Come papa Paolo III usava il Greco di Somma. La sorella di Antonio Ranieri, l’amico di Leopardi, curava la debolezza dei nervi con il lacryma di Terzigno, prodotto dai principi di Ottajano. Il ruolo dell’olio del Vesuvio nella storia della medicina, il potere “magico” dei fichi nei documenti pubblicati da Gaetana Mazza, le sollecitazioni afrodisiache di prugne e “rafanielli”, la dolcezza rasserenante e sedativa delle sorbe.
Per secoli il tempo nulla ha aggiunto e nulla ha tolto al patrimonio delle virtù medicamentose che gli antichi attribuirono al vino. “ Il vino, scrive Plinio, fa sangue e dà colorito, mette a posto lo stomaco e stimola l’appetito, attenua la depressione e l’ansia, concilia il sonno, è un antidoto contro tutti i veleni che provocano raffreddamento…Nelle malattie giova applicare sulla mammella sinistra una spugna imbevuta di vino puro….E’ efficace anche applicare fomenti di vino caldo sui genitali maschili..”. Le “ parti virili ” Paolo III se le bagnava, ogni mattina, col Greco di Somma, e tre secoli dopo, De Renzi e Vulpes somministrarono ai colerosi entrati nello “ stadio di algore ” il vino anticolerico dell’ospedale di Santa Maria di Loreto: un infuso di frutti del platano orientale in vino malaga, o in aglianico vesuviano. A metà dell’ Ottocento nel Ricettario Farmaceutico Napoletano c’era la formula di un vino stomachico e tonico: il vino marziale, tre once di limatura di ferro in otto once di codadivolpe. La sorella di Antonio Ranieri, l’ultimo amico di Giacomo Leopardi, curava l’esaurimento dei nervi con il Lacryma Christi prodotto a Terzigno da Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano.
Vulpes usò l’olio d’olivo per lenire gli spasimi delle coliche e come diaforetico, e le janare vesuviane e sarnesi lo impiegavano contro “ i gonfiamenti della gola ”, insieme al sambuco, e negli “ inciarmi ” per guarire “ un piede intorzato ”. Lo ha scritto Gaetana Mazza in uno dei suoi libri, che raccontano splendidamente la storia della Campania Felice.. Con olio d’olivo purissimo le janare “ facevano gli occhi ”, liberavano da ogni nefasta influenza le vittime del malocchio, e Francesco Brancaccio, patologo e clinico degli “Incurabili” prescriveva l’uso dell’olio del Vesuvio, “magro e tonico”, ai malati di cuore e di stomaco. Una mia zia ammoniva: guardatevi da chi sbadiglia, “ fa gli ali “, senza requie, mentre vi guarda e vi ascolta. Vi sta buttando addosso il malocchio dell’invidia: allontanatevi immediatamente, e correte a mangiare un fetta di pane condita con olio e sale. Mia zia non sapeva che le parole invidia e malocchio significano la stessa cosa.
Gasparrini studiò e classificò 27 tipi di fico presenti nel Vesuviano e nella pianura sarnese: alcuni di essi portavano nomi strani: pissalutto nero (o sarnese nero), pissalutto bianco (o sarnese bianco), cotena, brogiotto (verde, bianco, imperiale, verace), fico di tre volte l’anno ( o pasquale o della Cava).. Il fico occupava un posto notevole nella cultura della magia. Secondo Artemidoro, chi sogna fichi “ nella loro stagione ” fa un sogno propizio, ma quando “ appaiono fuori stagione, predicono delazioni e calunnie ”. Gaetana Mazza descrive un incantesimo d’amore, in cui una strega di Sarno ordina a un suo cliente, che vuole possedere una donna di Poggiomarino, di inginocchiarsi sotto un fico e di pronunciare la formula di rito: Dio mi salvi, santa fico / quante radiche e fronde site, tanti Diavoli ve faciti,/ nucorpe ad Agnese ve ne jati…/. Secondo Plinio, il succo lattiginoso del fico fa coagulare il latte come il caglio e, mescolato con la sugna, rimuove le verruche; le foglie di fico, pestate in aceto, attenuano il dolore dei morsi dei cani rabbiosi; i fichi tardivi danno energia ai giovani e salute ai vecchi, e spianano le rughe; i fichi secchi sono lassativi. Tra Somma e Sant’ Anastasia prima Semmola e poi Arcuri visitarono, e descrissero, ordinati frutteti di albicocchi, di pruni, di ciliegi, di peri, di meli, che rifornivano i mercati locali, e quelli della città. I nomi dati dai contadini risuonano di una connotazione mitica per chi ha memoria del passato: percoca della maddalena, crisommolo (spaccariello, alessandrino, gelsomino, peres, lugliese), prugna cacazzara, cerasa mulignana, cerasa selvaggia, cerasa corvina, pera coscia di donna, pera coscia longa, mela limoncella, mela tramontana, mela sannicola, .
E poi le dolcissime nespole. E le sorbe nataline, pascarole, agostegne, a panella, di vennegna, del capitano, le sorbe varrecchiare e le sorbe a pera, che Gussone trovò solo a Somma: medici seri e competenti garantivano che le sorbe, consumate nella giusta quantità, placano ogni tipo di furore. Un grande esperto di botanica vesuviana fu Giovanni Maione, speziale e apicoltore di Sant’ Anastasia, che nel 1840 chiese di istituire una società industriale per l’allevamento delle api e di vendere azioni per 1650 ducati, quanti ne occorrevano per 1000 sciami. Nel 1865 egli accompagnò Giuseppe Antonio Pasquale, che era stato allievo del Tenore, in un lungo viaggio a piedi attraverso la Montagna, e alle Cappuccinelle di Sant’ Anastasia gli mostrò un morus idaeus, una specie di rovo, i cui frutti, le morole, erano assai dolci, quasi quanto quelli del glandulosus, “ che a Somma chiamano rostine”. I professori dell’ Istituto di Incoraggiamento e della Scuola di Portici percorrevano a piedi i sentieri impervi della Montagna, entravano con umiltà nella sfera magica delle sostanze e dei nomi, diventavano allievi dei contadini, cercavano di impadronirsi della loro sapienza, presentivano – i racconti dei più sensibili, Arcuri, Frojo, Bordiga lo dimostrano ampiamente – che un giorno le leggi ferree dell’economia e del progresso avrebbero cancellato piante, nomi, tecniche, la memoria stessa dei sapori e degli odori.
Negli orti rigogliosi dei luoghi in cui il pendio della Montagna si addolcisce e prefigura la pianura si coltivavano ortaggi: il broccolo nero – erano famosi quelli della Cerqua-, il cavolo verzo, il cavolo cappuccio, le torzelle, le torzelle ricce, il cavolfiore bianco, quello di Palermo, le rape, i broccoli di rapa, di cui Gasparrini scrive un elogio lirico, i rafanielli tondi, i lunghi, i lunghi bianchi, e la rapesta. Dice Plinio che sarebbe troppo lungo enumerare tutte le virtù dei vari tipi di cavolo: curano il mal di testa, l’offuscamento e lo scintillio degli occhi, l’artrite, la gotta, le coliche, gli effetti dell’ubriachezza. L’orina di chi ha mangiato cavoli, riscaldata, è un balsamo per i tendini. Anche il ravanello gli risultava che fosse una medicina universale: combatte la tosse, i flemmoni, il coma, i veleni dei serpenti e dei funghi, la caduta dei capelli delle donne, i dolori dell’utero, la fiacchezza sessuale: venerem stimulat. Ma, avverte Plinio, come tutti gli afrodisiaci può far danno ai polmoni, e dunque alla voce.
Ovviamente, era la facile analogia delle forme ad alimentare la leggenda che il “rafaniello” e la “prugna” avessero potere afrodisiaco.






