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venerdì, Dicembre 3, 2021

Il diritto all’obiezione di coscienza non deve limitare il diritto alla salute e all’autodeterminazione delle donne

Nel nostro paese il numero dei ginecologi obiettori ha raggiunto livelli critici e crea difficoltà all’attuazione della legge 194.

Apparentemente sembra una questione di difficile soluzione quella del conflitto tra il diritto del medico a sollevare obiezione di coscienza e quello della donna alla salute e all’autodeterminazione, garantiti entrambi dalla legge. Ma a ben guardare la questione non è di principio, o almeno non solo di principio. Com’è possibile che a più di trent’anni dall’introduzione della legge 194 e dal referendum popolare che la riconfermò con l’approvazione di una vasta maggioranza di cittadini, la percentuale di medici obiettori sia in continua crescita e tale da limitare in maniera allarmante l’attuazione della legge?

Nel 2009, a livello nazionale, è stato rilevato che ben il 70,7 per cento dei ginecologi erano obiettori. La percentuale è passata dal 58,7 per cento del 2005 al 69,2 per cento del 2006, al 70,5 per cento del 2007, al 71,5 per cento del 2008: netto e costante aumento. Anche il dato nazionale degli anestesisti obiettori è in costante aumento, è passato dal 45,7 per cento del 2005 al 51,7 per cento del 2009. Il dato nazionale del personale non medico obiettore è passato dal 38,6 per cento nel 2005 al 44,4 per cento nel 2009. Al Sud, la quasi totalità dei ginecologi è obiettore (85,2 per cento in Basilicata, 83,9 per cento in Campania, 82,8 per cento in Molise e 81,7 per cento in Sicilia), mentre gli anestesisti si attestano intorno ad una media superiore al 76 per cento (77 per cento in Molise e Campania e 75,6 per cento in Sicilia).

In alcune realtà periferiche e del Mezzogiorno esistono aziende ospedaliere prive dei reparti di interruzione di gravidanza, dal momento che la quasi totalità di ginecologi, anestesisti, ostetrici ed infermieri solleva obiezione di coscienza. La conseguenza è una forma di emigrazione sanitaria, le donne, cioè, sono obbligate a ricorrere a cliniche private convenzionate e autorizzate o, peggio, a pratiche clandestine. Questi dati sembrerebbero dimostrare una situazione molto diversa da quella espressa dal referendum e dai sondaggi. Come mai la maggioranza dei cittadini è favorevole al mantenimento o miglioramento della legge 194 e la maggioranza dei medici è obiettore? Forse si laureano in medicina solo cittadini appartenenti alla minoranza antiabortista?

C’entra forse che con la maternità la paziente ti diventa amica per sempre e con l’interruzione di gravidanza con tutta probabilità non vuole più vederti? Che i medici preferiscono le ecografie, l’ambulatorio privato, l’intramoenia al lavoro di manovalanza? I medici obiettori, lungi dall’essere ostacolati, vedono le loro carriere favorite. Non ci sono primari non obiettori in Italia. Ma, come afferma il professore Stefano Rodotà, chi sceglie di fare il medico sa che nel proprio mansionario dal 1978 in poi c’è anche l’interruzione di gravidanza. Secondo il professore la possibilità dell’obiezione di coscienza andrebbe semplicemente abolita. Per i magistrati, nei paesi in cui c’è la pena di morte non c’è questa possibilità. Tuttavia piuttosto che affrontare un difficile iter parlamentare basterebbe far rispettare la legge che c’è, che prevede sì la possibilità di sollevare l’obiezione di coscienza, ma obbliga le strutture ospedaliere ad effettuare gli interventi.

Di conseguenza le strutture che non lo garantiscono potrebbero a buona ragione essere considerate responsabili di inadempienza sotto il profilo civile e penale. Quello che gli ospedali devono fare è indire concorsi per l’assunzione di medici non obiettori.
Certo è che la possibilità dell’obiezione senza regolamentazione crea delle disuguaglianze tra le cittadine e il diritto all’uguaglianza è affermato solennemente nell’art.2 della Costituzione ed è diritto fondativo come e più di quello alla libertà di coscienza. Senza regolamentazione il ricorso all’IVG è di fatto reso impossibile per alcune donne.
Della necessità di una regolamentazione in materia se ne è occupata già l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nel 2010 e due mesi fa sono state votate in Parlamento ben sette mozioni sull’argomento. Tuttavia all’interno dei movimenti delle donne si parla anche di una legge di iniziativa popolare, che avrebbe il grande vantaggio di stimolare un dibattito pubblico e ampio sulla questione.

Ciò che le donne vogliono è l’applicazione piena della legge 194, con un rafforzamento dei consultori che sono un anello fondamentale del sistema e che hanno il compito di garantire informazioni e assistenza sulla contraccezione e sui problemi relativi alla salute della donna e del nucleo familiare e che sono, invece, negli ultimi anni sempre più trascurati e tagliati nei finanziamenti.
(Fonte foto: Rete Internet)

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