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Uno dei tesori più preziosi di Napoli: la Quadreria dei Gerolamini.

L’Oratorio di San Filippo Neri, fondato a Roma, fu riconosciuto come Congregazione nel 1575 e venne introdotto a Napoli le 1586. Gli Oratoriani vennero chiamati anche Filippini e Gerolamini (o Girolamini) perché la loro sede a Roma era in San Girolamo alla Carità. Descriveremo in altri articoli la chiesa napoletana, i quadri più importanti della Quadreria, la Biblioteca e l’Archivio Musicale.Corredano l’articolo le immagini del “S. Andrea” del Ribera e dell’”Adorazione dei Magi” di Andrea Vaccaro.

Come ci racconta Roberto Middione, fin dai primi decenni del secolo XVII la sagrestia della Chiesa dei Gerolamini e alcune sale vicine incominciarono a ospitare una pinacoteca che– primo caso in Italia- era aperta al pubblico. La collezione si costruì, all’inizio, grazie alle donazioni dei benefattori e dei padri Oratoriani, molti dei quali appartenevano a famiglie importanti in possesso di notevoli collezioni d’arte. Entrarono nella pinacoteca anche quadri che prima erano collocati nella chiesa, come “I figli di Zebedeo” di Fabrizio Santafede e tre tele con Apostoli del Ribera: agli Apostoli il pittore spagnolo aveva dedicato 12 quadri, nove dei quali sono scomparsi. Arricchirono la quadreria il Cardinale Francesco Maria Tarugi, che era tra i fondatori della Congregazione di San Filippo Neri, suo nipote Tarugio Tarugi, anche lui “oratoriano”, e forse la nobildonna Caterina De Ruggiero. Tra i quadri donati dal Cardinale c’erano certamente il “San Sebastiano” del Cavalier d’Arpino e l’“Adorazione dei Magi” di Federico Zuccari. Cospicua fu la donazione di Domenico Larcaro, “fratello laico e benefattore dell’Oratorio” (M. Borrelli), il quale con il testamento firmato nel settembre del 1622 lasciava agli Oratoriani tutta la collezione dei suoi quadri, a patto che questi venissero esposti nel coro della chiesa o nella “sacristia maggiore” e che non si potessero né vendere, né alienare, né donare, né permutare, né anco prestare in modo alcuno”. Il testamento del Larcaro conferma che nel 1622 la sagrestia già ospitava la quadreria. Larcaro era di Monopoli e esercitava a Napoli la professione di sarto per “donne e uomini della nobiltà”: con un codicillo testamentario egli lasciò agli Oratoriani tre quadri non ancora completati, uno di Guido Reni e due del pittore Giovanni Francesco Gessi, anche lui bolognese come il Reni: secondo il Borrelli, Reni inviò il suo quadro a Napoli tra il 1627 e il 1633, mentre il “San Girolamo” del Gessi arrivò nella Chiesa dei Gerolamini tra il 1646 e il 1648: il generoso Domenico Larcaro era morto il 27 dicembre 1623, e gli Oratoriani, per dimostrare la loro gratitudine, lo fecero seppellire “nella sepoltura comune dei Padri, dietro l’altare maggiore”. Notevoli furono le donazioni di Claudio Milano (testamento del 19 luglio 1631) e di Francesco Capece Bozzuto, membro dell’Ordine, “che lasciò alla Congregazione moltissimi quadri, apparentemente di piccole dimensioni, raffiguranti in prevalenza immagini di santi”: questo elemento induce il Middione a pensare che le opere siano state collocate non nella pinacoteca della sagrestia, ma nelle “singole stanze dei Padri come oggetti di devozione personale”: in ogni caso molti dei dipinti donati dal Capece Bozzuto “sono andati dispersi col tempo”. Per fortuna il saggio pubblicato da Carlo Celano nel 1692, “Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” ci fornisce l’elenco quasi completo dei dipinti eseguiti entro la data di pubblicazione, “elenco che ancora oggi corrisponde al nucleo maggiore delle opere che compongono la Quadreria” (R. Middione). Fanno parte dell’elenco “La fuga in Egitto” e “L’incontro di Gesù e di Giovanni” di Guido Reni; “La strage degli innocenti” di Giovanni Balducci; “La deposizione di Cristo dalla croce” di Giovanni Antonio D’ Amato; il “S. Andrea”, l’”Ecce homo” e tre “Teste di Apostoli”, tutti del Ribera; “Gesù battezzato da Giovanni” di Battistello Caracciolo; La Vergine che porge il Bambino a S. Francesco”, “Santa Maria della Vallicella” e “l’Adorazione dei Magi” di Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio; “tre quadri dove stanno espresse tre teste di Santi”, opera del Domenichino; “Le nozze di Cana”, “macchia”, cioè bozzetto,  del quadro che stava nella cappella della  Santissima Annunziata e che venne distrutto da un incendio  “ opera del cavaliere Massimo Stanzione”. Ho indicato solo i quadri più famosi. Molto importanti sono per alcuni studiosi le attribuzioni del Celano: esse “si rivelano più veridiche di talune proposte avanzate dalla critica, anche recentemente; può essere il caso delle cinque tele del Ribera, che Celano giustamente assegna al Maestro spagnolo, ma che sono state in seguito indebitamente ritenute di altro pittore, oppure, nel caso del “S. Andrea”, addirittura copia” (R. Middione).

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