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L’autunno caldo parte dalla Fiat di Pomigliano

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L’estrema sinistra politica e sindacale attacca la fabbrica della Panda per bloccarne le produzioni. Sul posto anche i senza salario dell’Astir e dei consorzi di bacino, i disoccupati Bros, i militanti dei centri sociali di mezza Italia.

Il territorio napoletano come l’Italia degli anni Settanta. Comunisti, ribelli, rivoluzionari, anarchici. Extraparlamentari provenienti dai centri sociali più duri del Paese. Tutti uniti contro il nemico comune, Sergio Marchionne. Tutti presenti all’alba di stamane davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano nel tentativo di paralizzare la grande fabbrica automobilistica, simbolo e gioiello del nuovo potere assunto dall’amministratore delegato italo canadese.

Tra gli ispiratori dell’assedio c’è Oreste Scalzone, storico fondatore di Autonomia Operaia e di Potere Operaio. “Se riusciamo a bloccare Pomigliano cominciamo ad abbattere un pezzo di capitalismo italiano che vuole mettere in ginocchio i più deboli”, le frasi di fuoco pronunciate dall’extraparlamentare umbro, che ieri pomeriggio ha parlato di Fiat e precarietà nel laboratorio occupato “Ska” di Napoli, davanti a una folla di studenti universitari. Sono mesi che l’estrema sinistra nazionale sta studiando un modo per paralizzare lo stabilimento “ simbolo del Marchionne pensiero”.

Due i tentativi fatti quest’anno, entrambi falliti. Il primo, risalente al 15 giugno, sabato di recupero produttivo, finì sul nascere tra un parapiglia con i carabinieri e qualche manganellata andata più o meno a vuoto. Protagonisti pochi Cobas del comitato di lotta cassintegrati e licenziati Fiat. Il secondo, quasi immediatamente successivo, l’ultimo sabato di recupero, il 22 giugno, svanì in una bolla di sapone colorata da un conflitto tra i Cobas e la Fiom di Maurizio Landini, presente sul posto. Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil maldigeriva la presenza dei militanti dei comitati di base e dopo circa quindici minuti di picchetti ordinò la smobilitazione, lasciando gli extraparlamentari, una trentina in tutto, a fronteggiare un massiccio spiegamento di forze dell’ordine.

Fortunatamente l’imbarazzante isolamento non degenerò nello scontro violento. Se ne tornarono tutti a casa. Ora però i Cobas ci hanno riprovato, stavolta senza la Fiom, con la quale i rapporti sono divenuti troppo difficili.

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