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E’ la storia di una giovane madre, che, tra lacrime e prove di coraggio, percorre un “viaggio” attraverso la dura realtà del proletariato afflitto dalla crisi economica. L'”impostazione” dell’opera consente più letture. Da qui la varietà dei giudizi.

“Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; un giorno vedremo faccia a faccia”, così recita Paolo di Tarso, così i registi belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, seguendo le orme dei grandi maestri del neorealismo francese come Truffaut e Godard, mostrano la realtà allo spettatore, “faccia a faccia”, spogliandola di tutti i complicati e inutili ornamenti.

“Due giorni e una notte”, il nuovo film dei fratelli Dardenne, vede come protagonista Sandra, interpretata da una straordinaria, quanto mai impeccabile Marion Cotillard. Sandra è una giovane impiegata che, uscita (ma non del tutto) da una profonda depressione, vorrebbe tornare a lavoro. Purtroppo la giovane donna viene licenziata e per riavere il proprio posto dovrà chiedere ai suoi ex colleghi (vittime di un meschino ricatto aziendale) un sacrificio, e cioè che ognuno di loro rinunci al bonus annuale di mille euro per permetterle di riavere il lavoro. Sandra, consapevole della richiesta pesantissima che si appresta a fare, in due giorni e una notte bussa a porte che a volte troverà aperte, altre volte chiuse. Questi giorni volano tra sconfitte, piccole vittorie, lo sconforto totale, l’orgoglio e la speranza, ma alla fine la protagonista riuscirà ad ottenere un’importantissima vittoria. L “‘umanesimo” dei Dardenne ci scopre la realtà vera del lavoro più di mille articoli di giornale e di mille servizi televisivi: è un umanesimo crudo, demoniaco, diabolico, direi, nel mettere a nudo spietatamente il deserto lasciato dalla crisi economica in Europa. Sandra ne è il ritratto perfetto: magra, emancipata, depressa, non ha più un lavoro, ma non si perde di coraggio: malgrado tutte le difficoltà va alla ricerca della solidarietà, non di un’elemosina.

Tutti coloro che le vivono accanto, dal marito ai colleghi, rappresentano il proletariato europeo, quel proletariato che combatte quotidianamente con la paura dell’incombente povertà, una paura che porta via danaro, speranze e dignità, e costringe donne e uomini ad accettare, per sopravvivere, qualsiasi tipo di lavoro, a qualsiasi condizione.. La macchina da presa mobile dei Dardenne segue Sandra tra le strade della città, registra le sfumature più segrete della sua storia, le inquadra e le racconta in modo che risultino immediate, coinvolgenti, direi urtanti. Solo in questo modo ogni azione della protagonista si inquadra in una dimensione morale., diventa un’esperienza per lei e una lezione per noi. Indubbiamente il film in numerosi punti risulta monotono, il calvario della protagonista e il faticoso viaggio verso la riconquista della dignità hanno spesso il ritmo didattico della protesta sociale, e non sempre l’opera sfugge al pericolo di scadere a reportage della denuncia sindacale della classe operaia. Va però sottolineato che la forza di “Due giorni e una notte” sta proprio nel suo realismo trasparente, reso senza storture da una cinepresa che non stacca mai lo sguardo dalla realtà, vuole solo essere sincera e convincente. Il risultato non è l’idealizzazione di un certo modello di classe sociale: anzi, Marion Cotillard, costantemente in lacrime e imbottita di antidepressivi, è, non uno stereotipo, ma un personaggio capace di suscitare comprensione senza scadere nel patetico.

Insomma, questo è un film che parla in modo diverso agli spettatori. I giovani, che vivono e sentono il dramma della disoccupazione e di una società ridotta a un sistema di caste in cui solidarietà e spirito civico suonano come parole senza senso, trovano nel film, prima di tutto, una corrispondenza di sentimenti e anche di immagini. Gli altri vedono solo il documento di una situazione storica, e quindi possono concentrarsi sulle qualità artistiche del film, e concludere che i fratelli Dardenne avrebbero potuto costruire un’opera stilisticamente più raffinata. Ma forse non hanno voluto.