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Il lacryma Christi rosso “Forgiato” è un monumento alla storia del vino vesuviano e dei vigneti di Terzigno

I grandi vini raccontano la storia di terre e di uomini. I vigneti di “Villa Dora” appartennero ai produttori dell’antica Pompei, ai Camaldolesi e ai Medici di Ottajano.

La storia del lacryma Christi rosso è anche la storia delle complicate relazioni tra il Vesuvio e Terzigno, e del coraggio e della tenacia di chi coltivò e coltiva la vite sotto la bocca del vulcano: gli eredi dei vignaioli pompeiani, gli ordini religiosi, i Medici, i Bifulco, i Menichini e, oggi, Vincenzo Ambrosio, di “Villa Dora“. A metà del sec.XIX Giuseppe Semmola riconobbe che il nume tutelare dei vini vesuviani era Giuseppe IV Medici, proprietario di vasti vigneti che coprivano le pendici del vulcano da Recupo al Mauro.

Erano, quei vigneti, il cuore di un “dominio“ molto più ampio, smembrato a metà del ‘700 da Giuseppe III Medici: il quale aveva concesso le 100 moggia di San Leonardo e il “casino“, di cui esistono ancora i resti, al suo segretario Giuseppe Barra; 32 moggia “in contrada Terzigno e San Felice“ e 14 moggia “in contrada Sant’ Antonio“ a Vincenzo Bifulco; 6 moggia al Campitello a Cirillo del Giudice; 10 moggia, sempre al Campitello, alla Cappella della Concezione. Le vigne della contrada Sant’Antonio vennero divise tra le sorelle Del Giudice (2 moggia), Tommaso Iovino (25 moggia), Domenico Saviano e Antonio Miranda (16 moggia), Eleonora Miranda (8 moggia).

Giuseppe IV Medici riuscì a unificare metodi di coltivazione e tecniche di produzione: grazie a lui l’intero territorio produceva, dice Semmola, la lacryma fina, “un vino per eccellenza squisito, generoso, amabile e aromatico“, nato dal connubio dell’aglianica, verace e di Sanseverino, con la pignola, l’olivella, la dolciolella, la capotuosto, la palombina e la priore. Il figlio di Giuseppe IV, Michele, e il nipote Giuseppe V, con cui si estinse il ramo maschile della famiglia, trascurarono l’industria del vino: l’uva di Terzigno venne vinificata in lacryma dai fratelli Raffaele, Giovanni e Vincenzo Scala, di Resina, e dalla ditta Rouff di Napoli. Nel 1887, all’ Esposizione di Amsterdam e di Rotterdam la quotazione del lacryma Christi rosso, presentato da Rouff, era la più alta, fiorini 1, 75 a bottiglia. Fiorini 1, 50 a bottiglia erano valutati il barolo dei fratelli Gancia di Canelli e il Chianti di Claris Appiani, e 1, 40 il Corvo del Duca di Salaparuta.

Ad Amsterdam i Rouff presentarono anche il Vesuvio rosso e il Pompei rosso. La fama del lacryma christi rosso incominciò a spegnersi durante la belle époque: i produttori non seppero adeguare il vino robusto e potente alla evoluzione di un gusto che inclinava verso l’ amabile sciccheria di certi vini francesi. Nei ristoranti alla moda solo il Capri resistette all’attacco degli stranieri. Il lacryma di Terzigno venne retrocesso a far da compagno ai piatti delle osterie di Monteoliveto e dei Tribunali: mezzanelli al ragù misto, braciole di manzo, cotica di maiale, polpette, e contorno di broccoli al peperoncino. Nel 1940 Mario Soldati scrisse che il rosso di Terzigno era un vino “piccolissimo”.

Il vento incominciò a mutar direzione venti anni dopo, con la “Breve rassegna vitivinicola della provincia di Napoli” in cui Giuseppe Fiorito riscoprì il vigore e la coerenza che i rossi traevano dalle lave tra Recupo e il Mauro. In quegli anni incominciava a delinearsi il principio che il carattere di un vino è nella sua capacità di rappresentare i valori del territorio.
Sabato 29 settembre Vincenzo Ambrosio ha presentato la prima storica verticale del lacryma Christi del Vesuvio rosso “ Forgiato “. Luciano Pignataro e Giovanni Ascione hanno illustrato le virtù di questo splendido vino: forza elegante, raffinatezza del bouquet, coerenza.

Nelle parole che hanno usato, nei modi con cui hanno dato polpa, chiarezza e fascino al linguaggio tecnico, nella levità magistrale di Pignataro, nella passione di Ascione erano scritti tutti i temi e tutti gli aspetti della presentazione: la personalità di Vincenzo Ambrosio, l’amore che egli nutre per la sua terra, per le pietre, le forme, la luce, il respiro stesso delle vigne; la bellezza del luogo, serena e insidiosa, armoniosa e sublime; la speranza che la storia sia più forte della natura; la gioiosa partecipazione del pubblico, consapevole di assistere non a una cerimonia qualsiasi, ma a un rito, in cui si manifestavano le qualità di un territorio e di una gente. Lo ha riconosciuto, nel suo intervento, il prof. Ugo Leone, Presidente dell’ Ente Parco Nazionale del Vesuvio: il vino, egli ha detto, è storia e geografia, è invito al viaggio, è una strada, una strada vera, che congiunge luoghi, svela l’incanto del paesaggio, e collega emozioni e ricordi.

La suggestione del rito e del luogo mi ha turbato – il sottile turbamento che viene dalle corrispondenze simboliche – quando ho rivisto, dopo un buon numero di anni, Laura Bellicoso de Martino, custode delle memorie di una grande famiglia della Campania Felice, musa di una associazione che tutela e diffonde i principi della nostra cucina e, soprattutto, incarnazione luminosa della bellezza vesuviana, che non teme il tempo, anzi lo piega a sé, anzi gli ruba le note preziose della malinconia e della ironia. Il vino vesuviano fa parte, da sempre, del culto femminile della Grande Madre: e di questo culto meritano di essere sacerdotesse laiche Marina Alaimo, sommelier e wine writer, e Giovanna Ambrosio, splendida padrona di casa.

Mentre tutti, guidati dalla Alaimo e da Giovanni Ascione, degustavano le annate del “Forgiato“, io mi sentivo un barbaro, poiché continuavo a pensare che il vino esprima sé stesso solo nella compagnia del cibo. Per mia fortuna, lo pensa anche Luciano Pignataro. E il “Forgiato“ ha celebrato splendide nozze con un buffet in cui, sotto la guida del Maestro Aliberti, Maestro di cucina e di cantina, la cucina vesuviana dispiegava tutta la sua irresistibile ricchezza di odori, di sapori e di colori. Gustare i maccheroncelli al pomodoro e la parmigiana di melanzane sotto lo sguardo ambiguo del vulcano, nell’ incanto dei luoghi e nel calore aristocratico del “Forgiato“ è esperienza rara.
(Quadro: G.Toma, Sotto il Vesuvio, 1888)

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