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Fiat, la rappresaglia di Marchionne: “Se reintegro gli iscritti Fiom licenzio i miei”

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Coro unanime di no alla decisione dell’amministratore delegato della Fiat di estromettere 19 operai della newco per far posto ad altrettanti cassintegrati iscritti alla Fiom, così come deciso dalla corte d’Appello di Roma.

Una discreta dose di rabbia, per il momento contenuta, mescolata a tanta delusione. A poche ore dalla decisione della Fiat di licenziare gli operai in attività della newco Fabbrica Italia Pomigliano, per far posto ai cassintegrati iscritti alla Fiom, tutti stigmatizzano il provvedimento dell’amministratore delegato Sergio Marchionne.

C’è chi, come il sindaco di Pomigliano, Raffaele Russo, del Pdl, fino a ieri implacabile fustigatore dei metalmeccanici Cgil, teme il peggio. “A questo punto – sostiene Russo – non mi meraviglierei se ci fossero degli incidenti. Però – tiene a chiarire il sindaco – questa è la conseguenza del fatto che i sindacati non sono uniti: se la Fiom non avesse firmato quel benedetto-maledetto contratto ora non saremmo in queste condizioni”. Pochi minuti prima che Marchionne comunicasse l’avvio della procedura di mobilità, nel centro sociale Borsellino-Atria i responsabili della Fiom, davanti a trecento cassintegrati Fiat, hanno dato il via alla contro petizione, la raccolta di firme alternativa a quella, avallata da Fim, Uilm e Fismic, per impedire il ritorno delle tute blu iscritte al sindacato di Landini.

Il testo della contro petizione ha un titolo che spiazza chi vuole dividere: “La solidarietà è l’unica soluzione per evitare la guerra dei poveri”. A ogni modo ora i sindacati, tutti, sembrano aver ritrovato l’unità perduta, pur con i dovuti distinguo. “La scelta di Fiat è la concreta conseguenza di chi ha deciso di seguire la via giudiziaria anziché quella sindacale ma la Uilm non firmerà mai accordi per licenziamenti collettivi”, anticipa Giovanni Sgambati, segretario generale della Uilm Campania. Dello stesso tono le parole di Giuseppe Terracciano, segretario regionale della Fim: “Chiederemo il ritiro delle procedure di mobilità”. “Anche la Fismic – annunciano Felice e Luigi Mercogliano, rispettivamente segretario nazionale e segretario regionale – non firmerà mai per avallare il licenziamento”.

E Andrea Amendola, segretario regionale della Fiom, sottolinea “l’illegittimità della procedura di mobilità avviata – sostiene il dirigente sindacale – in assenza dei presupposti di legge”. “In realtà – afferma ancora Amendola – questo provvedimento è la chiara ritorsione di Fiat contro la disposizione stessa della magistratura”. Secondo il dirigente Fiom il fatto che la newco sia attualmente in regime di cassa integrazione ordinaria determinerebbe l’automatico respingimento della procedura da parte del ministero del Lavoro. Si vedrà. Resta il dato di una comunità che versa nello sconforto. “Sono preoccupatissimo per il clima che si sta creando”, spiega, tono pacato, don Peppino Gambardella, parroco della chiesa madre di San Felice in Pincis nonché prete “militante”.

“Marchionne bada al capitale finanziario ma non al capitale umano – la stoccata del parroco – gli operai cassintegrati iscritti alla Fiom non vanno demonizzati e scegliere di sacrificare quelli in attività non è condivisibile: non penso che la Fiat di Pomigliano possa andare in crisi perché deve fare posto a 19 operai”. Infine Michele Caiazzo, componente dell’assemblea nazionale del Pd ed ex sindaco di Pomigliano: “Questa decisione della Fiat è totalmente sbagliata e si ritorcerà sull’azienda: Cisl e Uil devono allontanarsi subito dalle posizioni di Marchionne. Nel frattempo il governo è assente. Così pensano in tanti a Pomigliano, dove sul piano dei diritti siamo tornati al 1800, come del resto anche altrove”.

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