata dall’allora ministro dell’ambiente (Paolo Baratta ndr.), lui mi telefonò e mi chiese se gradivo questa nomina. Io gli dissi: – sì, con piacere – Allora insegnavo Politica dell’Ambiente alla facoltà di Scienze Politiche della Federico II e andai dal mio rettore per chiedere se ci fosse incompatibilità tra le due cariche. Lui fece le sue indagini e risultò che non c’era nessuna incompatibilità. Ma mi resi conto, abbastanza presto, che l’incompatibilità era nei fatti perchè non era possibile fare due cose così impegnative come l’insegnamento universitario e la presidenza di un parco. Quindi, questa considerazione, più alcune difficoltà che avevo nella conduzione, mi indussero a optare per la cosa che credevo di saper fare meglio, l’insegnamento universitario e mi dimisi, creando un po’ di stupore, anche l’allora ministro, Edo Ronchi, mi chiese se fosse successo qualcosa.

Quando Fraissinet fu nominato feci una cosa che spererei di fare ora un’altra volta; quando ebbi la sua nomina ufficiale, lo invitai a partecipare ai nostri consigli direttivi, così facendo, nel momento in cui si ufficializzava questa nomina poteva prendere posto immediatamente, sapendo di cosa si trattava. Poi, con la sua presidenza e con quelle successive ci furono ulteriori cambiamenti, essenziali, come ad esempio la nomina di un direttore. Si può essere il migliore presidente di questo mondo, e non ero io, ma senza un direttore un parco è monco, così come è ancora più monco senza un personale che possa portare avanti ciò che istituzionalmente si è richiesto di fare. Per il parco erano stati richiesti 17 addetti, poi, i concorsi sono stati fatti, io non so nemmeno come, poichè non era più mio compito interessarmi di queste cose. Poi il parco è cresciuto, è diventato noto, con le sue questioni, i suoi problemi. Per il mio secondo mandato mi fu richiesto, nuovamente per telefono, di manifestare la mia opinione relativamente a una mia candidatura.”

Chi fu, il ministro?

“No, questa volta fu il presidente della regione, Bassolino che si trovava assieme al ministro Pecoraro Scanio e che mi chiese la disponibilità che gli diedi immediatamente.”

Anche dopo l’esperienza precedente?

“L’esperienza precedente era tutt’altra cosa! Perchè era stata di costruzione pionieristica di una struttura, questa che incominciavo era invece una macchina già avviata. Ma una cosa mi fa piacere dire, è che quando mi fu fatta questa richiesta io dissi: ma Troiano? Perchè chiesi questo? Perchè da quello che avevo letto e sentito era stato un buon presidente. Devo dire, per onestà intellettuale, che quando seppi della sua nomina, mi espressi, anche pubblicamente, in modo abbastanza critico. Dissi ma che curriculum c’ha questo signore che fa l’avvocato, per fare il presidente di un parco? Poi mi sono ricreduto, nel senso che, per quello che ho sentito, ho saputo, ho letto, Troiano è stato un buon presidente; nel senso che, se uno si innamora delle cose, non deve essere per forza un naturalista per
fare il presidente. Allora mi si disse che per Troiano si avevano altre idee.”

Lei immagina una sua ricandidatura?

“La carica è rinnovabile, sono cinque anni rinnovabili ma quando mi hanno riproposto la nomina io ho riproposto lo stesso quesito al mio rettore ma la risposta era chiara, era la stessa e dovevo rispondere a me stesso, posso fare le due cose insieme? E nei fatti la risposta fu negativa. Questa volta però, avendo già fatto quarant’anni di università mi sono prepensionato nel 2008, lasciando l’università in anticipo e sono venuto qui. Optando per il Parco. Però non ho solo lasciato l’università ma molte altre cose che ora riprenderò con piacere, articoli, saggi, libri, tutte cose per cinque anni ho tralasciato. Il tempo che ho, essendo avanti negli anni, è poco e quindi vorrei mettere a frutto questo poco tempo che mi resterà. Per cui è bene che mi succeda qualcun altro, innanzitutto più giovane, che possa far valere le sue idee.

Del resto la presidenza di un parco è importante ma quello che più conta è la sua struttura amministrativa. La presidenza è importante perchè dà l’indicazione politica assieme al consiglio direttivo ma in un parco, dove i diciassette addetti iniziali sono poi diventati quindici e oberati di lavoro, risulterà difficile portare avanti concetti come la promozione del Territorio, soprattutto davanti a priorità come l’abbattimento degli immobili illegali e la ricerca dei rifiuti; certamente, il mio desiderio di offrire un’immagine più gradevole del Parco agli amministrati dei comuni in esso inseriti, non ha trovato la sua realizzazione. Spero che chi mi succederà, magari, anche perchè certi problemi saranno stati risolti, riuscirà a farlo.”

Il suo successore, come lo vedrebbe lei? Tecnico o politico?

“Le due cose si sposano bene, anche se in me non c’erano, ma direi politico, in grado di dare una linea politica al Parco. Perchè dico questo? Perchè il tecnico c’è, c’è il direttore, di tecnici ce ne sono e sono molti degli addetti. Quindi non ce n’è tanto bisogno. Ci sarebbe il bisogno di un ingegnere, di un architetto, un avvocato, esperienze che noi abbiamo nel Parco, ma siccome non sono stati assunti con quelle qualifiche, non possono comportarsi ufficialmente come tali, come ad esempio non possono firmare un progetto. Questa è una grave mancanza che non riusciremo a colmare almeno per tutto il 2014, perchè solo per il 2015 riusciremo a fare nuove assunzioni.”

Lei quindi predilige un aspetto politico nel suo successore :

“Per politico non intendo partitico : ”

E quali dovrebbero essere le sue caratteristiche?

“Uno che ha manifesta sensibilità ambientale : “

E come lo si evince questo?

“A nessuno dei presidenti gli si chiede un curriculum ma se uno è noto per avere questa sensibilità, tanto meglio. A me l’hanno chiesto perchè sono stato a lungo professore di Politica dell’Ambiente.”

Ma questo è un aspetto tecnico : quindi potrebbe venire dal mondo dell’università :

“Non necessariamente, può venire dal mondo dell’ambientalismo, dei comitati, dell’associazionismo, ce ne sono tanti. Non sto riducendo questo, ce ne sono tante, oltre alle quattro storiche, non si fa torto a nessuno dicendo il mondo dell’ambientalismo.”

Potrebbe fare un consuntivo di questi sei anni? Ci sono cose per le quali è valsa la pena fare il presidente del Parco o invece c’è stato altro che ha frustrato il suo operato?

“Quello che sarebbe importante poter dire e poter sapere, è se per gli altri è valsa la pena avermi come presidente. Ci sono state molte cose realizzate e molte altre ancora da fare. La maggiore manchevolezza è quella del miglior rapporto possibile con i cittadini, e in questo ci sono attenuanti e cause. L’attenuante è essenzialmente quella che siamo un parco giovane. Tra i parchi che hanno acquisito il massimo consenso di rapporto col cittadino ce n’è sostanzialmente uno ed è quello d’Abruzzo. Quello che oggi è diventato Abruzzo, Lazio e Molise e che ha novant’anni, gli altri sono invece poco popolati. Il Parco D’Abruzzo è un esempio significativo, perchè, quando nacque, nel 1923, fu molto avversato dai cittadini dei comuni che vi si trovavano all’interno, perchè questi, dediti essenzialmente alla pastorizia, dovevano vivere in un luogo dove doveva essere tutelato il lupo che si mangiava i loro agnelli!

C’era un conflitto che però è stato sanato nel corso degli anni, primo perchè gli agnelli mangiati vengono poi indennizzati, ma anche perchè, col passare dei decenni, la popolazione s’è resa conto che vivere in un parco come quello era un privilegio e che addirittura poteva essere un affare dal punto di vista economico. Ora non so se è ancora così ma in un comune del Parco, come Alfedena, c’era il maggior deposito bancario pro capite e, almeno in passato, c’erano comuni che spingevano per entrare nel Parco. Noi siamo invece un parco di diciotto anni, un parco anomalo, rispetto alla tradizione degli altri parchi perchè ha un’area sensibile dal punto di vista antropico e vulcanico. È un parco quindi, dove il messaggio ai cittadini deve arrivare preciso e chiaro. Questo messaggio non possiamo veicolarlo noi quindici ma devono farlo gli amministratori, che sono quelli che hanno il rapporto diretto, col Parco da una parte e i cittadini dall’altra. Questo non sempre avviene, quasi mai!”

In effetti la Comunità del Parco non ha dato grandi dimostrazioni di interesse negli ultimi anni, riunendosi solo in rare occasioni :

“Ma la stessa componente politica è venuta a mancare nello stesso consiglio direttivo. C’è poi l’idea che il Parco limiti la libertà! Ma cosa limita il Parco Nazionale? Limita un malinteso senso di libertà, perchè la libertà non è fare i propri comodi in spregio della legge. Se c’è un Parco e questo dice che non si costruisce abusivamente, non si distrugge la natura, non si interrano rifiuti e tutto questo si ritiene libertà c’è allora un contrasto insanabile! Se qualche amministratore ha fatto questo, è chiaro che noi ne abbiamo risentito negativamente, per cui, il nostro canale privilegiato di comunicazione è la scuola. Perchè con i docenti e gli studenti abbiamo un rapporto ottimo, abbiamo fatto delle cose bellissime negli anni passati. Se gli studenti comprendono e accettano quel messaggio lo trasmettono ai genitori, agli zii, ai fratelli etc.”

Questo è fondamentale ma molto spesso, questi ragazzi, devono affrontare situazioni contrarie a questi buoni auspici e che li influenzano negativamente. Non solo dalla famiglia che non è ricettiva ma anche dal contesto sociale che non è coerente col messaggio ambientale.

“Questo problema, che io sento molto, andrà sicuramente risolvendosi perchè, chi verrà dopo di me, si troverà un consiglio direttivo nel quale il cinquanta per cento è costituito dai sindaci. Allora, questo rapporto, inevitabilmente porterà ad un miglioramento. Perchè ci sarà una maggiore e diversa comprensione dei problemi e per quanto possibile superati.”

Quindi, lei auspica, con questa maggiore presenza politica, che il Parco non venga più visto come un ente che distribuisce solo fondi, denaro pubblico, nazionale o europeo che sia?

“Noi non siamo distributori di fondi! Però, per il semplice fatto di esistere, forniamo delle occasioni. Come è successo per i PIRAP.”

La speranza c’è, ma per sei anni, se non di più, l’elemento politico nel consiglio direttivo è venuto a mancare e questo s’è fatto vivo soltanto quando s’è parlato di soldi, non soldi che dà il parco, certo, ma che comunque elargisce come tramite e che sembra sia la sola cosa che interessi alle amministrazioni locali.

“I fondi che arrivano al Parco non danno ricadute al questo ma al territorio. Quando ho fatto la prima presidenza era presente la rappresentanza dei comuni nel consiglio direttivo e questa era molto attiva, una presenza pressante e propositiva e anche se avevamo minore possibilità di soluzione ce ne facevamo comunque portavoce presso il ministero.”

Per il Parco o tramite esso, si prevedono altri stanziamenti di fondi? E soprattutto le casse dell’ente languono sempre come ci accennò in passato?

“Io non mi voglio nemmeno tanto lamentare, come non ho fatto nelle ultime due relazioni al bilancio, sulla carenza dei fondi, perchè è vero che il ministero che riceve sempre meno fondi dal governo centrale ne distribuisce sempre meno agli enti periferici però, tutto sommato ce la facciamo anche perchè noi disponiamo di una discreta fonte che sono i proventi dei visitatori del Gran Cono : “

Proventi che potrebbero essere maggiori :

“Lo saranno sia perchè i visitatori stanno aumentando sia perchè stiamo rivedendo il rapporto con le guide.”

Abbiamo discorso su molti punti però non mi ha ancora detto se c’è qualcosa per la quale è valsa la pena affrontare quest’esperienza.

“La pena è valsa perchè comunque è stata un’esperienza che ha arricchito il mio patrimonio culturale ma fondamentalmente c’è stato un arricchimento nel rapporto con i terzi, con i cittadini, anche quando lo scambio non è stato cordiale, perchè poi, la mancanza di cordialità nel primo approccio si è sempre trasformata in una comprensione negli approcci successivi. Credo poi di aver avuto un merito, se così si vuol dire; siccome scrivo, scrivo su Repubblica e su altre testate nazionali, ne ho approfittato per veicolare il meglio del Parco. E poi c’è una cosa, il 23 maggio 2008, ci fu quel decreto ministeriale che trasformava una cava in discarica, una trasformazione in deroga, oltre che delle leggi, anche del buon senso. Noi, mi creda, abbiamo combattuto molto, ma probabilmente non quanto i cittadini si aspettavano, ma le assicuro che con un impegno personale di non poco conto e mettendomi contro il sindaco Capasso (sindaco di San Sebastiano ndr,) e il consigliere Sodano, con i quali ideologicamente ho un rapporto di amicizia, feci passare in provincia una cosa che loro hanno subito, ma sta di fatto che là si è incominciato a porre un freno alla discarica di cava SARI.

Infatti, in seguito a quell’accordo, Napoli fu bloccata negli sversamenti. Cercai una posizione di equilibrio che passò con i voti della maggioranza e non della minoranza a me vicina e che bloccava gli sversamenti a cava SARI. Bisognava trovare un equilibrio tra la maggioranza, che era berlusconiana e che non poteva mettersi contro il suo capo e una minoranza che voleva una soluzione più drastica e alla quale non piacque la mia mediazione. Dopo questo e dopo altre vicissitudini si impedì anche di aprire una discarica nell’immensa cava Vitiello e tutto questo non è avvenuto perchè esiste un Parco, per il semplice fatto di esistere! E anche per questo ne è valsa la pena.”

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