Dopo Londra e Barcellona, Woody Allen firma un”altra dichiarazione d”amore verso l”Europa scegliendo Parigi. E porta avanti e indietro nel tempo lo scrittore Gil, lasciandolo in compagnia di Picasso, Dalì e Hemingway.
Qualsiasi cosa Woody Allen diriga, scriva o faccia, difficilmente potrà intaccare il suo posto nella storia del cinema. Il credito del genio di New York nei confronti del pubblico è talmente alto che gli si può praticamente perdonare tutto.
E da perdonare negli ultimi anni (secondo una parte della critica) un po’ di cose ci sarebbero. Partendo dalla più banale delle considerazioni: si può sfornare un film all’anno senza risultare ripetitivi?
La bulimia dell’ultimo Allen ha dell’impressionante. L’Italia è già in fermento per il suo arrivo a Roma, cornice del prossimo Bop Decameron, ma nel nostro Paese Midnight in Paris uscirà solo nel dicembre 2011. Le immagini, le uscite, le trame si accavallano in una frenesia creativa che ha sempre contraddistinto il regista americano ma che, negli ultimi anni, ha assunto quasi le forme di una patologia.
D’altra parte, va detto, niente impedisce ad autori così prolifici di mantenere un livello accettabile. Eppure l’ultimo Allen dà l’impressione di un regista che, messi in bacheca un bel po’ di capolavori, si lancia con molta leggerezza e tanta voglia di divertirsi in film spesso frutto di un solo spunto notevole o di quella voglia di “tematizzare” i luoghi tanto cara al cinema americano. Così un’unica intuizione interessante regge l’intero film, accanto all’intento dichiarato di testimoniare l’amore del regista per alcune città; ma la Barcellona o la Parigi di Allen sono cartoline leggere leggere, riempite di gesti e sguardi da turista americano medio in giro per il vecchio continente.
Midnight in Paris riprende lo schema. L’idea di partenza è sviluppata con una trovata interessante. Lo scrittore Gil – con la fidanzata e i genitori di lei in vacanza a Parigi – ama la capitale francese. Adora le sue notti, le atmosfere, i ricordi delle epoche passate (in particolare gli anni Venti) e dei geni che hanno percorso le sue strade. Dall’altra parte, la futura sposa e i suoceri – tagliati un po’ grossolanamente – sono un continuo pensare al matrimonio, agli acquisti per la casa, alla carriera. Gil il naif troverà un’inaspettata via di fuga proprio nella notte parigina: allo scoccare della mezzanotte le vie della città si riempiranno dei grandi artisti che hanno contribuito al suo mito.
Picasso, Hemingway, Dalì diventeranno gli improbabili amici del protagonista, consigliandolo sia nel campo sentimentale sia in quello professionale. E, ça va sans dire, spunterà anche l’immancabile ragazza che metterà in crisi il rapporto con la fidanzata (ovviamente) antipatica.
Realtà? Sogno ad occhi aperti? Follia? Allen è bravo a tenere i giochi aperti fino alla fine, lasciando che lo spettatore accompagni Gil nel suo peregrinare senza poterne capire l’origine.
Tuttavia, qualcosa non torna. La premessa da cui parte il film è il fascino che Parigi e i suoi artisti esercitano su Gil. Ma dopo la prima parte l’intera scena è occupata dall’infatuazione del protagonista per una giovane francese.
La parata di geni diventa quasi esclusivamente funzionale alla storia d’amore, perdendo forza sul versante della rappresentazione della Parigi anni Venti, dei motivi del suo fascino, dell’atmosfera che portava i grandi artisti lì e non altrove. Allen chiama a raccolta dei miti della civiltà occidentale, ma col passare dei minuti sceglie di asservirli al particolare, se non al banale (la storia d’amore) rinunciando ai grandi temi (l’arte, il suo rapporto con la vita). Scelta comprensibile, ma non totalmente coerente, dal punto di vista narrativo, con le belle premesse iniziali. Eliminate forse consapevolmente le riflessioni più profonde, che ci sia Hemingway o uno sconosciuto ad accompagnare Gil diventa indifferente.
Così lo spettatore, in attesa magari di un film su Parigi e la sua età dell’oro, si ritrova tra le mani una storia d’amore, elegante e ben scritta come da tradizione, ma con riferimenti alti che sembrano fuori contesto. E non è un caso che la gag più efficace sia l’assurdo dialogo tra Gil e i surrealisti: è l’unico momento del film in cui gli artisti “scomodati” da Allen sembrano integrarsi con la propria genialità nella storia narrata e non venire totalmente subordinati ad essa. Didascalico il finale. Tutti, più o meno, sogniamo di vivere in un’epoca diversa dalla nostra: vivere nel presente vuol dire continuare a favoleggiare su altri periodi della storia trovando del buono anche nel momento in cui viviamo. Rifugiarsi in un altrove che non ci appartiene non può essere la soluzione.
Woody Allen non ha mai girato film davvero brutti. E anche Midnight in Paris si lascia guardare. I suoi fan ci troveranno temi e situazioni trattati in modo molto più convincente in passato, mentre gli altri godranno di un cinema di intrattenimento naif e buonista come il suo protagonista.
Gli stereotipi su Parigi sono meno frequenti di quanto si potesse temere, ma in compenso la trama vira su un triangolo amoroso assai poco originale. Questo perché gli unici elementi “irregolari” – il salto d’epoca e la comparsa degli artisti – reggono la storia senza diventarne mai i protagonisti. La “Mezzanotte a Parigi” diventa pertanto un momento qualunque, dovunque, in un’epoca qualsiasi, tanto la storia si banalizza.
Per mancanza di genio, trovate, voglia di osare, Allen riveste di normalità un’idea audace che, in un altro momento della sua carriera, probabilmente avrebbe portato ad un’opera ben più interessante.
(Fonte foto: Rete Internet)
Voto 6/10
Regia di Woody Allen, con Owen Wilson, Marion Cotillard, Rachel McAdams, Kathy Bates, Adrien Brody, Corey Stoll, Carla Bruni
Durata: 100 minuti
Uscita nelle sale: 2 dicembre 2011







