Il carcere senza sbarre: l’esempio dell’isola di Gorgona

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Il nostro Paese ha sperimentato da tempo, e con buon successo, forme di carcerazione cosiddetta alternativa, nelle quali il detenuto, mantiene all’interno dello stesso una libertà di movimento e di locomozione pari a quella degli individui “normali”.

Nell’immaginario collettivo, la realtà carceraria viene percepita secondo canoni tendenzialmente diffusi: uno spazio angusto, racchiuso tra quattro mura, ove lo scopo primario è quello di infliggere al reo punizioni esemplari e nel quale domina, senza ombra di dubbio, una visione della pena in chiave estremamente retributiva, con la pena detentiva quale punizione per quanto si è commesso.

Tuttavia, non tutti sanno che il nostro Paese ha sperimentato da tempo, e con buon successo, forme di carcerazione cosiddetta alternativa, nelle quali il detenuto, pur se formalmente ristretto in un determinato confine più o meno ampio, mantiene all’interno dello stesso una libertà di movimento e di locomozione pari a quella degli individui “normali”. Spicca in tal senso l’isola di Gorgona, piccolo promontorio lungo due chilometri e largo tre, facente parte dell’Arcipelago Toscano, che ha avuto il pregio di rendere concreta una realtà detentiva speciale, propria di paesi senza dubbio più “illuminati” del nostro: una sorta di spazio libero dove i detenuti interagiscono con la gente comune, in perfetta simbiosi con l’ambiente, dedicandosi ad attività quali la pastorizia, l’agricoltura e la pesca.

Con i suoi 220 ettari di superficie, Gorgona ha il pregio di ospitare detenuti già dal lontano 1869, in un connubio tra le esigenze di contenimento, proprie della pena detentiva e la stessa libertà dei singoli, impiegati quotidianamente in attività produttive lecite ed a tutto vantaggio della collettività.
A Gorgona, infatti, tutti i detenuti lavorano e vengono regolarmente retribuiti, contribuendo non solo alla propria autonomia, ma anche allo sviluppo dell’economia dell’isola, sulla quale si coltivano ortaggi, si allevano animali domestici, vi è addirittura un impianto di fotovoltaico ed uno di fitodepurazione, oltre a macchinari per la più svariata produzione interna.

In un modello carcerario simile non esistono barriere, né tra detenuti e popolazione locale, né tra i primi e gli organismi istituzionali, in buona parte residenti sull’isola, con l’unica “selezione” fondata sul tipo di pena da scontare, sul reato commesso e sul buono stato di salute psico-fisica del condannato, chiamato ad adoperarsi in prima persona con forte impiego di energia fisica. Questo piccolo gioiello naturalistico dell’Arcipelago Toscano è stato, fino al 2010, meta di un importante escursionismo terrestre e marino, finalizzato non solo ad abbattere ogni distanza tra detenuti e non, ma soprattutto per a far scoprire le enormi risorse del territorio e la bellezza atipica dei suoi paesaggi.

Allo stato attuale, per motivi di carattere burocratico, tale attività sembra aver subito una battuta di arresto, in attesa di ulteriori determinazioni che consentano, a chiunque ne palesi l’interesse, di conoscere una realtà unica nel suo genere, esempio di come la rieducazione non sia, esclusivamente, sinonimo di costrizione.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA BILANCIA

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