Gli operai di Pomigliano esprimono amarezza e disappunto per le parole dell’ad del Lingotto, che ha dichiarato il piano Fabbrica Italia “superato”. “Speriamo che non si rimangi le promesse, altrimenti, che vada via”, il monito dei lavoratori.
Fiat di Pomigliano, il giorno dopo le dichiarazioni di Marchionne. Scontento, rabbia, amarezza segnano gli sguardi di chi ci aveva creduto, di quel 63 per cento di operai che nello storico referendum dell’11 giugno 2010 aveva detto di si al piano Fabbrica Italia, alla “rivoluzione” sindacale e industriale voluta dall’amministratore delegato abruzzese.
«Siamo delusi da ciò che ha detto», sintetizza un giovane intento a fare ingresso in fabbrica. Alle due del pomeriggio, orario d’inizio del secondo turno, tira una brutta davanti al varco operai dello stabilimento. Voglia di parlare ce n’è davvero poca ma chi decide di dire la sua lo fa senza usare mezzi termini. «Siamo molto preoccupati», sbotta un altro lavoratore. Il desiderio di parlare c’è ma nessuno vuole rivelare il suo nome o la sua mansione. Un signore in tutta fretta dichiara soltanto di avere 40 anni e di avere moglie e figli. Poi però ci ripensa, si volta e lancia una sorta d’appello: «Speriamo di no, speriamo che Marchionne non ritiri quello che ha detto, che mantenga la promessa».
Luigi, 48 anni, da 20 in fabbrica, non è un operaio di Fabbrica Italia. Lui non è stato riassunto ai sensi del nuovo contratto dell’auto, inviso alla Fiom. E’uno dei circa tremila addetti ancora alle dipendenze di Fiat Giambattista Vico, la società che sarà dismessa il 13 luglio del 2013 e a cui appartengono migliaia di cassintegrati. «A Marchionne – afferma Luigi – non importano l’industria, l’occupazione. A lui importa solo la finanza. Comunque secondo me le sue parole sono anche l’inizio del suo addio alla Fiat, almeno lo spero per tutti noi». La giornata amara viene resa più cupa da un episodio sconcertante. Un fantomatico ente di formazione obbliga i cassintegrati a presentarsi a dei non meglio precisati corsi di aggiornamento professionale, pena il licenziamento definitivo da parte della Fiat.
L’ordine giunge ai cassintegrati via sms. Ma è una bufala e Vittorio Granillo, leader dello Slai Cobas, denuncia tutto ai carabinieri. Intanto gli ambienti sindacali partenopei sono in estrema fibrillazione. «Non c’è tempo da perdere: il governo deve intervenire in modo energico, capillare», dice Luigi Mercogliano, segretario regionale della Fismic. Ma Giovanni Sgambati, segretario regionale della Uilm Campania, ribadisce la giustezza della linea del si a Marchionne spiegando che «alla luce di ciò che sta accadendo è ancora più importante ciò che è stato fatto per Pomigliano, con gli investimenti e la difesa della fabbrica».
C’è un clima da resa dei conti. Lo confermano le parole di Francesco Percuoco, ex delegato della Fiom di Pomigliano: «I sindacati firmatari dell’accordo sapevano dal primo agosto scorso che Fiat voleva rivedere il piano Fabbrica Italia, e lo ha sottolineato lo stesso Lingotto: sarebbe stato opportuno che ad informare i lavoratori fossero stati loro, e non la Fiat come, invece, è accaduto . Purtroppo – la frecciata dell’esponente Fiom – avevamo visto giusto e le dichiarazioni di Marchionne avranno spiazzato chi credeva nella Fiat, non certo noi». E martedì prossimo, a Pomigliano, stati generali dei cassintegrati Fiat. L’obiettivo è di pianificare «l’autunno caldo di Pomigliano in caso di mancate risposte sul fondamentale fronte della crescita».


