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IL VESUVIO E LA FINESTRA DI GOETHE

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L”arte di riprodurre il cielo e la luce di Napoli, i contrasti di colore e di luci nelle eruzioni del Vesuvio, una delle meraviglie del mondo. Di Carmine CimminoIl guazzo è una tecnica antica, affine alla tempera, perché come la tempera vuole l’acqua come solvente di base. Ma, mentre nella tempera i pigmenti colorati vengono agglutinati con colle animali, nel guazzo si ricorre alle gomme. Inoltre, l’intensità dei colori a tempera si riduce con l’aggiunta dell’acqua, quella dei colori a gouache con l’aggiunta di bianco. La conseguente opacità cromatica risulta la causa prima dei pregi della tecnica: corposità, “vaporosa morbidezza e vellutata eleganza”: quanto serve per riprodurre rapidamente e fedelmente il cielo e la luce di Napoli, e i contrasti di colore e di luce nelle eruzioni.

Nel 2002 la mostra di Villa Pignatelli “C’era una volta Napoli“ dimostrò a quali livelli avessero portato la tecnica della gouache Lusieri, Fabris, Saverio della Gatta, Luigi Salvatore Gentile. È probabile che, al di là di ogni motivazione pratica, alcuni Maestri abbiano intuito che questa tecnica era la più adatta a rappresentare il mistero formale dell’eruzione, quell’impulso violento di fuochi e di nubi gigantesche che prima esplode e pare che sovverta il cosmo, poi placandosi si inserisce nell’ordine circolare del golfo, delle barche immote in un angolo sereno del mare, della luna sfavillante. L’artista affida alla rapida stesura dei colori non l’ impressione dell’informe caos, ma la vittoria dell’ordine naturale, che assorbe in sé e giustifica anche la lacerazione violenta inflitta dal vulcano.

Corredano l’articolo le riproduzioni di due gouaches, una di G.B. Lusieri, l’altra di Luigi Salvatore Gentile. Nella gouache del 1792, in collezione privata, Lusieri immerge i rossi bagliori di fuoco nell’argentea luce della luna, che chiude il golfo come in una sfera di delicato cristallo: in primo piano si snoda l’euritmia dei pennoni dei vascelli, e dei grovigli di rocce. Il vulcano è presente, ma remoto, come in un sogno.

Pare che il caos vinca nel foglio che Saverio della Gatta dedicò, nel 1795, a Torre del Greco devastata dalla lava: i vortici di fumo giallo arancione e le fontane di fuoco disseminano le sorgenti di luce in modo così anomalo che la carta sarebbe un gioco di macchie e di strisce variamente colorate per forti contrasti, se il tutto non si riorganizzasse intorno alla salda struttura delle case in controluce del primo piano, perno della “visione“ e baluardo simbolico della civiltà contro la violenza della natura. Straordinaria è la “carta“ che Luigi Salvatore Gentile dedicò all’eruzione del 1806.

È una sorta di pagina doppia, di qua il Vesuvio rovente portato fin quasi sulla riva del mare, e in primo piano un gruppo di uomini immerso in controluce nel cupo bagliore di rosso aranciato, di ocra intrisa di luce, come se bruciasse; la prua della barca ci porta di là, alla pagina di sinistra, dove una luce grigio-azzurra piove dal cielo e si diffonde sui profili rarefatti di monti lontani, di immobili sciabecchi, di onde che sono soltanto un pallido sussulto. La stagione altissima della gouache dovrebbe essere studiata come momento significativo di due storie: la storia delle tecniche pittoriche e la storia della percezione della napoletanità.

Nella seconda metà del secolo XVIII è Goethe che per primo, e nella forma più lucida, indica i termini, i nodi e le linee di sviluppo di una nuova percezione del Vesuvio. Il 2 marzo del 1787 egli si immerge tra i vapori del vulcano, “così fitti che arrivavo appena a vedere le mie scarpe”. La cima è coperta di nuvole, le lave si sono raffreddate e le esalazioni più sottili si sono sublimate in una pietra dura e grigiastra a forma di stalattite. Quattro giorni dopo Goethe piega la ripugnanza di Tischbein e organizza l’incontro tra il Vesuvio, mostro informe, che si divora da sé, e il pittore neoclassico che ha occhi solo per l’armonia rasserenante e il cui pennello è capace di dare un’anima alle rupi e agli alberi.

Ma il delicato Orfeo non ha “simpatia“ per quel caos plutonio che stende un sudario di cenere su giardini, case e vigneti: la luce accecante nell’azzurro cielo rende ancora più spento il grigio squallore delle lande vesuviane. A metà dell’ascesa il pittore si arrende ai boati, alle pietre saettate dal mostro, alle spire gigantesche delle lave antiche e recenti in cui ogni parvenza di idea si è dissolta nella materia informe: Tischbein torna indietro.

La notte del 30 maggio, passeggiando nell’improvvisa intensità dei silenzi napoletani, Goethe scende fino al molo, e scopre, in un solo colpo d’occhio, un paesaggio incantato: la luna rischiara gli orli delle nuvole e riflessi d’argento si intrecciano, sulle onde del mare, con i rossi bagliori del faro e delle lava vesuviana e delle luci delle navi. Il 2 giugno, infine, da una finestra del Castello egli vede ciò che “si vede una sola volta nella vita“:

La lava che scorreva giù e di cui si vedeva rosseggiare la fiamma, essendo già tramontato il sole, fiamma che incominciava a indorare il fumo che l’accompagnava; la montagna tonante, sormontata da un vapore denso e immobile, le differenti masse di questo vapore separate come da lampi, illuminate in rilievo ad ogni getto di fuoco, e di là fino al mare, una striscia di vampe e di vapori infiammati. Il resto, mare e terra, rocce e campagna, visibili alla luce della sera, in un placido chiarore, in una pace incantevole…

Quanto più si inoltrava la notte, tanto più la contrada acquistava chiarezza. La luna splendeva come un secondo sole. Le colonne di fumo, con le loro strisce e le loro masse illuminate, si distinguevano dettagliatamente. Con un occhialetto un po’ forte si poteva perfino distinguere, sul fondo nero della montagna conica, le rocce ardenti riversate dal cratere.”

Queste pagine non esauriscono il catalogo dei modi di percepire e di rappresentare il Vesuvio, ma fissano i generi a cui tutti i modi sono riconducibili: il topografico, il pittoresco, l’orrido, il sublime, lo scenografico. La finestra di Goethe diventa la complessa metafora del rapporto tra l’osservatore e i valori del luogo, che Parrino, ricordando Dione Cassio, aveva già sistemato in un’altra fortunatissima metafora: quella del teatro. Il golfo, da una parte, e la pianura campana dall’altra, fanno da palcoscenico: di là, fa da fondale il Vesuvio, di qua il Monte Somma. Tutti noi siamo attori e, nello stesso tempo, pubblico.
(Foto: in alto, "Eruzione del 2 giugno 1806", di L.S.Gentile, gouache; in basso, "Eruzione del 1792", G.B. Lusieri, gouache. Fonte: catalogo della mostra "C’era una volta Napoli", Electa)

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