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Voglio un Sud senza d

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Ho letto una classifica sul giornale qualche giorno fa relativa alla qualità del sistema sanitario. Agli ultimi tre posti Campania, Sicilia e Calabria. Sono le solite regioni agli ultimi posti di tutto, quelle che ricevono la quasi totalità dei fondi europei, quelle che si vedono commissariare ogni sorta di servizio, dai rifiuti alla sanità.

Riconoscono ormai tutti che il solco tra nord e sud sta divenendo sempre più profondo, che dal sud si stanno spostando verso il nord centinaia di migliaia di persone, non solo insegnanti e relativi presidi. Si scrivono libri per dimostrare una cosa molto semplice, e cioè che quando la situazione economica del paese è florida si mandano soldi al sud, quando c’è la crisi non si manda niente. Un po’ come fanno le fondazioni con i soldi delle banche. Peccato che il sud ha bisogno di risorse in tempo di crisi, peccato che il sud paga la crisi più degli altri, peccato che al sud si stia sempre peggio.

Si dice che questo meridione si deve organizzare, la questione meridionale deve essere rispolverata e rivisitata, ci vuole una nuova classe politica e di intellettuali che al meridione dedichi studio, impegno, vita. Una classe politica che dal governo centrale ottenga le risorse necessarie e dalle proprie capacità di gestione ottenga una risalita significativa di tutte le classifiche nelle quali oggi siamo maglia nera. C’è bisogno, si dice, di un capo politico carismatico con accento meridionale. Il fatto è che non mancano i politici con l’accento meridionale, anche marcato; non mancano politici rampanti, giovani all’anagrafe anche se di navigata esperienza. Ma non basta fondare nuovi partiti del sud, con una o più d. Non basta neppure vincere le elezioni.

Per il rinnovamento non basta. Anzi, al rinnovamento può non giovare. Se rimane il solito modo di far politica: gestire le risorse dei grandi progetti quando ci sono i soldi, gestire la protesta quando c’è la crisi; sottrarre sistematicamente il proprio operato a ogni tipo di valutazione, che non sia quella della magistratura; fare l’occhiolino a disperati che spadroneggiano ogni giorno nella città. Il giudizio su questa politica è profondamente negativo, perché agli ultimi posti stavamo e agli ultimi posti stiamo. In tutte le classifiche. Con questi risultati anche gli allenatori bravi vanno via senza batter ciglio.

I governi centrali non amano il sud, così come non amano i poveri, la scuola e la cultura. Perfino la salda maggioranza che sostiene il governo gialloverde, accenna a qualche scricchiolio sui problemi del sud. Il sud è zona d’intervento, intervento straordinario. In tempo di crisi il sud si abbandona, è la vittima sacrificale del contratto su cui si regge il governo: è come il fratello siamese debole che viene lasciato al suo destino per salvare l’altro, il nord. È una constatazione bipartisan dei politici meridionali.

Il governo centrale e i governi nostrani trovano grandi intese, buoni rapporti che vanno al di là del momento istituzionale. E così ritroviamo nei servizi commissariati, come commissari, quelli che non hanno saputo evitare lo sfascio. C’è consonanza tra governo centrale e governi locali meridionali, tra chi decide l’intervento e chi lo deve gestire, tra i piani operativi nazionali e quelli regionali: a un riscatto e una rinascita del sud non ci credono, neppure riescono ad immaginarlo. Se ci fosse la possibilità di riscatto, apparirebbe a tutti la politica di tanti nostri governanti meridionali per quella che è, e cioè un ostacolo allo sviluppo del sud, un inno all’assistenza, agli interventi speciali, ecc.

Gli ultimi posti nelle classifiche sono funzionali a questa politica, perché la giustificano, la abilitano, la nobilitano. Siamo accomunati nel giudizio negativo insieme con la sanità gli operatori e i professionisti della sanità; così come con la scuola insegnanti e personale; e infine con la città invivibile i cittadini: tutta gente che non c’entriamo per niente, che siamo anzi le prime vittime, che vedono calpestata la propria professionalità e impegno civile. Quando certi politicanti ci difendono, in realtà ci affossano, scaricano su di noi responsabilità che sono loro. Una situazione insostenibile che non salva niente e nessuno li fa apparire sempre i salvatori della patria, buoni per tutte le stagioni.

E se provassimo a dire basta, a rompere l’incantesimo? Vogliamo un sud senza d, vogliamo andare su, su nelle classifiche, su nella sanità, su nell’istruzione, su nell’occupazione soprattutto femminile, su nel reddito pro capite, su nei servizi, su nella qualità della vita, su nella qualità e determinazione della classe politica. Organizziamo una risposta alle autonomie “rafforzate” del Nord.