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Napoli

La città duale di Amato Lamberti. Quanto serve esportare solo un’idea negativa di Napoli?

E’ giusto parlare dei problemi della città solo se sono propagandate, con la stessa intensità, tutte quelle attività che rendono il territorio meritevole di attenzione e in certi casi propulsore di innovazioni culturali.

Oltre quelli di Striscia la Notizia, sono svariati i servizi televisivi e gli articoli che di recente etichettano Napoli come il cancro della Nazione.

Per carità, ci sono buone ragioni per pensare che sia esattamente così, soprattutto per chi non vive il territorio e che quindi non ha la possibilità di sapere che l’impegno e il rinnovamento culturale camminano di pari passo con la stagnante percezione di quell’insicurezza urbana con cui da tempo immemore conviviamo. Esistono dei sistemi, consuetudini sociali, devianze inconcepibili che vanno accuratamente denunciate e vanno giustamente portate all’attenzione dell’opinione pubblica. Non farlo sarebbe pericoloso, rischierebbe di alimentare omertà e disinteresse, sminuendo la gravosità di metodologie atte a rendere il territorio napoletano ancor più disagiato.

Altra cosa invece è quel drammatico fascino antico dell’accanimento mediatico contro questa regione. Esiste un’altra visione che troppo spesso i canali mediatici non solo sottintendo ma addirittura nascondono: quante volte avete provato a dire "Napoli non è solo questo schifo"? Probabilmente anche voi lo avrete ripetuto chissà quante volte a quei turisti sempre più basiti dalla "città del malaffare". Lo abbiamo ripetuto talmente tante volte che la stessa espressione ha perso credibilità, in contrapposizione alla sempre viva necessità di affossare le qualità locali, le capacità e le consuetudini positive di questa città.

Non nascondiamoci dietro un dito, Napoli è in cattivo stato da tempo indeterminato, così come però, e questo deve essere specificato con cura scientifica, Napoli è anche la città delle eccellenze e delle bellezze. Questo ragionamento non si limita al solito tentativo di salvare l’onorabilità della città, piuttosto tenta di aprire un dibattito su quanto sia necessario mettere in mostra il marcio così come il buono. La "città duale" così come la definiva Amato Lamberti è una realtà contemporanea ricca di infinite peculiarità positive che devono essere assolutamente evidenziate proprio per evitare il proliferarsi di quel suo lato distruttivo, e questo non va fatto per preservare la suscettibilità della Napoli bene, ma va fatto piuttosto per alimentare un ottimismo economico che rischia di soffocare sotto il peso di un’assenza totale di opportunità sociali, già scarsamente nutrite da un insostenibile menefreghismo ben spalleggiato da stereotipi dispregiativi.

E’ attraverso questi stereotipi che spesso gli investimenti falliscono, la corruzione criminale prolifera e Napoli resta, sempre e comunque, la città dolente. Ecco quindi impellente la necessità di trattare non solo il marcio della città ma anche i fattori che determinano il suo dualismo dove il lato negativo si mescola con quello positivo creando caos e contaminazioni. A dare man forte a questa dinamica ci pensa, ovviamente, il processo impietoso delle divulgazioni mediatiche. La gente perbene che osserva il male e lo combatte quotidianamente, ha bisogno di riflettori e ad avvalorare questo ragionamento sui rischi di evidenziare solo un aspetto di quel dualismo, è utile rivolgersi all’analisi del Sociologo Amato Lamberti che qualche anno fa così scriveva:

"A Napoli la devianza cresce sia quando diminuisce sia quando aumenta l’occupazione; aumenta anche con il crescere del reddito pro-capite e con l’aumento dei consumi; cresce con il crescere della scolarizzazione, del consumo di quotidiani e di televisione, di cinema e di teatro, dei consumi cosiddetti culturali. A Napoli sembra stabilizzata una situazione paradossale: lo sviluppo fa sviluppare anche la devianza e la criminalità. Questa situazione è paradossale solo in apparenza, e solo perché si continua a ragionare in termini unitari della realtà napoletana, senza rendersi conto dell’esistenza di una dualità profonda, storicamente consolidatasi e che ormai si riproduce allargando la frattura e le distanze.

La società napoletana non è un qualcosa di unitario attraversato da differenze anche vistose e segnato da stratificazioni numerose e profonde: essa è costituita da due società separate e distanti, che vivono sullo stesso territorio, che spesso vengono a contatto anche fisicamente ma che mantengono una reciproca assoluta estraneità sul piano culturale e su quello dei modelli di azione sociale. È chiaro che si tratta di un modello teorico, utile per analizzare dei fenomeni sociali che non sempre può essere ritrovato nella realtà, dove sono frequenti i casi di meticciamento sociale e culturale. Bisogna però anche dire che è possibile, a Napoli, ritrovare, per così dire, allo stato puro queste due diverse configurazioni sociali e culturali.

A Napoli ci sono, insomma, due società: una moderna, che lavora e produce, va a scuola e consuma cultura, che ha standard di comportamento paragonabili alle situazioni più avanzate del resto d’Italia; l’altra, arretrata, analfabeta, con una cultura arcaica intrisa di violenza e sopraffazione anche al suo interno, che sopravvive parassitando l’altra società, o mettendo in piedi un mercato parallelo di tipo illegale. Non si tratta né di un fenomeno di oggi, né di un fatto recente. Già Salvemini nel 1906 notava come Napoli fosse una strana città dove metà della popolazione lavorava per mantenere anche l’altra.

E per certi versi la situazione è ancora oggi la stessa e questo spiega perché, nonostante gli sforzi della società moderna di svilupparsi e modernizzarsi, i risultati siano così poco significativi e percepibili, almeno per quanto riguarda l’esistenza di forti zone ed aree di arretratezza e di degrado. Tanto per fare un esempio: sono circa settemila le persone che a Napoli vivono – e molti sostengono intere famiglie – facendo i posteggiatori abusivi o semi-abusivi, con un prelievo annuo sull’intera collettività di circa 252 miliardi delle vecchie lire (il che equivale ad una tassa aggiuntiva di 650.000 lire per ciascuna famiglia, quasi 325 Euro).

In pratica la Napoli che lavora e che produce deve trascinarsi appresso questa situazione che la frena nel suo sviluppo. Napoli, in un certo senso, è il migliore esempio di quella situazione, recentemente illustrata da un sociologo come Donolo, di società che funziona nonostante l’incapacità delle istituzioni ad affrontare i problemi e le condizioni strutturali di disgregazione e di crisi. Queste due società, avendo cultura ed economia propria, si riproducono anche in maniera diversa e separata. I fenomeni di disgregazione e di devianza che caratterizzano la situazione napoletana hanno così radici strutturali e non possono essere considerati come disturbi del funzionamento alterato dei rapporti sociali ed economici.

L’area dell’emarginazione è a Napoli così vasta, anche numericamente, (circa 1/3 della popolazione) perché non è solo il risultato di processi sociali complessivi che impediscono ad alcuni strati sociali di fuoriuscire dalle condizioni di emarginazione, e che, gettano, continuamente altri dentro una emarginazione ancora più sofferta perché risultato di fuoriuscita dal mondo del lavoro. A Napoli c’è una emarginazione che ha a che fare con la prima società, dove si è emarginati perché si è perso il posto di lavoro o non si riesce a trovarlo perché non si riesce a fare il salto da lavoro saltuario e sottopagato a quello garantito; perché non si possiede il titolo di studio necessario per trovare un inserimento lavorativo qualsivoglia ma non precario.

Ma c’è anche una emarginazione di altro tipo che è quella dell’appartenenza alla seconda società, dove anche si ripropone la stratificazione sociale; dove c’è chi ha più e chi ha di meno; dove c’è chi è proprietario e chi no; chi dà lavoro e chi il lavoro lo cerca. Una seconda società dove il problema non è tanto avere o no lavoro, ma quale tipo di lavoro o di attività. Dove l’economia è quasi tutta di tipo illegale e frequentemente, anche di tipo criminale. Questo è un dato sconvolgente di Napoli anche se non unico. Per molti versi la situazione di Napoli assomiglia a quella di città come Tangeri, una volta, ed oggi Istanbul, Singapore, Hong Kong, dove convivono, per ragioni diverse, una economia legale ed una economia illegale e dove ciascuna alimenta lo sviluppo di una società separata dall’altra, ma dove il denaro è l’unica cosa che circola tra le due società.

Nella prima società la dinamica sociale è quella tipica di società moderne, dove le opportunità disponibili crescono o diminuiscono a seconda degli andamenti del mercato; dove ci si può arricchire ma anche restare senza lavoro, dove si può andare a scuola ma anche non trovare sbocchi occupazionali; dove le trasformazioni sono costanti e la mobilità sociale accelerata; dove la modernizzazione anche dei costumi e degli stili di vita è continuamente promossa dal martellamento dei mass-media e dalla pubblicità. Anche a Napoli, i problemi di crisi occupazionale riguardano sostanzialmente gli appartenenti alla prima società, vale a dire, quelli in qualche modo protetti; quelli che posseggono i requisiti anche culturali per un inserimento a pieno titolo nella dinamica sociale moderna.

Nella seconda società la dinamica sociale è solo apparentemente eguale, nel senso che dà egualmente luogo a differenziazioni e stratificazioni, ma le opportunità sociali ed economiche sono di altro tipo e sono governate non dal mercato ma da alcune persone che in modi e forme organizzate gestiscono il mercato illegale e quello criminale".
(Fonte foto: Rete Internet)

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