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Assessore al Personale e alle Politiche Giovanili della giunta del sindaco Lello Abete a Sant’Anastasia, consulente del lavoro e mamma di due bimbe.

Trentaquattro anni compiuti a maggio scorso, sposata, madre di due bimbe, laureata in economia aziendale e consulente del lavoro abilitata. Lucia Barra non aveva mai pensato alla politica finché – nel 2010 – non le chiesero di candidarsi. Lei racconta di aver prima escluso la possibilità, poi di aver cominciato a rifletterci su e infine, poco prima della presentazione delle liste, di aver deciso per il «sì». Fu eletta nella lista Pdl, divenne consigliere comunale e poi, nell’ultimo scorcio dell’amministrazione guidata da Carmine Esposito, assessore. Si è ricandidata in sostegno dell’attuale primo cittadino, Lello Abete, nella lista civica «Sant’Anastasia in volo» e, pur avendo più che raddoppiato le preferenze rispetto alla sua prima esperienza, per lei non è scattato alcun seggio in consiglio comunale. Ma il sindaco l’ha voluta in giunta, dunque oggi è nuovamente assessore alle Politiche Giovanili (Informagiovani, servizi educativi e tutela dell’infanzia, servizi al cittadino, decentramento amministrativo) e Personale. Come da copione per questa rubrica, per chi voglia leggere il profilo astrologico dei protagonisti delle interviste, il tema natale è allegato in coda: Lucia Barra appartiene al segno del Toro, il suo Ascendente è nel segno dello Scorpione.

Lucia, hai sempre vissuto a Sant’Anastasia?
«Sempre qui e sempre in periferia, a Masseria Marra Marciano da nubile, cento metri più in là rispetto alla casa dei miei genitori da sposata. Direi che la mia vita è cambiata poco».

Non ti piace il luogo dove vivi?
«La mia casa mi piace moltissimo, al luogo sono affezionata ma non vorrei restare lì per sempre, mi auguro di non morirci, ecco. Il mio sogno, quando sarò un po’ più vecchia, è andare a vivere in Toscana. Ci sono stata e adoro quelle terre, quel paesaggio, quei casali. Amo Firenze, è tra le città italiane quella che preferisco, ci ho anche vissuto un’intera estate quando mio marito lavorava a Barberino del Mugello. Io e la mia prima bimba, che allora aveva due anni, lo seguimmo. Restammo settimane in un agriturismo che ricordava molto gli scenari del film “Il ciclone”».

Qui però hai la tua famiglia d’origine. Cosa fanno i tuoi?
«Mio padre Giorgio era un ascensorista e ottimo elettricista, ha sempre lavorato a Caserta ed ora è in pensione, mia madre Anna è una casalinga con l’hobby del ricamo, un po’ abbandonato adesso che ha le nipotine delle quali si occupa spesso, oltre a due figli maschi, i miei fratelli minori, che ancora vivono in casa».

Che studi hai fatto?
«Alle scuole medie andavo benissimo in matematica, quindi mi sembrò naturale scegliere il liceo scientifico a Somma Vesuviana, era a due passi da casa e in quella città avevo i miei nonni e mezza famiglia. Diciamo che oltre alla propensione per le materie scientifiche, giocò molto il fattore comodità. Ma fu una scelta immatura, forse sbagliata. Se prima ero un’alunna modello, al liceo mi feci prendere da altro, dalle amicizie, dalla delusione di un corso di studi che probabilmente non mi appassionava. Rimasi scontenta anche del risultato della maturità, sapevo di essere stata presa di mira da un gruppo di professori, di non risultare loro così simpatica, ma sinceramente mi aspettavo un voto più alto».

Problemini scolastici a parte, che adolescente sei stata?
«Ribelle, ma il giusto per quell’età. Di sicuro più dei miei fratelli. Nulla di esagerato o strano, non ho mai fumato né preso droghe, non sono mai scappata di casa. Diciamo che mi limitavo alle piccole omissioni o bugie innocenti per sfuggire ai controlli dei genitori: dicevo che sarei andata ad una festa di compleanno che non esisteva e invece ero con gli amici o il fidanzato altrove. Conseguenze dei divieti, normali reazioni adolescenziali».

Dal liceo all’Università. So che Economia è considerata una materia umanistica, ma ha comunque a che fare con i numeri. Non hai, per così dire, cambiato strada…
«Inizialmente avrei voluto diventare fisioterapista, per un periodo pensai anche a Farmacia, ma alla fine scelsi economia aziendale, più che altro perché era un corso nuovo che all’epoca implicava sbocchi occupazionali. Non mi affascinava l’idea di diventare commercialista, ma la figura del manager non mi spiaceva. Mi sono laureata, ho fatto due anni di tirocinio in uno studio di Pomigliano d’Arco e l’anno scorso mi sono abilitata come consulente del lavoro. Diciamo che nel corso di studi mi sono resa conto che, scartata la contabilità, mi si confanno più materie come il diritto del lavoro».

Perché non Giurisprudenza allora? O perché scartare l’idea originale di diventare fisioterapista?
«Giurisprudenza non è mai stata nei miei programmi. Fare la fisioterapista mi sarebbe piaciuto davvero ma ho un problema, ho il terrore di vedere il sangue, le ferite, non avrei potuto. Ho pensato al futuro nel fare la scelta che mi ha poi condotto alla laurea. Poi la delusione del liceo era talmente forte che in un dato momento ho addirittura pensato di abbandonarli, gli studi. Ma non potevo non dare questa soddisfazione ai miei, soprattutto a mio padre che alla laurea ci teneva tanto. Quando mi sono sposata avevo ancora tre esami da fare, ne ho dati due durante la prima gravidanza e l’ultimo quando mia figlia aveva appena due mesi. Ho preparato la tesi,  “Tutela del lavoro femminile”, mentre allattavo e l’ho discussa quando Rossella aveva appena sette mesi. Ricordo bene quel giorno, bello ed emozionante proprio perché in aula c’era mia figlia, oltre che per i complimenti e gli applausi. Lei era l’unica bimba in aula e piangeva».

Ora nei hai due, di bimbe. C’è il maschio in programma?
«Assolutamente no, ho chiuso così. Un figlio ti cambia la vita, due te la stravolgono, al terzo non ci penso proprio. Provvederanno i miei fratelli a dare un nipotino maschio al nonno che ci tiene tanto. La mia prima figlia è Rossella, ha sette anni e porta il nome della nonna paterna Rosa, soltanto più addolcito. La seconda ha tre anni e si chiama Barbara».

Tuo marito che lavoro fa?
«Ferdinando è operaio di mezzi meccanici, esattamente un escavatorista. Ha sempre lavorato fuori, lontano da casa e in tutta Italia, ma da un anno è a Pozzuoli. Ora è più presente, ma a dire il vero preferivo prima».

Cioè, ti spiace che stia a casa?
«No, tutto il contrario. Il fatto è che prima era sì lontano ma quando rientrava a casa e restava qualche giorno era tutto per me e le bimbe, organizzavamo uscite, passeggiate, trascorrevamo del tempo insieme. Adesso invece torna a casa la sera ma gli orari non coincidono, ha un ritmo di lavoro frenetico e sembra che sia più lontano. Insomma, è tutti i giorni qui ma di fatto non c’è».

E tu? Lavori?
«No, dopo l’abilitazione mi sono presa una pausa. Non sono affatto convinta di quel che voglio fare. Sono consulente del lavoro, vorrei anche esercitare la professione libera però mi ritrovo a 34 anni senza alcuna voglia di chiudermi in un ufficio per otto ore al giorno. In passato ho lavorato come segretaria, ma non ho altre grandi esperienze alle spalle».

Insomma, cosa vuoi fare da grande?
«Magari creare qualcosa di mio. Un negozio, un’attività, forse di articoli per la casa. Sono la mia passione, potrei passare interi pomeriggi in negozi così e, difatti, a qualche esercente che mi conosce bene gli si illuminano gli occhi non appena mi vede, sa che non uscirò di lì  a mani vuote. Adoro anche occuparmi della casa, curare i particolari, i dettagli, anche se ultimamente ho poco tempo».

Il poco tempo, immagino, che ti rimane visto il tuo impegno da assessore. Ma quand’è che ti sei avvicinata alla politica?
«Nel 2010, quando accettai la candidatura nel Pdl in sostegno di Carmine Esposito. Mi convinse mio cognato, Costantino Beneduce, consigliere comunale a Somma Vesuviana. Sua moglie, Annamaria De Vita, si è candidata con Noi Sud alle scorse regionali e anche io ho dato il mio contributo al suo bel risultato, circa quattromila voti».

All’epoca si diceva che fossi la candidata anastasiana del compianto sindaco di Somma Vesuviana, Ferdinando Allocca.
«Sì, lo so. Non dicevano una sciocchezza, mia suocera è legata da un rapporto di parentela alla famiglia Allocca. Ma fu Costantino a convincermi, io non mi ero mai interessata di politica. Sapevo quali erano gli schieramenti, la differenza tra la Destra e la Sinistra, masticavo un po’ di diritto pubblico studiato all’Università, ma null’altro. Tutto qui.  Non dissi subito sì, ci pensai per ben due mesi e alla fine accettai soltanto il giorno prima della presentazione delle liste. Con sincerità, lo feci perché nella mia zona non c’era mai stato un rappresentante che potesse portare all’attenzione dell’amministrazione e del consiglio comunale le problematiche, le difficoltà, della nostra periferia. Chi vive lì si sente emarginato, abbandonato, isolato. Non ci sono marciapiedi, non ci sono servizi, forse non si può pensare ad opere pubbliche faraoniche ma ad una piazzetta, una fontana, un parco giochi anche piccolino per i nostri figli sì. Magari ad un passaggio della spazzatrice almeno una volta alla settimana, come ho appunto chiesto di recente al sindaco Abete. Decisi di candidarmi per mia figlia, all’epoca ne avevo una soltanto, per tentare di dare il mio contributo anche se ero cosciente che con il mio carattere timido e introverso non sarebbe stato semplice. Non mi piace molto apparire e sapevo invece di dover essere presente, di dovermi esporre. Me ne convinsi e accettai, fui eletta, ultima a farcela nella lista Pdl, con 156 voti. Entrai in consiglio grazie al quorum della lista, eravamo una bella squadra».

E alla fine ti sei appassionata alla politica?
«Pian piano, grazie soprattutto al carisma del sindaco Esposito. Ho fatto il consigliere per tre anni, ruolo che sicuramente comporta meno responsabilità rispetto a quello dell’assessore. Però è importante, ci si sente portavoce dei cittadini e se ci metti la faccia ti senti responsabile anche in quel ruolo, eccome.  Sono stata assessore nell’ultimo periodo di quell’amministrazione, senza deleghe perché il sindaco dopo un rimpasto le avocò tutte a sé. Lavoravamo per obiettivi. Raggiunto uno, si passava al prossimo. Mi occupavo comunque sostanzialmente di politiche giovanili, decentramento, servizi al cittadino, le deleghe che ho tutt’oggi. Poi quell’esperienza è terminata in maniera traumatica e io avevo deciso, almeno in cuor mio, di non candidarmi più. Avrei seguito il gruppo, li avrei sostenuti, appoggiati, ma non volevo più scendere in campo».

Invece cos’è che ti ha convinto a ricandidarti in sostegno dell’attuale sindaco Abete?
«La maggior parte dei consiglieri e degli assessori uscenti è scesa in campo. Non volevo sottrarmi alle responsabilità, era importante, fondamentale, non affossare tutto il lavoro che avevamo fatto insieme. Ho deciso negli ultimi giorni, dopo aver riflettuto, di dare il mio contributo. Ho fatto una scelta sbagliata per quanto riguarda la lista, certo: con 343 voti validi in “Sant’Anastasia in volo» non sono stata eletta pur avendo raddoppiato le mie preferenze. Anche se con la doppia preferenza di genere non si può fare un ragionamento di questo tipo, però so che con questo risultato di tutto rispetto sarei stata la prima in almeno due liste e la seconda in “Alleanza per Sant’Anastasia”. Essere la prima dei non eletti sapendo tutto ciò non è divertente, ma poi il mio impegno è stato comunque premiato».

Con la nomina in giunta. E le deleghe alle Politiche Giovanili e al Personale. Una delega, quest’ultima, molto «politica».
«Una delega “tosta”, la vedo poco politica. Più come una rogna».

È politica proprio per questo…
«Comunque ad oggi si può fare ben poco a causa dei vincoli a livello normativo, per le eventuali assunzioni è tutto bloccato, finanche quelle per i lavoratori stagionali. Praticamente siano in standby da quando ci siamo insediati. Però è già una fortuna poter andare avanti con il concorso per vigili urbani, ne saranno presi quattro. Al momento abbiamo nove posizioni organizzative, nove responsabili di servizio».

Com’è il tuo rapporto con il personale del Comune?
«Buono, con tutti. Sono una persona disponibile e accomodante. Certo, mi irrita aver le mani legate rispetto ai concorsi, non poter dare possibilità ai giovani. La nostra macchina amministrativa è datata, l’età media degli impiegati supera i 55 anni e i giovani si possono davvero contare sulle dita di una mano. Nonostante i corsi di aggiornamento obbligatori il nostro personale tende a settorializzarsi, ad adagiarsi, a fare un’unica cosa e basta. Prendi per esempio il servizio politiche sociali: c’è chi si occupa di minori, chi degli anziani, chi della pubblica istruzione, senza un turnover delle mansioni. Il che vuol dire che se un dipendente manca si resta bloccati».

A proposito di Pubblica Istruzione, tu te ne occupi in un certo senso, nonostante il sindaco abbia tenuto per sé la delega.
«Sì, mi ha chiesto di affiancarlo comunque. Su quel fronte dobbiamo affrontare la questione del dimensionamento, non è facile, ma ce lo impone la legge.  Bisogna tenere conto delle esigenze di tutti, dai dirigenti agli insegnanti ma, in primis, degli alunni».

Il tuo rapporto con i dirigenti scolastici è sereno?
«Sì, ottimo. Anche con Angela De Falco, la preside della mia bimba. Lo preciso perché ci fu un notissimo scontro con lei quando con l’amministrazione Esposito chiudemmo il plesso di via Pomigliano. Fu una scelta dura ma giusta, dovuta. Per questioni di risparmio ma soprattutto di sicurezza. Non tanto dell’edificio ma per la viabilità, quella scuola era su una strada a scorrimento veloce, in una posizione pericolosissima».

Adesso, però, ti occupi essenzialmente delle Politiche Giovanili.
«Bellissima delega, ma il tasto dolente c’è anche qui. Si potrebbe fare tantissimo, in campo culturale, dello spettacolo, lavorativo, ma le politiche giovanili sono la Cenerentola del Comune e navigano davvero in cattive acque. Mi sono confrontata diverse volte con i colleghi assessori dei Comuni limitrofi con i quali sto seguendo il festival dell’ambiente, I want to be clean, ci siamo incontrati e con Pasquale Fiorillo (Pollena Trocchia) e Gaetano Di Matteo (Somma Vesuviana), abbiamo deciso di provare a reperire risorse altrove, contattando un’associazione di volontariato messa su da ragazzi che si occupano appunto di questo. Puntiamo a fondi europei diretti, non strutturali, ad un iter e un procedimento più semplificato. Siamo in attesa di riscontro perché sui capitoli delle politiche giovanili non c’è nulla. Per Sant’Anastasia, i fondi predisposti dal commissario prefettizio ammontavano praticamente a zero. Ora, dopo l’approvazione del bilancio, spero in qualche risorsa in più. Tre anni fa, per un progetto, ho ottenuto un po’ di materiale per abbellire e attrezzare il centro Informagiovani: computer, bacheca, scanner, stampante. Tutto qua».

E il Forum dei Giovani? Lavora?
«In carica ci sono ancora i giovani eletti con l’amministrazione Esposito. Fatica un po’ a carburare, ho tentato di coinvolgerli in diverse iniziative promosse dall’assessorato, hanno partecipato ma hanno bisogno di più stimoli. Chi è preso dagli studi, chi dal lavoro, chi magari è rimasto deluso dall’esperienza e si è allontanato, non è facile. In campagna elettorale le varie fazioni hanno coinvolto anche loro, qualcuno ha abbandonato e sinceramente sono rimasti in pochi. A breve metteranno su un evento con tutte le associazioni giovanili, li ho contattati io uno per uno e si svolgerà probabilmente a piazza Cattaneo il 22 luglio. Il fine è portare avanti lo spirito di aggregazione, lavorare con le associazioni, sentirsi coinvolti come è accaduto con i convegni organizzati e promossi da noi, come quello sulle morti bianche e sulla dipendenza da alcool. Intanto spero che portino avanti loro iniziative, non occorrono tante risorse per scendere in piazza, per esempio, con un gazebo e un po’ di materiale, sensibilizzando i coetanei rispetto a dipendenze e problematiche della loro età».

Delle tue competenze fa parte il decentramento amministrativo. Come va lo sportello Anagrafe in via Starza?
«Lo abbiamo riaperto, funziona e va potenziato. Ora i cittadini possono chiedere lì anche il rinnovo della carta d’identità e ritirare le buste per la raccolta differenziata. In programma abbiamo un altro sportello decentrato, in via Romani, accanto al bocciodromo. Il primo problema che si dovrà affrontare è la mancanza di personale, decidere chi tra i dipendenti comunali dovrà prestarvi servizio ed è difficile spostare una risorsa con la carenza di organico che abbiamo. Ma si farà. Oltre ad un altro bel progetto che stiamo per varare: lo sportello centrale dell’Anagrafe resterà presto aperto anche il sabato, facilitando chi lavora e non può servirsene nei giorni feriali. Ci stiamo muovendo in questo senso e sono già state fatte verifiche rispetto alle risorse».

Servizi al cittadino, servizi educativi e tutela dell’infanzia. Queste deleghe implicano il convogliare verso di te le rimostranze, le istanze, le esigenze dei cittadini?
«Dovrebbe e potrebbe essere così. In realtà e in concreto ci si accavalla un po’ con altri assessorati come le politiche sociali. Con l’assessore Giliberti stiamo collaborando e seguendo il progetto del micro – nido, ancora da venire, ma presto dovrebbero partire i lavori in via Verdi, nella sede distaccata del plesso D’Assisi. In progetto c’è anche il potenziamento dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico, ma lì occorre una persona qualificata, con un titolo specifico e tra i dipendenti non ne abbiamo».

So che le Pari Opportunità non compaiono tra le tue deleghe. Ma ti sei laureata con una tesi sulle condizioni di lavoro femminile e non posso non chiederti se ci credi.
«Mi inviti a nozze. No, non ci credo. Le pari opportunità sono segno di regresso, non di progresso. Non mi piace proprio l’etichetta. L’uguaglianza di genere dovrebbe essere una cosa scontata e ogni volta che sento parlare di quote rosa – so che rappresentano uno strumento affinché le donne abbiano qualche possibilità in più – mi sento umiliata, mortificata. Come se le donne fossero una categoria da proteggere, come i panda, come gli animali in via di estinzione, come – accade nei concorsi – fossero una categoria debole alla stregua dei diversamente abili. Non mi va proprio l’etichetta. Anche la commissione, se la si chiamasse semplicemente “gruppo di lavoro” e vi fossero magari rappresentanti di varie categorie e non solo donne, mi aggraderebbe di più. Spero che un giorno supereremo questa terminologia che finisce secondo me per ghettizzare ancor di più la donna, a prescindere dalle condizioni reali».

Hai lavorato  da assessore con soli due sindaci, Esposito e Abete. Che differenza c’è nei metodi di operare?
«Con Abete si lavora di più. Mi spiego: ci si chiede di essere più presenti, su tutti i problemi quotidiani, di offrire una grande disponibilità. Con Esposito questa esigenza si avvertiva meno perché lui dava un input e ti guidava molto,  passo passo, controllava e verificava ogni cosa. Anche un semplice manifesto doveva passare il suo vaglio. Abete lascia fare, interviene difficilmente, preferisce farci lavorare in libertà e autonomia nel gestire le cose».

Tu quale metodo preferisci? Legato naturalmente alla tua propensione al lavoro e non alla persona di uno dei due sindaci.
«Preferivo essere guidata,  mi sentivo più sicura a procedere per step, con il confronto quotidiano. Esposito curava anche i particolari minimi di un convegno, ad Abete relazioniamo nel momento in cui è tutto già organizzato. Certo, sono due esperienze diverse, ma entrambe formative, con due sindaci esperti che hanno sicuramente da insegnare e questo è fondamentale per chi deve imparare».

Uno o più aggettivi per ciascuno di loro?
«Per Lello Abete sceglierei “moderato”, “diplomatico”. Per Carmine Esposito, sicuramente “carismatico” e “rivoluzionario”. O anche “lungimirante”. La verità è che il sindaco precedente era avanti rispetto a noi tutti di almeno trent’anni, nonostante le difficoltà che poteva creare il suo caratterino non semplice. In una riunione di maggioranza ricordo che ci disse, testuale: “Se sapete andare in autostrada a duecento chilometri all’ora e in senso contrario di marcia, allora potete avere a che fare con me”. Concordo pienamente».

Hai un tatuaggio sul braccio, è il solo?
«Sì, ne ho soltanto uno. È la traduzione inglese di una frase del testo di una canzone di Gianna Nannini: “Sei nell’anima e lì ti lascio per sempre”. Io e mio marito lo abbiamo fatto uguale, l’anno scorso, nello stesso posto. Lui è super tatuato, ne ha otto o nove, io solo questo e ho deciso di farmi scrivere questa frase sul corpo per lasciare un segno del nostro amore da qualche parte. Ma è studiato, ha un doppio significato. “You are” è seconda persona plurale, se dovesse scappare via il marito, varrebbe per le mie bimbe, magari aggiungendo le loro iniziali».

Sei ormai da cinque anni a contatto con l’ambiente della politica locale. Questo ti ha portato ad interessartene in senso più ampio?
«Sì, seguo la politica nazionale, leggo, studio, guardo i talk show».

C’è partito in cui ti rivedi? O un leader che consideri più vicino alle tue idee?
«No, oggi proprio no. Mi piaceva molto Silvio Berlusconi, per quel che poteva dare alla politica, per come ragionava, per come lui intendeva l’impegno. Ma c’è stato un periodo in cui sono rimasta affascinata da Matteo Renzi, ho letto il suo libro “Oltre la rottamazione” in soli due giorni, un record per me. Però poi sono rimasta delusa da come sono andate le cose, da come sta governando. Capisco che fare il sindaco è un conto e fare il presidente del Consiglio è tutt’altro. L’Italia non è Firenze. Mi ha deluso davvero tanto».

Tendenzialmente però ti consideri di centrodestra, no?
«Sì, certo».

Intendi continuare nell’esperienza politica?
«Per ora ho ancora il giusto entusiasmo. Ma ho bisogno di stimoli, di credere in un progetto».

Nel paese si avverte un certo malcontento nei confronti del vostro operato. O meglio, un calo di tensione. Te ne sei resa conto?
«Sono una persona onesta e trasparente, non posso dirti che non me ne sono resa conto. Di recente, per la campagna elettorale per le regionali, a sostegno di mia cognata, sono scesa di nuovo in campo, ho contattato amici, parenti, conoscenti, le persone che mi avevano votato un anno fa. Indubbiamente il malcontento c’è ma non è solo locale bensì verso la politica in generale, le critiche sono rivolte alla deriva verso la quale sta andando l’Italia.  Noi abbiamo ereditato sei o sette mesi di gestione commissariale durante i quali si è fatto ben poco, distruggendo quasi tutti i risultati ottenuti in precedenza».

Ma è passato più di un anno, ormai.
«Non è cosa semplice riprendere tutto in mano, rimettere in moto la macchina amministrativa, dare giudizi è prematuro e sapevamo bene che il confronto con la passata amministrazione sarebbe stato inevitabile. Noi stiamo lavorando con entusiasmo e impegno, il sindaco ancor di più, bisogna darci tempo e torneremo al top, a quei livelli raggiunti nel periodo in cui Esposito, in soli tre anni, ha rivoluzionato il paese. Che sia accaduto questo è visibile a tutti, nessuno può dire il contrario e anche la parte più oggettiva dell’opposizione dell’epoca ha dovuto riconoscerlo. Siamo partiti con le cose più semplici, banali se vuoi, ma necessarie, come la viabilità e il decoro urbano. Per i grandi progetti i tempi lunghi sono inevitabili: la piscina comunale e il palazzetto dello sport, per esempio. A breve partiranno i lavori in via Arco, una zona che non è mai stata riqualificata, entro un anno sarà consegnato lo sportello di accoglienza e disbrigo pratiche per immigrati nell’ex macello di via Pomigliano. Fateci lavorare sereni e il malcontento scemerà, ne sono certa».

Qual è la cosa realizzata che in questi anni ti ha dato più soddisfazione?
«Fino al 2010 mi sentivo un’oriunda nel mio paese. Oggi mi posso nuovamente definire una cittadina anastasiana. Sant’Anastasia non mi piaceva, poi sono stata al fianco di chi ha contribuito a cambiare le cose. La soddisfazione più grande, non so, forse l’apertura tanto attesa dell’isola ecologica. Siamo stati noi, con Abete, a inaugurarla ma l’iter, la battaglia, fu condotta dalla scorsa amministrazione. In più, un’altra bella soddisfazione, è vedere le persone vivere nuovamente il paese, i cittadini sentirsi orgogliosi di Sant’Anastasia. Tutti noi abbiamo contribuito e  ne sono fiera».

Quanto tempo trascorri in municipio?
«Tanto, abbastanza direi. Anche se sono dell’idea che piuttosto dovremmo scendere tra le persone un po’ di più, essere più presenti nel tessuto cittadino, per le strade. In Comune si passa molto tempo a ricevere le persone e spesso siamo costretti a far capire che Palazzo Siano non è un ufficio di collocamento, che siamo tutti disponibili ad ascoltare ma abbiamo le mani legate. Chiedere un lavoro al sindaco o agli assessori è un retaggio del passato. Ed è il Governo che, prima di tagliare i fondi ai Comuni, dovrebbe capire che il primo portone dove i cittadini vanno a bussare è quello del sindaco. Se potessi decidere io, stabilirei che alcuni fondi – quelli che oggi passano prima per altri Enti tipo la Regione – vadano direttamente ai Comuni. Perché la percezione vera della realtà ce l’hanno sul serio soltanto i sindaci e le amministrazioni locali».

C’è qualcosa che avresti voluto fare in questi anni e che invece non sei riuscita a realizzare?
«Io sono stata in Svizzera, dove in ogni aiuola c’è un’attrezzatura, qualcosa anche di piccolo e semplice, destinato al gioco per i bambini. Ecco, vorrei fosse così anche qui e mi auguro di riuscire a provvedere. Più strutture, più servizi, sono necessari e lo dico da mamma prima ancora che da assessore. Certo c’è il parco Tortora Brayda, ora anche il London Park, ma bisogna fare di più. Inoltre, vorrei riuscissimo a migliorare le scuole dal punto di vista della sicurezza. E poi ho un piccolo progetto, un obiettivo a portata di mano che sicuramente porterò a buon fine: un angolo per l’infanzia nella biblioteca “Giancarlo Siani” di Madonna dell’Arco. Con libri, giochi, momenti di lettura delle fiabe. Lo faremo. Oggi Madonna dell’Arco è diventata il cuore del paese, con il Santuario, la piazza».

«Piazza» mi pare parola grossa per quello slargo senza attrezzature e arredi urbani.
«Interverremo quanto prima, sarà resa accogliente. Una piazza, appunto».

Cosa fai nel tempo libero?
«Ne ho pochissimo e mi dedico alle bimbe, le accompagno ai campi estivi, alla scuola di danza, mangio un gelato con loro, facciamo passeggiate, giriamo in auto, stiamo insieme a casa nostra o dai nonni».

Ma davvero se ne avessi la possibilità andresti via da qui domani?
«Sì, andrei via. Ma non domani. Finora mi è mancato il coraggio. Ci sono stati momenti in cui avrei potuto chiudere la porta di casa e seguire mio marito, però non ce l’ho fatta. In realtà avere i genitori accanto, come anche i suoceri, significa in un certo senso essere coccolata e viziata. Senza di loro non avrei potuto affrontare nemmeno l’esperienza politica. In fondo sono molto legata alla mia casa e alle mie cose, ne sono gelosa. Nel momento in cui avrò la certezza, legata al lavoro di mio marito, di poter rimanere in un posto almeno dieci anni, forse lo faremo. A me piacerebbe, come ti ho già detto, la Toscana. A lui piacerebbe la Svizzera. Ci metteremo d’accordo».

Il viaggio più bello che hai fatto e quello che vorresti fare?
«Sono stata a Formentera, in Tunisia, in molti altri luoghi. Vorrei andare, forse, in Messico».

Quali valori insegnerai alle tue figlie?
«Onestà, lealtà, altruismo».

Tu ti consideri altruista?
«Sì, anche generosa. Spesso annullo me stessa pur di fare l’impossibile per chi ha bisogno di aiuto».

Ti piace leggere?
«Quando posso. L’ultimo libro letto è «I no che aiutano a crescere» di Asha Phillips, parla dei “no” che bisognerebbe dire ai bambini in ogni fase della loro crescita».

Riesci a dirli questi «no»?
«No. Non ci riesco, ed è un guaio. Sarà che per compensare il tempo tolto alle mie bimbe cerco alla fine di accontentarle in tutto, pur sapendo di sbagliare. Però devo cominciare a dirli, se non voglio ritrovarmi con due figlie viziate e prepotenti».

A te li hanno detti questi «no» i tuoi genitori?
«Mamma di più. Papà forse mi ha viziato un po’ ma non sono diventata prepotente, nemmeno tanto viziata in verità».

 Vai al cinema?
«Con amici e marito non vedo un film da sette anni. Ci vado con le bimbe, per lo più a vedere cartoni animati o film per bambini. Cenerentola è piaciuto più a me che a loro, per esempio. Infatti far star buona Barbara, la più piccola, è stata davvero un’impresa. Però sono contenta che a tre anni non si sia ancora legata nemmeno alla tv, non le piace».

Non piace nemmeno a te, la tv?
«Guardo solo i talk show per informarmi. Ma in effetti ho un’altra dipendenza, quella per i social network. Sono costantemente attaccata al cellulare ed è una cosa che deve finire. Perché nel momento in cui mia figlia mi ha rimproverato chiedendomi di posare il telefonino me ne sono resa conto. Ovviamente agirò di conseguenza».

Il tuo rapporto con il denaro com’è?
«Pessimo, ho le mani bucate e sono una spendacciona. In particolare con giocattoli e vestiti per le bimbe. Mia madre dice sempre che ho la paga da soldato e i vizi da generale».

E tuo marito che dice?
«Che sono troppo permissiva, che vizio le bambine, lui è un tantino più autoritario. Ma è poco presente, siamo sposati da otto anni ed è come se fossero due perché è sempre stato lontano, fuori».

Così magari il legame si mantiene più vivo, no?
«Sì, è vero. Il trucco è proprio questo. Nessuna routine, la gioia di condividere il giusto, con ciascuno dei due che mantiene la propria libertà e i propri interessi, gli amici, gli spazi, le proprie cose. Il nostro è un matrimonio felice perché non siamo mai stati appiccicosi, nemmeno da fidanzati. Ci sentiamo, quando è fuori, al massimo due volte al giorno a meno che uno di noi non sia giù e abbia bisogno di parlare. Siamo però entrambi gelosi e possessivi, io di più. Con lui, con le bimbe, anche con gli amici».

Gli amici, ecco: quanto contano nella tua vita?
«Tanto, mi sono allontanata dai vecchi amici dell’adolescenza o dai coetanei che frequentavo in gioventù o con mio marito. Ora ho un gruppo molto ristretto, con alcuni condivido anche l’esperienza politica e amministrativa. Senza limiti di età, ed è una cosa positiva perché il confronto con gli altri non si limita ad una cerchia ristretta».

Il pregio e il difetto che ti riconosci?
«Sono impulsiva ed è un difetto. Per il resto mi riconosco come persona buona e generosa».

L’esperienza politica ti ha cambiato?
«Sì, mi sento più sicura, più matura, più disinvolta, disponibile al confronto con un mondo che non credevo mi sarebbe mai appartenuto».

C’è un attore famoso che incarna il tuo ideale di uomo?
«Roul Bova. In ogni caso mi piacciono gli uomini mori».

Tuo marito lo è?
«Sì, ultimamente tende al brizzolato».

E la donna che invece consideri bellissima?
«A me piacciono Charlize Teron e Michelle Hunziker. Se lo chiedessi a mio marito direbbe Adriana Lima».

Invece, tu ti piaci? Cambieresti qualcosa di te dal punto di vista fisico o caratteriale?
«Vorrei essere magari più estroversa, aprirmi di più con le persone. Quanto al fisico, cinque o sei centimetri in più di altezza non mi spiacerebbero per nulla».

Il Pd di Sant’Anastasia ha chiesto di istituire in Comune il registro per le unioni civili, sei d’accordo?
«Sono d’accordo a regolarizzare il legame per le coppie di fatto, siano eterosessuali o omosessuali. Ma non sarei mai d’accordo, anche se questo non c’entra nulla con il sì o il no al registro per le unioni civili, per le adozioni. O meglio, per una coppia eterosessuale sì, anche se non è sposata. Per i gay no, siano essi due uomini o due donne. Sarò all’antica, ma i bambini hanno bisogno di una mamma e di un papà, che siano maschio e femmina».

Qual è il regalo più bello che hai ricevuto?
«Un matrimonio da favola e una casa stupenda. Il regalo dei miei genitori che quando mi sono sposata hanno dato tutto quel che potevano, il meglio. Hanno messo da parte ogni loro sogno per dare a me ogni cosa e, conoscendo i loro sacrifici, questo significa ancor di più, a prescindere dal valore materiale».

C’è qualcosa che non rifaresti nella tua vita se potessi tornare indietro nel tempo?
«Cambierei percorso di studi, sceglierei una facoltà scientifica».

Hai qualche fobia?
«Ho paura del sangue, dei topi, dei serpenti. Terrore puro. Ho un’altra fobia però, qualcosa per la quale chi mi conosce bene mi prende sempre in giro: mi fanno paura i dinosauri, anche se si tratta di pupazzi, di giochi per bambini, o se li vedo in tv. Non sono mai riuscita a vedere Jurassik Park, esempio. Mi vengono i brividi. Lo stesso accade con i coccodrilli».

Sei una persona superstiziosa, hai riti scaramantici?
«No, se devo affrontare qualcosa di importante mi faccio il segno della croce o prego».

Il gesto più romantico che hai fatto?
«Non sono così tanto romantica. Al massimo preparo una cena a mio marito, gli faccio una sorpresa, per stare insieme e per fargli assaggiare i piatti che mi vengono meglio».

Quali sono?
«Non cucino così tanto ultimamente. Siamo più sul genere “cosa porto a casa stasera?”. Però mi riescono molto bene i primi, i paccheri o gli scialatielli ai frutti di mare. O il roastbeef con le patate al forno. Tra i dolci, il tiramisù».

Se avessi un’illimitata disponibilità di denaro che ne faresti?
«Un mega regalo ai miei genitori per ricambiare tutti i sacrifici che hanno fatto per me, penserei al futuro delle mie figlie, farei molti regali, mi piace donare agli altri».

Lo fai perché cerchi approvazione?
«Non credo, semplicemente mi rende felice farlo. Ma ogni tanto ho anche bisogno di conferme, di constatare se gli altri hanno pensieri positivi nei miei confronti».

C’è qualcosa che vuoi assolutamente fare nella tua vita?
«Non sono particolarmente ambiziosa. A parte andar via di qui un giorno, vorrei lasciare alle mie figlie qualcosa di buono. Una base solida dalla quale partire per realizzarsi, quel che i miei genitori hanno fatto con me».

Hai un proverbio che possa rappresentare il tuo modo di essere o di pensare?
«Due: “Vivi e lascia vivere” e “Mai dire mai”».

Per finire, se dovessi descriverti a chi non ti conosce in due parole?
«Sono una persona dolce, buona generosa, accomodante, altruista, introversa, razionale, con i piedi ben piantati per terra. Ma non mi si deve far arrabbiare perché poi urlo. Tendo ad alzare la voce e sono poco simpatica».

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