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Quando l”intenzione viene sopraffatta dal caso, basta poco, e una frase, detta senza pretese, aiuta a riflettere sulla miseria e la rabbia antica della fame napoletana. Di Carmine CimminoDovrei scrivere un altro capitolo della filosofia dei maccheroni, ma l’ispirazione è fiacca. Dovrei parlare di Prezzolini, e del saggio sugli spaghetti che gli fu commissionato, per il pubblico americano, da Buitoni, e che egli scrisse tra il 1952 e il 1953, tirandosi addosso i rimproveri di Giovanni Papini: ma come, tu che hai scritto dei mistici tedeschi, ora ti abbassi a scrivere di spaghetti? E Prezzolini avrebbe voluto rispondere – ma si trattenne – che la mistica non riempie la pancia. Dovrei notare che in nome della pancia, e in nome delle ragioni di Buitoni, gli spaghetti di cui parla Prezzolini sono cittadini italiani: solo italiani: Napoli, l’hanno scordata.

Scriverò di maccheroni la prossima volta. E ora, invece? Penso di scrivere degli scrittori e dei giornalisti che scrivono di vino, e della caccia che essi danno all’aggettivo che illumina, all’immagine che colpisce, al sostantivo che scolpisce. Non è facile cantare le lodi di decine e decine di vini con una scorta esigua di parole e di metafore. È un articolo a cui penso da tempo. Ma ancora una volta il caso è più forte delle intenzioni.

La salumeria di cui sono cliente è un tempio dell’abbondanza lussuriosa: gli alimenti vi sono disposti non in file lunghe, magre e scarne, ma a squadroni, a torme, a cunei e a quadrati: incalzano il cliente, gli vanno addosso, lo circondano in uno sfavillio di colori, di trasparenze, di riflessi metallici, di trascoloramenti maccheronici, di brillantezze prosciuttesche. Il colore di un prosciutto di classe è un miracolo dell’arte: concorrono a formarlo i colori di Velazquez e di La Tour, e cioé il bruno Van Dick, e la terra di Siena bruciata, e il giallo aranciato, e il vermiglione, e nel filo di grasso, un bianco malinconico e misterioso, che pare il pudore di una vergine triste. Triste prima del peccato.

Ma la mano maestra del salumiere imprime forte il suo segno nel cosmo del banco dei formaggi, là dove il latte declina tutte le gradazioni del suo incantesimo, sotto la luce viva e maliziosa di un faro sapientemente orientato. Un signore, nobilmente anziano, parecchio anziano, sta osservando con occhio bramoso le forme adagiate nella voluttà della luce: cacio sardo, gorgonzola, asiago, taleggio, fontina, il vanitoso castelmagno, l’asimmetria snobistica di un camembert normanno. Pare che le forme già aperte e, diciamo così, scantucciate rispondano agli sguardi con occhiate di provocazione e di sfida. Il signore anziano supera di slancio il debole ostacolo di un dubbio: dice tra sé: il gorgonzola dolce il dottore me l’ha vietato. Ma uno strappo che fa? ‘a vita è nu muorzo’.

Non è facile rendere l’intensità e le sfumature di tono della sua voce che scorre su muooorz’.: la vita diventa un frammento strappato a forza di denti dalla ruota gigantesca di un compatto e tenace grana padano, o da uno scoglio di gorgonzola dolce. Noto che nel pronunciare il motto che lo scusa e lo giustifica ha chiuso gli occhi, come se un ricordo improvviso gli attraversasse il pensiero. L’ immagine straordinaria di questo muorzo, tutta napoletana, solo napoletana, porta in sé la rabbia antica della fame napoletana, che è l’altra faccia dello stereotipo nascosto nel piatto ricolmo di maccheroni. Il napoletano, immortalato da disegni e da fotografie mentre afferra con la mano gli spaghetti, e li solleva in alto, prima di calarli e immergerli lentamente nella gola aperta, ama e odia quegli spaghetti: li ama perché lo sfamano e lo deliziano, li odia perché gli ricordano che egli convive con la fame.

È Perseo vincitore che solleva la testa tronca di Medusa. La vita è nu muorzo, perché è breve, e perché è un lampo che si consuma nella ricerca del muorzo che consente di campare. La fame di Napoli, la sua guerra per sopravvivere e il complicato rapporto tra i napoletani e il cibo sono concentrati in modo sublime nella scena memorabile di Miseria e Nobiltà: le sedie che avanzano, lo spiarsi degli affamati che ancora non credono ai loro occhi, l’assalto alla zuppiera, la conquista degli spaghetti, la spartizione del bottino in cui ognuno pensa solo a sé stesso, gli spaghetti messi in tasca, nascosti, conservati: l’illusione di una inesauribile cuccagna, costruita sul cibo più esposto alla tirannia dell’istante.

‘A vita è nu muorzo, scrisse Raffaele Viviani in una poesia del 1947, in cui invitava i Napoletani a “sollevarsi“, con la sola forza delle loro braccia, dal disastro della guerra e dal dramma della miseria. Sedici anni prima egli aveva scritto la poesia Faciteme magna’, in cui cercava di demolire un fastidioso luogo comune della fastidiosa oleografia napoletana: il connubio tra gli spaghetti e il mandolino, l’idillio sciropposo in cui la musica dello strumento caccia via la presenza della fame vorace e trasforma il piatto in un ornamento della tavola, in una portata coreografica, che non si divora, ma che si assaggia e si pilucca. Il protagonista, che ha fatto il mestiere del cantante, alla Santa Lucia delle canzoni preferisce quella delle vongole sui vermicelli e del pesce fresco cucinato con l’olio e con il limone.

La vera poesia, dice, non è la “posteggia“, ma “nu vermicello a vongole abbundante / cu’o ppetrusino cruro e’ addore ‘e scoglie, / e a’ primma forchettata, t’ hé ‘ a scusta’/, si no svenisce, mentre l’arravuoglie.“.

Arravuglià: corrisponde all’italiano avvolgere. Più o meno. Ma in avvolgere c’è un movimento elegante e misurato, non c’è l’impeto della voglia famelica di arravuglià, la rabbia che doma i vermicelli e li avviluppa e li ingoia. L’anziano signore s’è fatto staccare uno spicchio di gorgonzola, i suoi occhi hanno seguito con piacere il coltello che spaccava la crosta e tagliava, lungo la linea del verde muffoso, la pasta molle, che, come tutte le cose molli, resisteva fingendo di cedere.

Non appena tacciono i mandolini, dice il personaggio di Viviani, “me spacco ‘o merluzziello“: e il verbo, sostenuto dal totale coinvolgimento del pronome, scende oltre il sapore e gli odori, e tocca il ritmo profondo del piacere e della sofferenza del mangiare. Il ritmo della gola.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI