Dopo la cacciata degli operai che avevano inscenato il suicidio del manager il grande artista italiano scrive sulle pagine de “Il Manifesto” un commento senza mezzi termini nei riguardi dell’amministratore delegato del Lingotto.
Moni Ovadia non ha dubbi e lo scrive, senza tenere la mano frenata. Per il grande artista poliedrico i licenziamenti dei quattro operai cassintegrati dello stabilimento logistico di Nola, che avevano inscenato il suicidio di Marchionne e il suo funerale con tanto di fantoccio, patibolo e barabaule, sono nient’altro che “la reazione più tetragona e ottusa che la Fiat potesse avere”. “Marchionne che uomo è ? – chiede Ovadia dalle pagine de Il Manifesto – L’imprenditore lo conosciamo, ma l’uomo? . Un paio di osservazioni possiamo tentarle – spiega lo scrittore, attore e drammaturgo – l’uomo pare sprovvisto di distanza ironica e di senso dell’umorismo, ma anche di quell’aleatorio ma provvidenziale sentimento scaramantico per il quale sai che quando si sogna, ovvero si rappresenta la morte di una persona, gli si allunga la vita”.
Dunque il licenziamento degli operai come la più bieca delle reazioni, priva di senso. Operai cassintegrati che al contrario, lo scrive sempre Ovadia, hanno invece tutto il diritto di reagire al pericolo di una vita sfruttata, deprivata e insulsa nella condizione dell’inattività in cui si è costretti. Condizione che può annientarli fino alla morte. “L’operaio e l’operaia Fiat che si sono tolti la vita – aggiunge l’artista facendo riferimento a Maria Baratto e Pino De Crescenzo, i due addetti del reparto logistico di Nola che si sono suicidati rispettivamente nel maggio e nel febbraio scorsi – non hanno potuto accettarsi come deiezioni umane, sono come una coltellata nelle anime e nei corpi dei loro colleghi che non possono, almeno in qualche misura, non vedersi nella decisione dei due suicidi. Devono dunque reagire per non cedere, per ricomporre la loro identità di lavoratori e di esseri umani. Alcuni di loro lo hanno fatto inscenando un atto teatrale: la rappresentazione del suicidio, per rimorso, del Padrone. Di colui che da quando ha assunto il ruolo si è caratterizzato per totale insensibilità nei confronti della condizione del lavoro”.
Il fondo di Ovadia del resto ha un incipit chiaro circa gli episodi che hanno spinto la Fiat a licenziare: “I suicidi reali di operai, artigiani, piccoli imprenditori depauperati sono atti disperati, grida di denuncia della brutalità di un edificio sociale che ormai ha messo al suo centro la sola dimensione economica. Intesa peraltro non come attività mirante ad una legittima produzione di reddito al servizio della creazione di una vita prospera, culturalmente ed eticamente intensa, bensì a consentire da un lato l’accumulo di ricchezze smisurate e di potere, da parte di pochi privilegiati e dall’altro lato ad impoverire le moltitudini di lavoratori, precari, semi occupati, disoccupati”.


