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Un quadro del 1911, e la madre di uno dei torturatori di Manduria che dice: “Mio figlio ha sbagliato, ma non è un mostro”

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Nel quadro di Balestrieri “Il pazzo e savi” la malvagità ha una dimensione individuale. La malvagità dei “ragazzini” che a lungo hanno torturato e forse hanno ucciso il pensionato di Manduria  ha molte radici:  il crollo dei valori etici e morali, causato dalla globalizzazione ; la capacità dei “social” di trasformare in gioco anche la realtà più terribile; il fallimento della scuola,  della famiglia, delle istituzioni; la crisi lacerante del sistema socio- politico che o frana nell’indifferenza, o, peggio, fa dell’ odio per il “diverso” una bandiera da sventolare con orgoglio.Le significative dichiarazioni della madre di uno dei “ragazzini”.

 

Il quadro” Il pazzo e i savi” appartiene alla Collezione della Provincia di Napoli. Lionello Balestrieri, che era di Cetona, in provincia di Siena, lo dipinse nel 1911, a Parigi, dopo aver assistito alla scena di un povero pazzo su cui piovevano gli insulti dei “savi” e carote e pomodori. Avrebbe voluto difendere Foulou – così si chiamava l’infelice -, ma non lo fece: si allontanò, disgustato: non riusciva ad accettare che anche a Parigi gli capitasse di assistere a uno spettacolo così vergognoso, in tutto simile a quelli di cui era stato spettatore, talvolta, nella sua Toscana. Il quadro rimase per dieci anni nello studio parigino del pittore, che intanto si era trasferito a Napoli, a dirigere il Museo Artistico Industriale. Nel 1921, tornato a Parigi, Balestrieri aggiunse il particolare del cavallo bianco, e, forse, la bambina in rosa che si appoggia sulla spalla del ragazzo. L’opera venne comprata dall’ Amministrazione Provinciale di Napoli nel1924, dopo che, esposta alla XLI Promotrice “Salvator Rosa”, aveva suscitato l’interesse della critica e la curiosità del pubblico.

Nel quadro i tormentatori di Foulou sono gli adulti, i genitori: i ragazzi si limitano a osservare, a cercar di capire: ma si può credere che impareranno presto. Non c’è comunità che non abbia avuto i suoi “pazzi” e i suoi “scemi”, e che non sia stata testimone di due diversi tipi di comportamento: da alcuni il povero cristo veniva trattato con rispetto, perché si vedeva in lui il segno della “mano di Dio”; per altri, invece, egli diventava lo zimbello da tormentare, la “prova” vivente di una verità assai amara,  che c’è in noi tutti la tendenza a muoverci più verso il male che verso il bene. Il dramma di Antonio Siano, il pensionato di Manduria, del “pacciu”, del pazzo “bullizzato, picchiato, seviziato” per anni, “forse ucciso” (La Repubblica, 28 aprile) da una banda di ragazzi, è qualcosa di diverso, è un problema sociale che investe una intera città, e diventa perfetto modello di un momento storico segnato, nella sua cultura,  dall’odio, dalla violenza, dalla giustificazione dell’uno e dell’altra, dall’indifferenza. In coloro che insultano Foulou scatta il pungolo della cattiveria personale, che si manifesta in modo diverso da un soggetto all’altro; nei bulli di Manduria si muove una malvagità che ha molte radici, e tutte velenose: l’individualismo e il crollo dei valori etici e morali,causati dalla globalizzazione e analizzati, già negli anni’90 da Bauman, da Ritter e da Crouch; la capacità dei “social” di trasformare in gioco anche la realtà più terribile, di esorcizzare nelle scene trasmesse con i telefonini anche l’orrore della violenza disumana; il fallimento della scuola, delle istituzioni e della famiglia; la crisi lacerante del sistema socio- politico che o frana nell’indifferenza, o, peggio, fa dell’ odio per il “diverso” una bandiera da sventolare con orgoglio.

Titola “La Repubblica” del 28 aprile: “Antonio e il paese degli indifferenti “Tutti sapevano, nessuno interveniva” e nell’ occhiello si aggiunge: “Manduria, dai servizi sociali alle forze dell’ordine: l’anziano morto non era mai stato seguito o protetto. Il vescovo: “Avevamo segnalato alle famiglie dei ragazzini quello che accadeva, ma non ci fu risposta.”. Ma, a parer mio, un vescovo e i suoi sacerdoti avrebbero dovuto fare di più: hanno un pulpito a disposizione, e potevano autorevolmente rivolgersi alle forze dell’ordine, e al commissario che governa Manduria, la bella e ricca città di 30000 abitanti, la cui amministrazione è stata sciolta per mafia. A Manduria tutti sapevano, anche perché i “ragazzini” avevano formato due gruppi, “Arancia Meccanica” e “Gli orfanelli” – e si scambiavano su whatsapp i video delle aggressioni al “pacciu”. La scuola, le istituzioni, le strutture dei servizi sociali non si erano accorte di nulla, e nulla avevano sospettato i genitori. La madre di uno dei “ragazzini”, intervistata dal giornalista di “La Repubblica”, lo ammette:” Come genitori abbiamo fallito, non siamo riusciti a indicare il confine tra il male e il bene”. Eppure suo figlio è uno sportivo, non si droga, non ha mai in tasca più soldi del necessario, i suoi amici appartengono tutti “a famiglie di persone per bene”. La colpa è anche della città, dice la signora: “non c’è niente, stanno in giro, davanti al bar, passano male il loro tempo, qualcuno ha parlato di noia, ma secondo me la questione è diversa, nessuno si occupa di loro.”. Questa signora, disperata, dimentica che la madre è lei, che lei, per prima, dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di suo figlio: certo, ella riconosce che come genitrice ha fallito, ma si “dichiara certa di una cosa: io non sono la mamma di un mostro”. E quando parla di ciò che ha combinato suo figlio, usa il verbo “sbagliare”: “mio figlio ha sbagliato”. “Sbagliare” è una parola comoda per le assoluzioni.

Siamo in un buco nero. Houellebecq, Lizza, Cesa, Mainardi, ciascuno dal suo punto di vista, arrivano a formulare una tesi nel complesso concorde: la società globale precipiterà al punto di rottura e poi si avvierà la ricostruzione di un nuovo sistema e di una nuova scala di valori etici e morali. La storia ci dice così. Per il momento, la cronaca di ogni giorno, in Italia, è un nero groviglio di fatti e di atti che cercano un senso, un significato, una funzione, di parole che tentano di vestire la menzogna con gli abiti della verità, e di inquinare la verità diffondendo il sospetto che “dietro” la verità ci siano altre verità, oscure e complesse.

Siamo in un vortice che mescola tutte le prospettive.

 

 

 

 

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