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L’anatema del Cardinale vale per tutti? Anche per i camorristi in giacca e cravatta?

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Non è giusto che scansino l’anatema i camorristi che, vestiti da “galantuomini”, si nascondono nella società civile e nei luoghi della politica.

Se fosse un argomento da scherzarci sopra, potremmo dire che è più facile per la Chiesa lanciare anatemi contro la mafia che contro la camorra. E’ una questione di relazioni e di approfondimenti. Ci autorizza a dirlo il prof. Giuseppe Carlo Marino, docente di storia contemporanea all’Università di Palermo, autore di studi sulla mafia che sono un monumento alla conoscenza del fenomeno, alla finezza dell’interpretazione, al rigore del metodo”.

Il bandito Salvatore Giuliano era amico di un monsignore (“l’arcivescovo di Monreale“?) “al quale aveva consegnato per le opere di carità delle somme di danaro, naturalmente rubato. In cambio il monsignore spesse volte aveva fatto ricoverare Giuliano in luoghi sicuri..”, perfino in un convento di suore, garantendo “che si trattava di un buon giovanotto.”. Lo racconta, nella sua autobiografia, Mario Scelba, cattolicissimo ministro di polizia dei governi De Gasperi. Il più famoso boss della mafia agraria, Calogero Vizzini, aveva due fratelli preti, un cugino parroco e due zii vescovi.

Don Calogero morì il 10 luglio del 1954: “gli resero onore – scrive il prof. Marino- con un funerale che fu un trionfo, presieduto da monsignori, autorità pubbliche e dignitari dell’ Onorata società, provenienti da tutta l’ isola… Un’enorme scritta bordata in nero, sulla porta della chiesa, ne esaltò i meriti e le virtù..”. Di questa scritta, che il prof. Marino riproduce nella sua interezza, basta leggere la conclusione: umile con gli umili, grande con i più grandi, dimostrò con le parole e con le opere che la mafia sua non fu delinquenza, ma rispetto alla legge, difesa di ogni diritto, grandezza d’animo. Fu amore.

Era presente ai funerali anche il Procuratore della Repubblica Giuseppe Lo Schiavo, il quale “rese un contrito omaggio alla salma“ del capo della mafia, “quasi fosse quella di una pubblica autorità avvicinabile a un sovrano“ e poi scrisse: “ Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è un’inesattezza. La mafia rispetta la magistratura e la giustizia. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge la mafia ha affiancato le forze dell’ordine. Possa l’opera del successore di don Calogero Vizzini essere indirizzata sulla via del rispetto della legge.”. Così scrisse il procuratore della Repubblica.

Anche Giuseppe Genco Russo, altro capo storico della mafia, era religiosissimo “e ci teneva ad avere la sua panca riservata nella Chiesa Madre di Mussomeli”; “assiduo alla messa domenicale“ era Luciano Liggio, e nel covo di Nitto Santapaola vennero trovati “una specie di altare, una Bibbia e la corona del Rosario.”. Nelle pagine di una Bibbia Bernardo Provenzano ritagliava i suoi pizzini. Michele Greco lo chiamavano il “Papa“: un suo memorabile incontro in carcere con un giornalista dell’ “Espresso” merita di essere raccontato a parte. Il 9 novembre 1997, in un quartiere di Palermo dal nome esotico, la Kalsa, “un luogo di povertà e di degrado“, nella piazza antistante il santuario di Santa Teresa, “una grande folla di popolo, fervorosa e indignata, celebra il trionfo del suo parroco, don Mario Frittitta, appena uscito dal carcere dell’ Ucciardone“.

E’ un testimone della fede, il frate carmelitano: egli è veramente convinto che la salvezza di un’anima viene prima, molto prima, della legge dello Stato, e dunque ha ritenuto che fosse suo dovere celebrar messa nel covo di Pietro Aglieri, “u signurinu”, latitante, uno dei capi dei corleonesi, e di amministrargli i sacramenti. Perciò l’ hanno arrestato. Quattro anni prima don Pino Pugliesi era stato ucciso dalla mafia perché del suo dovere, del suo ruolo e delle leggi dello Stato aveva un’idea esattamente contraria all’idea del carmelitano Frittitta: e Giovanni Paolo II, che nel 1993 e nel 1995 lanciò l’anatema contro i mafiosi, la pensava come don Pino, come il giudice Livatino, come Falcone e Borsellino, e come quei cittadini italiani, credenti e non, che, soprattutto oggi, hanno bisogno di una certezza: che la legge dello Stato vale per tutto il territorio nazionale e che nessuno, nemmeno la Chiesa, può ritagliarsi zone franche e paradisi privilegiati.

La mafia è un sistema (anche se oggi lo è meno di ieri), la camorra è, invece, un volubile miscuglio di livelli che si muovono a velocità diverse: il livello più basso è un tumulto di furori e di ferocia. I capi della mafia davano ordini, e forse ancora li danno, ai “colletti bianchi“ e ai politici collusi. Nella camorra napoletana non è così, da almeno 30 anni: i collusi della politica e della società civile hanno una larga autonomia, si muovono nell’ombra, e, se vanno a finire sotto i fari della magistratura, c’è sempre la casta che li salva dal carcere: insomma, l’anatema non li tocca, perché sono camorristi, ma senza pubblica patente. L’anatema si abbatte sui cani di strada che latrano, si ammazzano, ammazzano innocenti.

In questa Napoli incredibile può capitare che i “colletti“ e i politici “compromessi”, i camorristi in giacca e cravatta, non solo scansino il carcere e la maledizione della Chiesa, ma partecipino anche alle marce contro la camorra e ai funerali delle vittime innocenti: hanno la faccia come il culo, avrebbero detto i carrettieri di una volta. Il Cardinale Sepe ha invitato al pentimento, Giovanni Paolo II invitò alla conversione. Non è la stessa cosa. Don Mario Frititta venne sospettato di aver consigliato ad Aglieri “di non pentirsi in caso di cattura, perché pentirsi e accusare gli altri non è da buon cristiano”. Il pentimento cristiano, approvato dal Frititta, non parla degli altri, è un sussulto della coscienza individuale, che si esprime solo nel silenzio prezioso e totale della confessione.

Si scriverà mai un libro sulla mistica e sulla morale del silenzio cristiano? In silenzio ti assolvo, ma cerca di non farlo più, se puoi. Alla Chiesa può bastare. Alla coscienza civile no: essa vuole la conversione. La Chiesa sa come funziona, la procedura: se ne è servita per secoli contro eretici e contro peccatori. Chi si converte, abiura: rinnega pubblicamente – la domenica, durante la messa di mezzogiorno – i démoni con cui aveva fatto combutta: confessa fatti, nomi, cognomi, e dove, e quando, e quanto. Si toglie il “colletto“, rifiuta l’immunità, e soprattutto restituisce il danaro sporco. L’anatema vale se folgora tutti i livelli della camorra, e tutti i camorristi di ogni livello. Un anatema che prevedesse sconti, esenzioni e agevolazioni non sarebbe un anatema, ma qualcosa di simile alla legge sull’ ICI o sull’ IMU.
(Foto: Luca Giordano, Gesù e Pilato, 1660-62)

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