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Napoli. L’Ospedale degli Incurabili

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Nato per onorare un voto, è un ospedale santo e pilastro della scuola medica partenopea.

Il complesso di Santa Maria del Popolo degli Incurabili è ubicato nei pressi di Porta San Gennaro, la più antica della città; fu inaugurato il 23 marzo del 1522. Fortemente voluto dalla catalana Maria Lorenza Longo, del casato Richenza, sorse per onorare il voto che aveva fatto la nobildonna alla Madonna di Loreto: se fosse guarita dalla paralisi che l’affliggeva, avrebbe dedicato la sua vita agli ammalati.

Lorenza Longo nacque nel 1463; nel 1478 andò in sposa a Giovanni, Gran Cancelliere del regno di Spagna e segretario del re. Presto fu colpita da paralisi, ma, nonostante le difficoltà, nel 1506 seguì il marito nel Vicereame di Napoli. Dopo il pellegrinaggio a Loreto, dove ottenne miracolosamente la grazia della guarigione, nel 1509 rimase vedova con tre figli. Si dedicò, dunque agli ammalati, dapprima all’ospedale di S. Niccolò, presso Castel Nuovo; poi, attingendo al patrimonio personale, nel 1519, volle che fosse edificato l’Ospedale degli Incurabili, ancora oggi in funzione, in una città dove, tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, infuriarono epidemie di peste e colera; l’Ospedale fu chiamato così perché allora v’erano molti poveri che non potevano permettersi di curarsi.

Lorenza Longo fondò anche l’ordine delle monache Clarisse Cappuccine, dette delle 33, con approvazione, nel 1535, di papa Paolo III con la Bolla “Debitum pastoralis officii”, con cui proponeva di ripercorrere l’esperienza evangelica di Santa Chiara. Nel 1526 Lorenza Longo costruì, inoltre, una casa di ricovero per donne traviate; alcune si fecero suore, divenendo crocerossine antelitteram. Il complesso di Santa Maria del Popolo e Incurabili è imponente: fino al primo conflitto mondiale, lo si poteva ancora vedere da piazza Cavour: le mura iniziavano dalla strada sottostante, e predominava su via Foria e fino al largo Sant’Aniello a Caponapoli, dove una volta sorgeva l’acropoli greca.

L’ala prospiciente via Foria venne bombardata; resta ancora il corpo principale, col portale in piperno ed il cortile. Vi erano integrate più chiese, tra cui la principale, quella dedicata a Santa Maria del Popolo; attualmente, è chiusa al culto. L’ingresso si trova al vico Bianchi agli Incurabili; è composta da un unico locale con cappelle laterali, un altare maggiore in marmi policromi, opera di Dionisio Lazzari, realizzato tra il 1688 e il 1692. Nella chiesa, ormai svuotata, inoltre, si trovavano opere, come la scultura della Madonna col Bambino di Girolamo d’Auria, i monumenti funerari di Ferdinando e Andrea Di Capua di Giovanni da Nola (1531), un crocifisso di Marco Pino (1577) i dipinti di Belisario Corenzio raffiguranti il Martirio di San Filippo e quello di San Giacomo (1609-1610), e la Madonna del Popolo di Francesco De Mura (1776). Il complesso comprendeva anche il chiostro, l’orto ed il refettorio dell’antico convento “d’e cappuccinelle”, inglobati, poi, dall’Ospedale per ampliare le camerate e aprire nuovi reparti.

L’ Orto, confinante con il convento delle 33, era coltivato ad erbe mediche; oggi, al centro sorge ancora un vetusto albero di canfora. Il gioiello del complesso era la Farmacia; più volte rimaneggiata, l’attuale facciata, con il pronao e i portali, è attribuita a Domenico Antonio Vaccaro, mentre gli interni a Bartolomeo Vecchione. Lungo le pareti della Farmacia è allocata una scaffalatura in noce intagliato e un grande banco, opera di Agostino Fucito; le mensole intagliate sono, invece, di Gennaro Di Fiore. Lo stiglio ligneo, originariamente, conservava quasi cinquecento vasi policromi, opera di Donato Massa e Lorenzo Salandra, raffiguranti episodi della Bibbia, che, però, avevano una funzione decorativa, mentre gli antichi vasi da spezie, gli albarelli, avevano decorazioni blu.

Nel 1750 furono collocate sul pavimento le piastrelle di cotto e maiolica, opera di Giuseppe e Gennaro Massa, e un grande dipinto di Pietro Bardellino raffigurante Macaone che cura Menelao. I restauri furono eseguiti grazie alle elargizioni del benefattore Antonio Magiocca, di cui è conservato il busto di marmo, opera di Matteo Bottigliero. Molti dei tesori degli Incurabili, non solo gli arredi sacri, vennero dispersi, sottratti o trasferiti altrove. Da qualche tempo, l’associazione “Il faro di Ippocrate”, sostenuta dal prof. Rispoli e numerosi suoi colleghi, l’ha voluto come sede del “Museo delle arti sanitarie e della storia della medicina”,dove si conservano antichi manoscritti, stampe e strumenti appartenuti ad illustri clinici.

Inoltre, “Il faro di Ippocrate” si prefigge, di valorizzare luoghi dove l’aneddotica partenopea si è sbizzarrita, come la grande “terrasanta” cittadina, e “’o puzzo d’e pazze”, il pozzo dei pazzi, dove “Mastuggiorgio”, il dottor Giorgio Cattaneo, voleva curare i suoi pazienti neurolabili calandoli nell’acqua gelata. Già come Ospedale degli Incurabili nacque santo; scrive padre Agostino Falanga: «La storia di questo Ospedale, che fu il ‘Principe’ fra tutti gli altri, ebbe una grande portata sotto tutti gli aspetti: etico, religioso, scientifico e umanitario, e ciò si rileva dalla interminabile teoria di personaggi che sempre lo frequentarono».

Ben trentatre figure di santi, beati e venerandi hanno avuto rapporti con quest’ospedale, a cominciare da Lorenza Longo, veneranda, per finire con San Giuseppe Moscati, non solo santo ma illustre clinico, ma anche san Gaetano di Thiene, il beato Bartolo Longo, sant’Alfonso Maria De’ Liguori, tra gli altri, e predicatori come il riformista Juan Valdés e l’eretico Bernardino Ochino. Dalla sua fondazione, come gli altri nosocomi della città, ebbe funzione non solo di luogo di cura del corpo e dell’anima, ma fu vera e propria scuola medica, continuando la grande tradizione di quella salernitana, soppressa nel 1300. Vi operarono ed insegnarono grandi medici: fu una fiorente clinica, con maestri del calibro di Marco Severino, Leonardo di Capua, Mario Zuccaro, Luca Tozzi e Tommaso Cornelio, tra gli altri.

Nella Napoli postunitaria, i reparti di medicina, chirurgia, ostetricia e oftalmica furono eccellenze del sistema sanitario campano; nel corso degli anni ne fecero parte clinici del calibro di Domenico Cotugno, Michele Troia, Francesco Petrunti, Antonio Cardarelli, Giuseppe Moscati, Luigi D’Amato, così come il naturalista e medico Domenico Cirillo, che prese parte ai moti rivoluzionari del 1799.
Gli Incurabili, inoltre, fu anche la prima sede del l’Ordine dei Medici napoletani. Chi visita l’Ospedale degli Incurabili, ancora oggi viene catturato da un’aura particolare; il segno di Lorenza Longo e Giuseppe Moscati permane forte tra quelle imponenti mura, simbolo del servizio e dell’amore verso il prossimo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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