Stamane assemblea dei tanti lavoratori estromessi dalle attività con mobilitazione in partenza da Pomigliano. Intanto il governo tenta di convocare Marchionne per chiarimenti. E i cobas stilano la lista dei “proscritti”.
Sergio Marchionne si trova a Detroit. Tornerà in Italia in settimana e soltanto dopo il suo rientro si saprà se intende andare a colloquio con il governo oppure se aspetterà la convocazione del consiglio di amministrazione, fissata al 30 ottobre, per dire la sua sul da farsi circa la difficilissima situazione in cui è piombato il comparto italiano del gruppo.
Intanto il piano Fabbrica Italia resta «superato» e lo scioccante annuncio di qualche giorno fa dell’ amministratore delegato del Lingotto ha dato il via alla prima mobilitazione operaia del comparto nazionale Fiat. Mobilitazione che partirà con un’assemblea pubblica dei cassintegrati organizzata per stamattina a Pomigliano, cioè proprio dove ebbe origine il piano Fabbrica Italia a seguito di un drammatico referendum di stabilimento, il 22 giugno di due anni fa, che sancì la fiducia della maggioranza dei lavoratori verso le buone intenzioni, produttive e occupazionali, del manager abruzzese.
Ora però l’atmosfera non è più la stessa, la situazione è cambiata radicalmente anche da queste parti dopo l’euforia culminata nel dicembre dell’anno scorso con il lancio della nuova Panda, l’utilitaria made in Pomigliano che ancora stenta a decollare, complice un mercato italiano in condizioni pietose. L’appuntamento per i quasi tremila cassintegrati dello stabilimento automobilistico partenopeo e del suo indotto primario è stato fissato per le nove e trenta nel salone di un antico edificio (la Torre dell’Orologio) ubicato nel centro storico della città delle fabbriche in crisi. C’è tensione. Oggi i Cobas di Mimmo Mignano, operaio licenziato dalla Fiat, che hanno appena istituito un comitato di lotta dei cassintegrati, affiggeranno sui muri dell’hinterland una sorta di “lista dei proscritti” con i nomi di quelli che indicano come i “complici di Marchionne e del suo fallimento produttivo e occupazionale”.
Nell’elenco delle persone messe all’indice figurano, tra gli altri, Giovanni Sgambati, segretario regionale della Uilm, Giuseppe Terracciano, segretario regionale della Fim-Cisl, Raffaele Russo, sindaco di Pomigliano, Stefano Caldoro, presidente della giunta regionale, e il vescovo di Nola, Beniamino Depalma. Nel frattempo la Fiom, vale a dire il sindacato che a causa del piano Fiat è stato estromesso dal gruppo automobilistico, tenta la carta della mobilitazione. Sono stati infatti soprattutto i metalmeccanici della Cgil a prodigare ogni sforzo organizzativo in vista dell’appuntamento odierno.
«Spero che stavolta i lavoratori abbiano capito, spero che i messaggi destabilizzanti non passino e che tutti gli operai partecipino a questa prima iniziativa», l’appello di Stefano Birotti, 47 anni, moglie e figli, ex rsu Fiom, da due anni di fila in cassa integrazione. «Prima – lamenta Birotti – hanno provato a bloccare questo movimento di lotta millantando che chi avrebbe protestato non sarebbe più rientrato in fabbrica. Poi – aggiunge l’attivista Fiom – visto che il piano Fabbrica Italia è fallito hanno provato a fermare la mobilitazione dei lavoratori con la bufala dell’arrivo di nuove produzioni: non hanno pudore».
Comunque dal canto suo Giuseppe Terracciano, in un comunicato diramato appena ieri replica alle accuse continuando a difendere «la scelta dei sindacati firmatari del si a Marchionne» e invitando sostanzialmente tutti «alla calma». «Ma io – aggiunge però Luigi Mercogliano, segretario regionale della Fismic – dico che il diritto a dissentire è sacrosanto perché ormai le sacche di sofferenza sono enormi. Piuttosto – conclude il dirigente sindacale – è necessario costruire un’azione comune volta a sollecitare provvedimenti concreti da parte dello Stato». Anche a Pomigliano come altrove nel comparto automobilistico italiano i problemi sono sia occupazionali che di prospettiva. Lunedì la nuova Panda si fermerà: cassa integrazione fino al 5 ottobre.






