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Lauro: la prima Festa dell’ Agricoltura è stata un rito augurale di Abbondanza

La società del Vallo di Lauro “sente” ancora la sacralità della Natura e l’ethos dei principi della civiltà contadina: lo ha confermato la suggestiva corrispondenza tra i valori dei vari livelli della manifestazione.

 Ho avuto la fortuna di partecipare alla prima festa dell’ Agricoltura., che si è tenuta a Lauro sabato 11, dopo aver letto alcune pagine dell’opera, non ancora pubblicata, che il prof. Pasquale Moschiano ha dedicato ai monti sacri del Vallo di Lauro e alla storia di una religiosità profonda in cui i valori della Natura annodano il passato al presente. Il primo sguardo d’insieme sulla piazza di Lauro, sulla gente che si muoveva attenta e incuriosita tra i padiglioni, mi ha richiamato alla mente la luminosa nota che il prof. Moschiano scrive sulla Madonna dell’ Abbondanza venerata a Marzano, sulla funzione simbolica di quella intitolazione, sulla splendida coerenza tra quel simbolo e il rito della distribuzione del pane a tutti i cittadini.

La prima Festa dell’ Agricoltura è stata un augurio di abbondanza, grazie alle idee degli organizzatori, e al grande numero di visitatori, attratti dalla certezza che nell’antica piazza, davanti al castello dei Lancellotti, si sarebbe svolta non una stanca e improvvisata esibizione di assaggi, di passi perduti e di chiacchiere, ma una cerimonia costruita su un progetto chiaro e ambizioso, sui sentimenti e sulle emozioni, sulla volontà collettiva di ricordare per costruire e per continuare a sperare.

E dunque tutto si corrispondeva, in questa festa: la vivace soddisfazione dei visitatori, l’immagine dell’abbondanza disegnata dalle ‘nzerte dei salumi, antico vanto del Vallo, profumati e dal sapore intenso e senza pause, le sfavillanti distese dei dolciumi tipici della tradizione, le schiere solenni delle bottiglie di vino, i virtuosismi musicali di un’orchestra sapiente, e il candore attraente e sornione delle caciotte, chiamate a raccontare i fasti della pastorizia del territorio, che ancora resiste, più forte dei lacci della burocrazia e della ignoranza specifica dei politici di Napoli e di Roma. Ascoltavo il Maestro casaro che mi parlava del suo progetto di creare un cacio ai tartufi – i mirabili tartufi del luogo -, e intanto ricordavo, per lampi, la pagina in cui il prof. Moschiano descrive la processione del 3 maggio, in cui i Tauranesi vanno per la montagna dietro al sacerdote che benedice i campi e le selve già illuminati dall’energia vitale della primavera.

Nel concerto dei colori, che si riflettevano nelle bolle di sapone “evocate” per gli sguardi affascinati dei bambini da un artista di strada, si inserivano a meraviglia anche i colori delle macchine di cui oggi si servono gli agricoltori.
La suggestione orienta occhi e pensiero. Sarebbe stato bello raccontare alla gente la storia mirabile dell’olio del Vallo, e delle furiose battaglie per il possesso degli oliveti combattuta nella seconda metà del Settecento da privati e da ordini religiosi. E i piatti preparati dagli amici dell’associazione “Fonte Nova” erano un documento non solo di arte culinaria, ma di storia, della storia vera, quella scritta dagli umili attraverso l’epica della quotidiana battaglia per sopravvivere. E perciò ho percepito come un canto di vittoria il fascio di profumi che saliva dalla zuppa dei fagioli, dalla botticella del vino (v.f.), dagli spaghetti con il trito di nocciola, dall’incantesimo delle penne con i porcini del territorio, che fecero parte del menù dei briganti del Vallo.

Mi auguro che gli amici di “Fonte Nova” percorrano la strada imboccata fino a un obiettivo – uno degli obiettivi – che essi possono e devono raggiungere, anche con l’aiuto dell’ Amministrazione Comunale di Lauro, così sensibile ai progetti di vasto respiro culturale: mi aspetto, insomma, che “Fonte Nova” ricostruisca, ai fornelli e con le parole, la storia sociale della cucina del Vallo, che è una storia affascinante. Nello stand dell’associazione erano state esposte alcune copie dell’ultimo numero del “magazine il mediano.it”, dedicato al baccalà: mi permetto di ricordare agli amici che il baccalà occupò un posto importante nell’economia, e dunque nella cucina, di questo complesso territorio che congiunge il Nolano all’ Avellinese.

Un giovane arrostiva castagne (v.f.) con un antico strumento: anche i suoi gesti erano memori di tempi lontani in cui le castagne sfamavano i poveri: e c’è chi ancora continua a scrivere che i poveri delle province campane mangiavano allegramente maccheroni a pranzo e a cena e forse anche a colazione. Scriveva Emmanuele Rocco, nel 1866, che le “verole”, le castagne arrostite, “bruciate”, e il vino “ sono per i Napoletani come pane e cacio”: finita la stagione delle castagne “bruciate” e “allesse”, cioè bollite, “eccoti le castagne spezzate, che sono castagne secche senza scorza, fatte rivivere mercé la bollitura, e in quell’acqua ove rinvennero s’immollano e si inzuppano delle piccole pagnotte.”

Qualcuno potrebbe dire che non c’è nesso tra l’arrostire castagne e il motto “Il mondo che vorrei” stampato sulla maglietta del giovane. Credo che il legame ci sia, perché la castagna è simbolo dell’abbondanza che sa essere solidale, nello spirito della civiltà contadina. Solidali le castagne, solidale la zuppa di fagioli, preparata da “Fonte Nova”: una parte della sua “cotta” di fagioli la massaia di un tempo non remoto la metteva da parte per la vicina di casa.
E’ stata una Festa ricca di segni e di fascino, immersa in un’atmosfera particolare, in cui non c’era spazio per parole che fossero gusci vuoti.

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