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Le ricette di Biagio. Orecchiette verde mare alla “Maria Marì”

L’eros come desiderio e come tormento: la rucola e gli scampi. Il tema della sofferenza d’amore nella canzone napoletana, la “manella ” di ” Maria” e le donne di Domenico Morelli che sono belle, ma non vogliono essere sensuali.

Orecchiette verde mare. Ingredienti: orecchiette di pasta fresca 500gr., scampi 300gr.; pomodorini “pachino” 250 gr.; rucola 50gr.; ½ bicchiere di vino bianco( o di brandy); olio aglio sale q.b.
Incidere su entrambi i lati gli scampi, poi disporli in un tegame con olio e spicchi di aglio; far soffriggere per pochi minuti e versare il vino bianco ( o il brandy); quando il vino evapora, aggiungere i pomodorini tagliati e far cuocere per circa dieci minuti, in attesa che le orecchiette raggiungano il punto della perfetta cottura. Quando l’ hanno raggiunto, amalgamare il tutto e sull’ “amalgama” far piovere rucola spezzettata. C’è chi gradisce anche un pizzico di panna o uno spruzzo di parmigiano.

Biagio Ferrara

A prima vista, è il piatto dell’amore sensuale, del desiderio. Lo osservi, incominci a gustarlo e pensi che dentro ci siano l’estate, il mare, la forza creatrice della natura, la Nuda Bellezza ( o la Bellezza Nuda, compresa quella che si manifesta sulle spiagge e nelle strade assolate). La suggestione viene dalla forma delle orecchiette, da tutto ciò che si dice sui poteri afrodisiaci della rucola e degli scampi. E dal brandy. L’autore della ricetta suggerisce, per la preparazione, vino bianco o brandy. Io preferisco il brandy, perché credo che sia più adatto del vino a raffinare e a smagrire la densa morbidezza e gli umori della polpa degli scampi, anticipando l’ azione di contrasto del tono amaro della rucola e orientandola verso il particolare sapore del pomodoro “pachino”.

Credo che a tavola uno splendido compagno di questo piatto sia il “Vigna del Vulcano lacryma Christi doc 2006” di Villa Dora, un vino maestoso, dalla struttura calda e luminosa in cui si dispongono, armoniose, note fresche di ginestra e la pienezza matronale delle note di albicocca vesuviana. Ho già scritto che la florida e matura giovinezza di questo vino mi ricorda una donna di Renoir: mi riferivo al ritratto di Tilla Durieux ( v.foto), che il Maestro dipinse nel 1914, e che merita un articolo: lo merita il quadro, lo merita la donna bella e terribile.
Dunque, piatto dell’amore, ma anche dell’ ombra dell’amore, che è la sofferenza; piatto del desiderio, sì, ma condito dalla paura che questo desiderio resti inappagato, che sulla strada che porta all’obiettivo ultimo spuntino, all’improvviso, e uno dietro l’altro, gli ostacoli.

Ci avverte del pericolo l’orecchietta, che se non è di prima qualità, si rompe, e non è una bella cosa; ci avverte la rucola, che è erba ambigua: i vesuviani, per esempio, attribuivano all’ “arucola di Spagna” solo la virtù di mitigare la tosse, e con l’aiuto della senape, di contrastare lo scorbuto. Ci avverte la corazza dello scampo, che protegge la polpa dalle armi culinarie e impone a chi vuole conquistarla, questa benedetta polpa, pazienza e destrezza nell’uso di forchetta e coltello. Ci avvertono, soprattutto, le chele, a cui noi abbiniamo fatalmente l’immagine delle forbici e l’idea del taglio e del troncamento. Arrasso sia… E’ la doppiezza di aragoste, scampi e loro parenti.

In nome del desiderio intenso che non è agevole appagare questo mirabile piatto può essere abbinato a quasi tutte le canzoni napoletane, perché pare che a Napoli solo l’amore infelice e il desiderio disperato abbiamo ispirato poeti e musici della canzone. A me è venuta in mente per prima “Maria Marì”, che l’editore Bideri pubblicò nel 1899: i versi erano di Vincenzo Russo, la musica, memore di un’aria di Verdi, di Edoardo Di Capua. “ Arapete fenesta/ famme affaccià’ a Maria,/ ca stongo ‘mmiez’ ‘a via/ speruto da vedè’/ Nun trovo n’’ora ‘e pace: ‘a notte ‘a faccio juorno / sempe pe’ sta’ ccà attuorno/ speranno ‘e ce parlà’..”. Dopo tanto strazio finalmente si apre “’na senga ‘e fenestella” e “ Maria cu ‘a manella / ‘nu segno a me mme fa.”. E l’innamorato interpreta quel segno come gli suggeriscono l’amore e la lunga attesa.

Invece le splendide ragazze del “ Bagno pompeiano” di Domenico Morelli, la cui immagine apre l’articolo, non fanno segni allo spettatore, nemmeno con la “manella”: lo spogliatoio delle terme è chiuso da ogni parte. Morelli fu un tipo strano: il suo pennello ha dipinto nudi di donna sontuosi, che per lo splendore del disegno e dei colori possono gareggiare con i nudi di Fortuny e di Renoir. Ma aveva paura della sensualità, e cercava di smorzarla in ogni modo: uno studioso inglese giudicò ridicolo il quadro “ Le tentazioni di Sant’ Antonio”, in cui le donne, che dovrebbero rappresentare la tentazione, sono nascoste sotto la stuoia (v.foto).

Nel “ Bagno” Morelli ha dipinto tutti gli scorci, diciamo così, del corpo femminile, ma dividendoli tra le varie figure: e le figure vengono difese contro il pericolo di apparire sensuali da panni, lenzuola, gesti e torsioni, perfino dai giochi di luce: forse solo una, quella che appoggia il ginocchio sulla panca, sfugge alle tormentate “riserve” dell’artista.
Una storia del nudo di donna nella pittura napoletana merita di essere scritta, magari abbinando ogni nudo a un vino o a un piatto.

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