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Un capolavoro sempre attuale: “Come in uno specchio”, di Ingmar Bergman.

In una stagione come questa, in cui il cinema riscopre la suggestione dell’indagine psicologica e noi europei ci chiediamo di nuovo chi siamo e dove andiamo, forse è utile ricordare che all’inizio del viaggio ci sono i capolavori di Bergman. 

“Come in uno specchio” (Såsom i en spegel) è un film del 1961, scritto e diretto da Ingmar Bergman, è il primo della cosiddetta “Trilogia del silenzio” o “Trilogia dell’assenza di Dio”, ad esso seguiranno negli anni successivi “Luci d’inverno” e lo sconvolgente “Il Silenzio”.
Bergman, con questa trilogia e con questa pellicola in particolare, mostra di essere il più grande comunicatore della storia del cinema: la sua retorica dell’incomunicabilità difatti trova in questi tre film un passaggio cruciale e la “Trilogia del silenzio” è un momento necessario per comprendere la condizione naturale dell’artista e dell’umanità tutta.

Se è pur vero che Bergman ha tentato durante tutto il corso della sua vita di dare forma al suo malessere e di scoprire chi fosse, è anche vero che proprio grazie a lui lo spettatore riesce a comprendere meglio se stesso. Difatti, con la “Trilogia del silenzio”, l’autore offre quella che è, molto probabilmente, la risposta più sensata che l’essere umano abbia mai ricevuto alla sua incessante invocazione del divino.

Al centro della storia di “Come in uno specchio” vi è la vicenda di una famiglia i cui legami, durante il corso di una vacanza in un rifugio un’isola remota, sono messi duramente alla prova quando la figlia Karin (Harriet Andersson) scopre che suo padre ha utilizzato la sua schizofrenia come mezzo per raggiungere il tanto agognato successo letterario. Mentre Karin scivola dentro e fuori dagli schemi della lucidità, suo padre (Gunnar Björnstrand), suo marito (Max von Sydow) e suo fratello minore (Lars Passgård) non sono in grado di impedire in alcun modo la sua discesa straziante verso l’ abisso della malattia mentale che si apre davanti a lei. Vincitore, nel 1962, dell’Oscar al miglior film straniero e con una prestazione di a dir poco stupefacente della Andersson, “Come in uno specchio” presenta una visione sincera e risoluta della crisi di una famiglia e di una psiche tormentata e scossa dall’immanente, misteriosa presenza  del Divino.

Bergman sceglie di spogliare le immagini di qualsiasi effetto che possa anche solo minimamente distogliere l’attenzione dello spettatore dalle riflessioni che è chiamato a fare e dal drammatico universo interiore dei personaggi che vivono il loro dramma sulla scena. Questa scelta stilistica è estremamente adeguata al contesto e, più che indovinata, pare inevitabile, proprio come la scelta del rosso come colore predominante in “Sussurri e grida”. Karin, ancora innocente e dolce Ofelia, è in balia delle proprie percezioni e dei tre personaggi maschili: l’incessante presenza di Dio (che ai suoi occhi si presenta nella tremenda veste di ragno) e l’ irresponsabile “leggerezza” con cui i suoi familiari imbrattano la sua quotidianità, portano la donna a brancolare spaventata nel buio disordinato della sua mente. La struggente verità è che non solo Karin, ma anche gli altri sono afflitti da un male interiore: il problema è che ognuno, proprio come all’interno di uno specchio, lo riconosce negli altri. L’unica risposta rassicurante, risposta che in realtà riflette il parere personale, ma non definitivo, di Bergman, è data nel finale: “Si tratta di sapere che l’amore esiste per davvero nel mondo umano.Non so se l’amore è la prova dell’esistenza di Dio o se l’amore è Dio stesso.  […] “Allora Karin è circondata da Dio, dal momento che l’amiamo.” In definitiva, il regista trova nell’amore la prima risposta al problema della circolarità della disperazione e della tensione infinita verso Dio. E questa è, forse, la conclusione meno dolorosa che si possa accettare dopo aver scrutato cosa c’è dietro quel vetro buio e nebuloso che è il nostro io.

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