Praticante avvocato, trentasettenne, già consigliere e vicepresidente del consiglio comunale, rieletto nel 2014 nella lista Alleanza per Sant’Anastasia, si è dimesso per ricoprire l’incarico di assessore nella giunta comunale guidata dal sindaco Lello Abete.
Attualmente ha le deleghe all’Ambiente, Patrimonio, Protezione Civile, Sicurezza sul lavoro e Sicurezza scolastica, Informa giovani, Affari Generali, Sport, Trasparenza, Affari Legali e Gare, Servizi di energia elettrica, acquedotti e gasdotti. Sposato da aprile scorso, diventerà papà per la prima volta tra pochi mesi. La prima candidatura risale al 2010 nella lista del Pdl in sostegno di Carmine Esposito, ma nella sua famiglia la politica l’ha respirata giovanissimo, non fosse altro che per la presenza di suo zio Luigi De Simone, già consigliere, assessore, candidato sindaco nel 1997. Il suo nome per esteso, quello che compare sui documenti, è Girolamo Ferdinando De Simone. Girolamo, «nome sacro» e Fernando, «coraggioso nella pace», stando all’etimologia. Tradizione familiare e pretesto per un aneddoto che lui stesso racconta nell’intervista che segue. Ma preferisce «Fernando»: un nome è solo un nome, appunto. Come le parole. «Sono solo parole» – dice lui. E spesso è così. Importante nella sua vita il ruolo di volontario in Protezione Civile e in Croce Rossa, sembra avere un unico rimpianto: non aver seguito quella che considerava la sua strada, diventando ufficiale dell’Arma dei carabinieri.
Fernando, una famiglia grande la tua. Forse anche «impegnativa» per chi, giovane, vuole farsi strada in politica.
«Vero, ma siamo anche molto uniti. Abbiamo sempre vissuto vicini, noi cugini siamo cresciuti insieme. Nel motto “Tutti per uno, uno per tutti”».
Come i moschettieri…
«Più o meno. Ed ho ricordi bellissimi dell’infanzia, delle giornate trascorse a giocare a nascondino o maschi contro femmine, delle corse in bicicletta, della serenità di quel periodo».
I tuoi genitori?
«Mio padre Carmine, il penultimo degli otto fratelli della famiglia De Simone, ha esercitato la professione di avvocato fino a qualche anno fa, oggi ha scelto di lavorare a tempo pieno come funzionario alla Regione. Mia madre Vilma è stata direttore di banca, adesso è in pensione. Ho anche una sorella, Maria Antonietta, che tutti noi chiamiamo con un diminutivo, Maranta. Lei ha un’agenzia di organizzazione eventi, lavora principalmente a Napoli».
Sposato da pochissimo, vero?
«Da aprile scorso, con Michela. Dopo un fidanzamento durato tredici anni era arrivata l’ora».
Liceo classico e poi la scelta di studiare Giurisprudenza. Per seguire le orme paterne?
«No, il mio sogno era diventare ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Il fratello di mamma era ufficiale dell’esercito, ho amato la divisa da sempre. Tant’è che mi sono arruolato, ho trascorso l’anno di leva nell’Arma e tentato più volte il concorso da ufficiale, senza mai riuscirci. L’ultima volta ne sono entrati venticinque su tremila, io sono arrivato ventisettesimo. Dopodiché ho deciso di congedarmi».
Perché non l’Accademia dopo il Liceo? O la scelta di restare carabiniere semplice, se era quella la tua passione?
«Effettivamente io amavo e amo la vita militare, sarei volentieri entrato in Accademia a diciotto anni. Però ho scelto Giurisprudenza, mi convinsero allora – e giocò in gran parte il parere dello zio materno militare – che quella vita di sacrificio non faceva per me. Optai per la facoltà di legge, riproponendomi di tentare il concorso da ufficiale in un secondo momento, se la passione non fosse scemata. Non lo è affatto, diciamo che rimpiango quella decisione. Da carabiniere semplice non sarei rimasto nell’Arma, è un lavoro bellissimo ma per chi ha studiato e conseguito una laurea con sacrificio non è appagante. Mi consolo con miei gradi da ufficiale nel corpo militare della Croce Rossa, ausiliario delle Forze Armate dello Stato. L’anno prossimo dovrebbero arrivare quelli da Tenente. Sono un soldato a tutti gli effetti».
Per almeno un anno carabiniere lo sei stato. Ricordi di quell’esperienza?
«Un periodo bellissimo, trascorso tra la scuola allievi carabinieri di Benevento e la caserma di San Pietro a Patierno nel quartiere Secondigliano. L’esperienza a Benevento è stata meravigliosa, la ripeterei tutta la vita. Eravamo in cinquecento allievi, una grande famiglia. Ricordo l’ultima notte di corso, il momento dei saluti, l’emozione di vedere quei ragazzoni che piangevano come bambini. Siamo rimasti amici, quasi tutti. Bello anche il periodo a Secondigliano, pur se una parte della popolazione ci guardava male. Mi sono ritrovato immerso in quella realtà proprio nel periodo in cui era in corso la faida tra il clan Di Lauro e gli scissionisti. Prestavamo servizio in quartieri difficili, Scampia innanzitutto».
Mi racconti il tuo primo giorno in servizio?
«Non credo potrò mai dimenticarlo. Ero in caserma da solo, in servizio da piantone. L’edificio affacciava su un parcheggio, visibile dall’interno. Vidi arrivare un’auto con a bordo un uomo. Poco dopo un’altra vettura, guidata da una donna. Una coppia che si incontrava lì. Pochi minuti e un’altra macchina raggiunse le prime. Ne scesero tre donne, una era evidentemente la moglie dell’uomo che aveva in corso un incontro clandestino con l’amante e la signora si era portata rinforzi per mettere a segno la vendetta. Li picchiarono a sangue: mazze, schiaffi, calci. Ovviamente dovetti uscire e tentare di sedare il pestaggio, dopo aver chiamato a mia volta i rinforzi. Insomma, un primo giorno movimentato, non posso proprio lamentarmi. Dopo, nella guerra in atto tra clan per il predominio sulla zona, abbiamo visto morti ogni giorno, eseguito perquisizioni e sequestri».
Intanto studiavi?
«Ho dato l’ultimo esame quando ero nell’Arma. Mi sono laureato l’anno dopo. In seguito ho tentato l’esame di Stato per cinque volte ma non l’ho ancora superato perciò sono praticante avvocato. Lo rifarò a dicembre prossimo».
Difficile?
«Un terno al lotto, otto o novemila candidati alla volta e il controllo praticamente impossibile. La preparazione, lo dico in coscienza, non c’entra nulla. Dopo il tirocinio si possono comunque patrocinare cause entro un certo limite svolgendo attività giudiziale, dunque al momento lavoro nello studio che era di mio padre».
Cosa hai scelto, civile o penale?
«Civile. Per la verità ho iniziato a far pratica nello studio di un penalista a Sant’Anastasia, appena dopo il congedo. Mi resi conto subito che non era la strada per me quando arrivò un cliente, una persona che aveva scippato una vecchietta. Prima di studiare il piano difensivo ammise di essere stato lui a compiere il reato e io mi sentii ribollire perché, fino a qualche giorno prima, io gli scippatori li arrestavo, andavo a prenderli a casa. Tutti hanno il diritto di essere difesi, e bene, ma non sarò mai io a farlo».
Perciò preferisci occuparti di querele, diritto di famiglia, divorzi, tra le altre cose?
«I divorzi sono quanto di più brutto possa esserci, vedi coppie che stanno insieme da una vita diventare nemici, farsi dispetti, litigare su tutto. Se non ci sono di mezzo bambini, tutto è concesso. Se così non è, cerco di evitare. Se la situazione degenera rinuncio, passo il caso a qualche collega».
Rinunci? Che fai, l’obiettore di coscienza nella professione?
«Non proprio, ma sono contro il divorzio a priori. Nessuno costringe un altro a sposarsi. Nel momento in cui arrivano dei figli si deve vivere per il loro bene, non usarli come arma per ottenere magari di più. Chi ha voluto dei figli, io la penso così, non deve ricorrere al divorzio ma restare in casa, sacrificarsi, tutelare la famiglia».
E se ci si innamora di un’altra persona?
«Se non si hanno figli, nessun problema. In caso contrario, per come la vedo io, si affrontano i problemi e si va avanti, senza ledere la vita di bambini che non hanno colpa. Lo so, ho la mentalità dei miei nonni. Anzi, della mia nonna materna: la fede che porto al dito è sua e non la toglierei per nulla al mondo. Suo marito, mio nonno, era militare in Marina e aveva probabilmente donne in tutti i porti. Lei, che intendeva la famiglia così come deve essere, ne parlava, ne discuteva magari, ma andava avanti. Così si fa».
Ricapitolando, sembri un (praticante) avvocato sui generis.
«Semplicemente non andrò contro i miei principi, mai. Tra l’altro oggi ci sono troppi avvocati e io ritengo che la figura professionale così come la conosciamo non esisterà più, con il tempo. Sto per adesso dedicando gran parte del mio tempo alla politica. All’impegno da assessore a Sant’Anastasia e a quello di assistente parlamentare a Roma, con l’onorevole Filippo Piccone del Nuovo Centrodestra, abruzzese come mia madre».
Come ti sei ritrovato in quest’ultima esperienza?
«Lo conoscevo da tempo e l’ho sempre seguito. Anche quando si è candidato alle Europee ho fatto quel che potevo per sostenerlo. Gli dissi che mi avrebbe fatto piacere collaborare con lui e sinceramente non mi aspettavo che davvero mi incaricasse di seguirlo così da vicino. Ho accettato ed ora mi ritrovo a stare due giorni alla settimana a Roma, ad occuparmi delle interrogazioni parlamentari, delle relazioni attinenti al suo impegno nelle commissioni, prima la Commissione Cultura e, da agosto, quella Agricoltura. È un lavoro bellissimo, serve alla preparazione, alla formazione intellettuale, a conoscere tante di quelle cose che altrimenti non sapresti mai».
Ti sei candidato per la prima volta a Sant’Anastasia nel 2010 nella lista del Pdl, fosti eletto con poco meno di 240 voti, ma quand’è che ti sei avvicinato per la prima volta alla politica?
«Da adolescente ho seguito con interesse tutta l’evoluzione di Forza Italia e, appena diciottenne, mi impegnai nella campagna elettorale per le comunali del 1997, quando il candidato sindaco era mio zio, Luigi De Simone. Mi appassionai e, a prescindere dalla sconfitta sulla quale giocarono vari fattori, non ho mai più smesso. Nel 2010 mi feci avanti, volli candidarmi, fui eletto e rimasi consigliere, vicepresidente del consiglio comunale, per quaranta mesi. Un’esperienza bellissima dalla quale ho imparato tanto, così come dal sindaco Carmine Esposito, dal suo modo di far politica, dalla sua maniera di porsi con le persone, dalla capacità di tenerci tutti uniti. In questo è stato un maestro, non rinnego nulla. Ci ha dato spazio e così accade oggi anche con il sindaco Lello Abete. Chi vuole lavorare sul serio è messo in condizione di farlo, adesso come allora».
Hai deciso di ricandidarti nel 2014, sei stato eletto e sei oggi assessore. Una decisione facile, scontata, dopo gli anni precedenti?
«Ho riflettuto per un po’, poi sì è stato facile. Il progetto era quello, la squadra era la stessa, si è deciso di correre tutti insieme nel segno della continuità. Era quasi doveroso».
E la continuità c’è davvero o è soltanto una parola, un modo di dire?
«Nel programma c’è tutta. C’è stato un anno di commissariamento e nel bilancio varato dal commissario si è previsto l’ordinario e basta. Tutti i progetti che erano in cantiere non potevano essere ripresi immediatamente, non certo per nostra volontà».
Fino all’estate scorsa, prima dell’azzeramento della giunta, era tua anche la delega alla Cultura. Responsabilità che oggi il sindaco Abete ha delegato al suo vice, Carmen Aprea. Posso dirti che in un anno – a mio modesto parere – sul fronte della Cultura non si è visto granché?
«Molto poco, direi. Sono il primo a riconoscerlo. La questione è economica, riguarda i fondi a disposizione, abbiamo messo in campo il poco che potevamo, tutto ciò che era istituzionalizzato. Ho tentato però, all’insegna di una democrazia e di una partecipazione più ampia, di dar vita alla Consulta della Cultura. Il progetto è pronto, in commissione. La mia idea era creare un gruppo di persone che realmente si occupano di cultura, dar loro un ruolo di proposta, organizzazione, programmazione, fermo restando che la scelta finale, le decisioni su quel che bisogna o no sostenere, spetta sempre a chi governa».
Che significa «cultura», per te?
«È una parola immensa, grande, può contenere ogni cosa».
Si, ma un assessore alla Cultura cos’è che deve fare? Se i fondi li avessi avuti?
«Avrei fatto di tutto e di più. Innanzitutto cercando di valorizzare il patrimonio artistico che possediamo sul territorio, ed è tanto. La maggior parte delle persone non ha la minima idea di quanta ricchezza, storica, culturale, architettonica, ci sia e come gli enti sovra-comunali non riescano a valorizzarla per mancanza di fondi».
Un esempio?
«In quest’ultimo anno i volontari della Protezione Civile si sono imbattuti per caso in un muro risalente ad un’antica villa romana. Ma la scoperta davvero favolosa è che mentre tutte le ville ritrovate nei dintorni risalgono a dopo il 79 d.C, ossia sono successive all’eruzione del Vesuvio di quell’anno, i reperti che abbiamo qui sono precedenti. Lo hanno constatato gli archeologi, tra i quali anche uno della Sovrintendenza».
Quando sarebbe accaduto tutto ciò?
«Nell’ultimo anno».
Non avete diffuso questa scoperta, perché?
«Non c’è mica soltanto quel sito, che è tra l’altro all’interno di un terreno privato e per il quale bisognerebbe avviare tutta una procedura di esproprio. A Sant’Anastasia abbiamo più di dieci siti nascosti che, se riportati alla luce, sarebbero un’immensa attrazione. Sparsi su tutto il territorio, in montagna, ai confini con Somma Vesuviana. Stiamo tentando di riunire i quattro comuni che annoverano una miriade di siti romani: Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana e Ottaviano, lavoriamo per creare un consorzio e riportare tutto quanto alla luce».
Perché non dire nulla?
«Se ora ti dicessi che sto costruendo un missile che ci porterà su un altro pianeta sconosciuto mi crederesti?»
Se vedessi il missile, si. Ma qui parliamo d’altro.
«Appunto, ci stiamo lavorando».
Essere un assessore non vuol dire solo valorizzare l’esistente ma programmare, da questo punto di vista cos’è che non hai fatto in quest’ultimo anno?
«Tutta la programmazione girava intorno alla Consulta, cosa in cui credo moltissimo. Ho intavolato tutto il lavoro e spero che a breve riusciremo a vederne i frutti. Noi facciamo lavoro di squadra, operiamo per obiettivi, perciò è relativo chi abbia effettivamente la delega».
Tua è anche la delega alla sicurezza scolastica. Lo stato degli edifici?
«Al contrario di ciò che si può pensare, le nostre scuole sono ben tenute e altrettanto controllate. L’eccellenza è la scuola di via Rosanea, un edificio nuovo costruito con tutti i criteri tant’è che è stato individuato – in caso si presentasse un’emergenza – quale sede del Coc, il centro operativo comunale dal quale partirebbero tutti i soccorsi. In occasione dell’inizio dell’anno scolastico, ho di recente chiesto a tutti i dirigenti il rispettivo piano di evacuazione, cosa cui tengo tantissimo. Punto inoltre sui progetti, ne teniamo due in ogni scuola tutti gli anni: i bambini, i ragazzi, imparano come comportarsi in caso di rischio. Il paradosso è che tutto ciò è percepito da alcuni adulti come una perdita di tempo, invece è fondamentale la preparazione, è essenziale che i bimbi assimilino la giusta maniera di affrontare ogni evento, ogni eventualità, anche la più catastrofica».
Sei volontario della Protezione Civile e hai la delega in materia anche da assessore. A proposito, da quanti anni nei fai parte?
«Avevo sedici anni. A diciotto in Croce Rossa. Avrei voluto entrarci già da prima, erano gli anni in cui c’erano volontari storici come Luigi Maiello, è stato lui a “contenere” almeno fino a quell’età il mio entusiasmo, la mia voglia di impegnarmi. Ho tanti ricordi, a cominciare dalla missione in Umbria, in occasione del terremoto. Eravamo giovanissimi, da poco entrati anche in Croce Rossa, ci misero a costruire il campo. Una notte le scosse ricominciarono fortissime, ricordo scene apocalittiche e paurose. Ma non dimentico la parte che ancora mi fa sorridere, quando vidi Luigi in pantaloncini, sotto il diluvio e a scossa in corso, correre aggirandosi tra le tende. Eravamo responsabili, coscienziosi, tentavamo di portare avanti al meglio e con tutte le forze la nostra missione, ma eravamo anche amici, con quel pizzico di goliardia che non guasta mai in un gruppo nel quale tutti devono lavorare fianco a fianco».
Oggi cosa fa la Protezione Civile a Sant’Anastasia?
«Tantissima prevenzione. Siamo un nucleo comunale, non un’associazione, e dunque soggetti al bilancio dell’Ente. La delibera ancora in vigore e varata già troppi anni fa non ci consente di superare un numero di trenta volontari, per una questione assicurativa. Perciò sulla carta siamo in trenta, di più considerando i volontari della Croce Rossa. Se però contiamo tutti i giovani che ci stanno costantemente accanto, direi che possiamo considerarci più di cento».
Vi si vede tutti insieme in occasione del Lunedì in Albis, al Santuario e fuori. Ma ogni giorno cosa fate?
«Progetti nelle scuole. Da almeno sette anni portiamo avanti il programma “Una vita sicura”, insegnando a tutti gli alunni, di ogni classe, come comportarsi in caso di rischio. E qui ce li abbiamo tutti: vulcanico, sismico, idrogeologico. Monitoriamo la parte del territorio in montagna, ci attiviamo in caso di allerta meteo, ossia spesso e volentieri. In questo, devo dire, mi sta accanto anche un consigliere comunale nonché volontario, Alfonso Di Fraia. Chi fosse passato il 30 dicembre scorso per le strade di Sant’Anastasia ci avrebbe trovati insieme, a spalare la neve».
La sede di Protezione Civile e Croce Rossa è il Centro Liguori. Non occorrerebbe un luogo più consono, liberando quei locali che magari potrebbero essere utilizzati per altre attività?
«L’idea era e resta quella. Nel progetto della Caserma per i Carabinieri in via Libero Grassi era incluso anche uno stabile che avrebbe ospitato la Palazzina del Soccorso. Nel momento in cui ci saranno i fondi, è implicito che Croce Rossa, Protezione Civile, Centro Operativo Comunale e Avis, saranno allocati lì».
La delega allo Sport. Che idee hai?
«Per me è una delega importantissima e che ho fortemente voluto. Lo sport viene visto in tutto il mondo come attività primaria fin dall’asilo. Qui o si fa a pagamento o non si fa. La scuola latita, da questo punto di vista. Ho chiesto al sindaco questa responsabilità proprio per tentare di implementare la cultura sportiva a partire dalle scuole. Mi sono peraltro già attivato affinché riprendano i Giochi della Gioventù, chiedendo fondi al Coni. Quando ero bambino mi piaceva tantissimo parteciparvi e non vedo perché i ragazzi di oggi non debbano avere tale opportunità. Ho avviato l’iter necessario, sto attendendo la risposta e in collaborazione con le scuole spero che già quest’estate i giochi possano riprendere, come un tempo. Anche su questo fronte vorrò dar vita ad una Consulta dello Sport, sul territorio abbiamo persone competenti, professionisti che ne sanno di sicuro più di me o di qualsiasi altro politico».
A proposito di sport: il bando per la piscina comunale non ha avuto successo.
«Il nuovo assessore lo sta rivedendo, sarà riproposto a breve in maniera più appetibile per chi deve investire, per gli imprenditori. Anche lo stadio comunale sarà affidato ad una gestione esterna, c’è già il bando su Gazzetta Ufficiale. È la cosa più logica e conveniente giacché oggi ci costa quasi 60mila euro l’anno mentre potremmo addirittura guadagnarci».
Quali sport sono radicati a Sant’Anastasia?
«Abbiamo tutto, proprio tutto. Calcio, pallavolo, pallacanestro, ogni tipo di danza e fitness, le arti marziali, anche il tiro con l’arco. Quel che voglio implementare sta nelle discipline sportive che possiamo offrire come Ente tramite le scuole, a costo zero. Vorrei che i bambini facciano con piacere le ore settimanali di sport perché dovranno concorrere ai Giochi della Gioventù, che si stimoli la competizione sana».
Dopo l’azzeramento della giunta e la tua riconferma ti ritrovi nel «corredo» da assessore la delega all’Ambiente.
«Delega che comprende anche il verde pubblico, sì. Sto tentando di radicare, a tal proposito, una disciplina “militare”. Ho suddiviso il paese in zone e devo poter controllare, in ogni singolo momento, dove la ditta appaltatrice agisce e come, dalla pulizia alla potatura degli alberi. Chi vince un appalto poi deve lavorare, punto e basta. Territorio, scuole, parchi, aiuole – e lo stesso per lagni e caditoie – la manutenzione deve essere costante. Un esempio: fatta un’aiuola, questa deve poi splendere sempre, non esiste che la si realizzi e poi la si trascuri. Su questo fronte non cederò di un millimetro perché la cura, al momento, non è come la vorrei e come la intendo io».
Questa impronta “militare” la darai anche sul fronte degli sversamenti illeciti?
«Certamente, con azioni mirate e che portino a risultati. Ho recentemente scritto una lettera al comandante della Polizia Municipale in merito al nucleo ambientale che deve essere supportato dalle guardie volontarie, chiedendo che l’attenzione sia concentrata nei luoghi più a rischio, con telecamere – che saranno implementate – e magari appostamenti, anche in borghese, se necessario. Bisogna che chi trasgredisce sia punito, con multe e con l’arresto, se previsto dal reato».
In tema di ambiente, qual è a tuo parere il problema più serio a Sant’Anastasia?
«L’inciviltà. Lì dove passa un addetto allo spazzamento cinque minuti più tardi è già sporco, c’è chi getta a terra le carte, i mozziconi di sigarette, qualunque cosa. C’è anche chi ancora non sa o non vuole fare la differenziata, ma su questo fronte siamo passati in pochi mesi dal 48 al 51 per cento, ed è già un ottimo risultato. Abbiamo in programma progetti e azioni di sensibilizzazione, corsi nelle scuole. Tenteremo di accorpare il tutto con i progetti di sicurezza, in maniera da rubare solo un’ora alla settimana alle classi. E pochi giorni fa i ragazzi del Noa, che sono grandiosi, hanno ripulito la zona dell’Olivella. Anche lì c’è un problema ma la competenza è del Parco, noi possiamo intervenire ben poco».
Il Parco Vesuvio, come istituzione, è necessaria e utile secondo te?
«Per nulla, si concretizza solo in soldi pubblici sprecati per mantenere un carrozzone voluto dalla politica. Se ogni Comune avesse la responsabilità del proprio pezzo di territorio funzionerebbe sicuramente tutto molto meglio. Non è solo un problema del Parco, in Italia funziona quasi tutto così. Non dico che chi ci lavora sia incompetente, ma che non è messo in condizione di operare. Torniamo al ritornello della mancanza di fondi, anche qui».
Hai da assessore un po’ meno di 4 anni a tuo vantaggio, mi dici per ogni tua delega un piccolo obiettivo che vuoi raggiungere?
«Comincio dalla Protezione Civile e dalla sicurezza nelle scuole: vorrei che tutti i cittadini, in caso di calamità, sappiano come comportarsi. Noi siamo riusciti ad affidare il piano di evacuazione comunale che dovrebbe essere consegnato entro fine anno, dopodiché si passerà alla fase della divulgazione, con convegni mirati, lavoro capillare classe per classe, scuola per scuola. Quanto all’ambiente, l’obiettivo è entro fine 2016 il raggiungimento di una percentuale del 57/60 per cento relativo alla raccolta differenziata. Ma anche una più diffusa informazione e pubblicizzazione rispetto ai servizi dell’isola ecologica oltre alla diminuzione, almeno del 50 per cento, degli sversamenti abusivi sul territorio con l’ausilio di telecamere, guardie ambientali, polizia municipale e carabinieri».
Quanto allo Sport, anche solo il rilancio dei Giochi della Gioventù sarebbe un notevole risultato.
«Sì e spero di farcela entro giugno prossimo. Inoltre ci sono fondi Coni che è possibile intercettare ogni anno con un bando al quale possono partecipare enti e associazioni. Non perderemo quest’occasione di avvicinare alle discipline sportive, e ai grandi insegnamenti che lo sport può offrire, anche chi non può al momento permettersi di praticarlo privatamente».
Il Patrimonio. C’è uno screening, un inventario di tutto quel che è in possesso dell’Ente?
«C’è una vecchia relazione che risale al 2001. Appunto pochi giorni fa ho concordato con il funzionario competente l’avvio di una sorta di inventario, per avere una visione globale, precisa. Magari disporremmo di tanti immobili sequestrati che non sfruttiamo».
Servizi di energia elettrica, acquedotti e gasdotti. Una delega mai assegnata prima.
«Infatti, nuovissima. Qui speriamo di riuscire ad attingere a finanziamenti europei per l’efficienza energetica. Già se riuscissimo, come accade all’estero ma anche in realtà del nord, a installare fotocellule a pannelli solari su ogni lampione, risparmieremmo in costi dell’energia elettrica e consumi di quasi il 60 per cento».
Il sindaco ha scelto di separare la responsabilità dell’Informagiovani dalle politiche giovanili. Il primo compete a te, come stanno le cose?
«Effettivamente negli ultimi anni, e non so perché, è come se non fosse mai esistito, l’Informagiovani. Invece è un servizio importantissimo, che può aiutare nelle scelte di vita i ragazzi. Da quella relativa all’Università allo sport più consono alle proprie attitudini, dall’avvio al mondo del lavoro ai concorsi. Abbiamo la sede in piazza Siano, dove c’è l’Urp, ma non funziona. Punto ai tantissimi finanziamenti regionali, statali ed europei ai quali si potrà attingere. Ho tante idee in merito ma non sono realizzabili in tempi brevissimi, questo va detto».
Hai scelto di fare l’assessore a tempo pieno. Posso chiederti a quanto ammonta l’indennità mensile?
«L’indennità lorda è di 1245 euro, al netto varia intorno agli ottocento euro al mese. Uno “stipendio” direi dignitoso, ma forse non congruo per chi lavora bene, tanto e a tempo pieno. Ammesso che lo si confronti con l’indennità, per esempio, di un assessore regionale – e conosco bene l’argomento perché ho lavorato in una segreteria regionale fino allo scorso anno – che percepisce circa settemila euro al mese. Un divario davvero assurdo considerando che in quel ruolo si ha a disposizione un nutrito staff che fa tutto il lavoro. Quelli sono gli sprechi veri, non certo gli emolumenti esigui concessi a chi, da assessore o peggio da consigliere comunale, è veramente a contatto con il territorio e si spende per esso ogni giorno. Io lo faccio, perché ho scelto di vivere qui, tutto quel che riuscirò a produrre di buono sarà a vantaggio non solo del paese tutto ma anche dei miei figli».
Quando nascerà tuo figlio?
«A fine aprile 2016. Non abbiamo ancora pensato al nome, lo faremo quando conosceremo il sesso».
Se volessi seguire la tradizione, Carmine. O Vilma.
«Non so ancora, ma credo che il nome debba piacere innanzitutto ai genitori e poi un domani anche al bambino. Io mi chiamo Girolamo Ferdinando, non so se mi spiego».
Com’è che quasi tutti i Girolamo della famiglia si fanno chiamare Fernando?
«Non è che si facciano chiamare così, è il nostro secondo nome. È una storia partita dal bisnonno: suo padre si chiamava Girolamo e voleva che suo figlio portasse lo stesso nome, ma alla bisnonna, sua moglie, piaceva invece Ferdinando. Così lui andò all’anagrafe, scelse Girolamo, ma una volta tornato a casa non ebbe il coraggio di dirlo e sostenne di aver accontentato la moglie. Tutti chiamavano mio nonno Ferdinando anche se quel nome non risultava, come si scoprì, da nessuna parte. Immaginerai che tutti i suoi figli, i nostri padri, abbiano pensato bene – come è evidente – di utilizzare non uno solo ma entrambi i nomi. Quello ufficiale e quello che la bisnonna avrebbe voluto. Intanto, almeno da parte mia, farò in modo che questa usanza muoia con me, non avrò un nipote che si chiami Girolamo Ferdinando, questo è certo».
Magari a tuo figlio piacerà. A proposito, cos’è che vorresti insegnargli?
«Domanda difficile. Credo tutto ciò che io cerco di mettere in pratica, in primis il rispetto per gli altri, sempre e comunque. Vorrei insegnargli a darlo ma anche a pretenderlo».
Come hai conosciuto tua moglie?
«Michela la conosco da una vita, abitavamo vicini fin da piccoli. Abbiamo cominciato a frequentarci il mese prima che mi arruolassi nell’Arma, io avevo 24 anni, lei quasi 18. Una storia durata tredici anni e culminata nel giorno del matrimonio che è stato bellissimo e pieno di emozioni».
Hai detto di esserti approcciato alla politica anche grazie a tuo zio Luigi. Si deve a lui ugualmente la passione per il teatro, per il canto? So che fai parte della compagnia “I Giocondi” e che hai interpretato da protagonista lo spettacolo “Francesco è”, nel ruolo di San Francesco, appunto. O anche che hai da sempre fatto da figurante nel Presepe la cui regia porta la sua firma, la notte di Natale.
«Avevo cinque anni quando ho interpretato per la prima volta un ruolo nel Presepe Vivente, negli ultimi anni sono meno presente, anche se mi prodigo comunque dando una mano a tutta l’organizzazione. Il Presepe Vivente, per me come per tutta la famiglia De Simone, è il Natale. Per me Natale è stare in strada con gli amici a montare e smontare le scenografie. Andrà avanti sempre, fin quando zio Luigi – figura fondamentale nella mia vita con cui mi confronto tanto, nel rispetto di visioni spesso diverse – avrà la forza, con o senza istituzioni, perché ormai è nella mente e nel cuore di tutti. Ed è vero che ho imparato a cantare e recitare da lui e stando accanto a lui e ho alle spalle un bel po’ di anni da animatore nei villaggi, che è tutto un altro settore. Ho anche suonato in un gruppo, studiato pianoforte, imparato a suonare la chitarra e il basso. Nello spettacolo in cui interpretavo San Francesco, per esempio nella scena della morte, io piangevo sul serio. Un’emozione grandissima, capita quando credi davvero».
Cosa rappresenta la figura di San Francesco per te?
«L’incarnazione della Chiesa, dei suoi insegnamenti, di come dovrebbe essere, l’esempio per tutti. Una cosa che l’attuale Papa ha compreso benissimo, tant’è che ha preso il nome di Francesco. Io sono cresciuto nella Gi.Fra., la gioventù francescana, è una parte importante della mia vita».
Cattolico, credente, praticante.
«Esattamente. Ho tenuto tantissimo a sposarmi in chiesa come domani terrò a battezzare mio figlio. Io ci credo ma, anche per chi non la pensa come me, l’esempio della Chiesa rappresenta uno stile di vita che fa bene alla società».
Perciò, anche laddove non credessi, ti comporteresti allo stesso modo.
«Già, c’è un libro notissimo, “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown, che da questo punto di vista è esempio perfetto: a prescindere dal fatto che Gesù sia stato il figlio di Dio o un profeta, che sia stato casto o sia stato spostato, è il suo insegnamento che ci rende persone migliori».
Un cattolico che cita come esempio positivo uno scritto di Dan Brown è una notizia. Ti piace il genere?
«Da morire, sono un appassionato delle storie basate sull’intreccio storia – religione. Ma anche di trasmissioni come Voyager che spaziano dall’archeologia al paranormale, ai misteri insoluti».
Mi sa che avresti potuto seguire le orme di un altro ramo della famiglia, piuttosto che scegliere l’avvocatura.
«Probabile, l’Archeologia mi appassiona, la cultura Maya e Azteca in particolare. Ne ho avuto un assaggio in Messico per il viaggio di nozze, ma vorrei tornarci».
Hai sottolineato che per te Natale è il Presepe Vivente nel quartiere Sant’Antonio. Pasqua, da volontario della Protezione Civile quale sei, è il Lunedì in Albis a Madonna dell’Arco?
«Sì, fin dal 1995. Ma quel che accade a Madonna dell’Arco il giorno di Pasquetta io lo annullerei. Non ci trovo nulla di religioso, è unicamente un fenomeno popolare. Ci sarò sempre perché molti casi necessitano realmente di sostegno, di soccorso. Il dieci per cento, direi. Il resto è scena, bestemmie fuori dalla chiesa, risse. Non porta nulla di buono quel giorno, se non i disagi. L’unica cosa alla quale si può puntare, la scelta migliore, è limitare i danni. Vorremmo certo impedire i soprusi, gli abusivi, la bolgia infernale, ma non possiamo: occorrerebbe un controllo capillare che non ci può essere. Non c’è il personale, non ci sono i fondi. Questa è l’Italia, non solo Sant’Anastasia».
L’ultimo libro che hai letto?
«Il cacciatore di aquiloni» di Khaled Hosseini. Mi piace molto leggere, lo faccio soprattutto in vacanza. Mi sveglio presto e mi sistemo in compagnia di un libro su una panchina, al porticciolo di Maiori».
Hai parlato del tuo lavoro di assessore ma non delle tue, chiamiamole così, inclinazioni politiche. Sei stato vicino a Forza Italia, eletto poi nel Pdl, hai “sfiorato” l’Udc, oggi sei collaboratore parlamentare di un deputato Ncd. Dunque?
«Se parliamo di ideologie, io mi sento di destra. Non ho alcuna tessera di partito e, quanto all’esperienza amministrativa, io sto con il programma. Sono stato eletto l’ultima volta con la civica Alleanza per Sant’Anastasia. Fin quando il sindaco manterrà il programma io ci sarò».
E lo sta facendo?
«Sì, non c’è alcun punto sul quale si possa dire il contrario. Il nostro programma era ed è basato sulla continuità: riguardo tutti i progetti dell’amministrazione precedente, quanto si poteva fare economicamente è stato iniziato o è stato fatto. So che mi chiederai della “divisione” nella lista di Alleanza per Sant’Anastasia, perciò premetto che ritengo le polemiche soltanto stupidaggini. Volute da persone che hanno interesse ad alimentarle. Quanto a me, rispetto e stimo tantissimo il sindaco precedente, Carmine Esposito, così come l’attuale, Lello Abete».
Le polemiche sono scoppiate all’azzeramento della giunta, in estate. Ma erano iniziate prima, come sai. Tu sei stato riconfermato in esecutivo, anche in virtù dell’impegno mantenuto da Abete: quello di non estromettere i consiglieri eletti dimissionari per ricoprire l’incarico di assessori.
«Sì, anche se sono d’accordo dal punto di vista etico, la penso un po’ diversamente. Chi accetta un compito e non lo assolve va rimosso, anche se era stato eletto».
Intanto questo non è accaduto, i non riconfermati non erano consiglieri eletti. L’ex vicesindaco Di Perna, invece, si è dimesso. Anche lui era in Alleanza per Sant’Anastasia che ha ora in consiglio due anime: Veruska Zucconi che ha preso le distanze dalla maggioranza; e Alfonso Di Fraia che invece vi è rimasto, come te.
«Non avevo motivo di agire diversamente, tant’è che alla capogruppo Zucconi ho chiesto in sede di consiglio comunale di esplicitare le accuse, quella di non aver rispettato il programma e quella che tacciava l’amministrazione Abete di clientelismo. Non mi ha risposto».
Ha detto che lo farà per iscritto.
«Attendiamo».
Ma siete e restate ancora tutti sotto lo stesso simbolo, non ti sembra inusuale?
«A me sì. Sono loro ad averlo utilizzato senza interpellare tutti coloro che ne fanno parte. Ne hanno il diritto, come l’abbiamo noi, ma dovevano magari farcelo sapere, confrontarsi».
Loro non vi avranno consultato, ma voi avete escluso il simbolo di Alleanza per Sant’Anastasia dagli ultimi manifesti, come a volervene distaccare, salvo poi rivendicarlo in consiglio comunale. Se il consigliere e tu stesso vi riconoscete ancora in quel simbolo perché non usarlo?
«Sono d’accordo, la domanda è lecita. Ma quando si innesca una miccia è difficile spegnerla subito. Gli atti conseguenti sono stati compiuti d’impulso, senza ragionarci. Anche loro avranno agito così, senza pensarci bene. Ritenevamo tutti, evidentemente, di far la scelta migliore anche se non era così. Ora mi piacerebbe ridiscuterne, passate le nuvole. I segnali di apertura noi li abbiamo dati e il simbolo in sé è poco importante».
I simboli sono la parte visibile di azioni e persone che al momento stanno su due fronti diversi.
«Ma fare la lotta per averlo o utilizzarlo non serve a nulla e nessuno. Io sono rimasto in contatto con tutti loro. Stimo Armando Di Perna, per esempio, come amministratore e come persona. Ci sono sempre stato per lui e lui ha fatto lo stesso per me. Continuerà ad essere così. Spero, a dirla tutta, di ricompattare le fila. La guerra non fa bene a nessuno, né a noi né a loro».
Si fa clientelismo nell’amministrazione Abete?
«Io ho la mentalità del carabiniere, quella mi è rimasta e sarà così per tutta la vita. Se mi accorgessi che c’è qualcosa che non va la denuncerei, farei di tutto perché vi fosse una punizione. Anche esemplare. Quindi no, non so cosa intendano ma se parliamo di qualcosa che possa configurarsi quale reato di certo no, non c’è».
È vero che si sono persi finanziamenti per errori materiali di funzionari?
«Si è perso quello per l’efficientamento energetico, non ci è stato concesso. Non conosco altri dettagli».
La macchina amministrativa di Palazzo Siano funziona?
«Non come dovrebbe, non al cento per cento. Ma non è una colpa da attribuire a dipendenti svogliati quanto al taglio delle assunzioni, all’anzianità del personale, all’insufficienza di organico. Non è vero che gli impiegati remino contro o non vogliano lavorare, certo non possono svolgere da soli il lavoro che dovrebbero fare cinque persone».
Di cosa ha più bisogno Sant’Anastasia?
«Di lavoro, come tutta Italia e tutto il meridione. La crisi dilaga anche se, io la penso così, chi vuole davvero lavorare ci riesce, in un modo o nell’altro e con sacrifici. La politica locale può fare ben poco, quella nazionale tanto, dovrebbe ma non fa. Se qui riuscissimo, per esempio, ad avere i fondi per gli scavi archeologici si creerebbero posti di lavoro, nei siti e dopo, per tutto ciò che verrebbe».
Sembri calmo, serafico, pare ti piaccia star dietro le quinte.
«Lo sono. E trovo inutile apparire o mostrare che si sta in prima linea. Vorrò essere giudicato per quanto realizzato e prodotto».
L’amicizia è importante?
«Importantissima. Ho pochi veri amici, sette o otto forse. Sono diffidente e prima di affezionarmi e dar tutto me stesso mi occorre tempo, tanto».
Sei alla seconda esperienza in amministrazione. Prima consigliere, oggi assessore. Hai ambizioni politiche future?
«Mi piacerebbe molto. Vorrei crescere sempre di più, arrivare in consiglio regionale o anche in Parlamento. Non credo rimarrò a Sant’Anastasia, rimanere legato qui per trenta o quarant’anni non è nelle mie corde, è una scelta che non farò. Voglio migliorare, evolvere. In politica come nella professione».
L’uomo politico di tutti i tempi che ammiri di più?
«Benito Mussolini, lo dico fieramente. Ammirazione e stima per lo statista, fin quando non ha commesso la sciocchezza di allearsi con Hitler. E lo considero fino a quel punto il più grande statista della storia mondiale, non soltanto di quella italiana. Teneva al suo territorio e ai suoi cittadini, come nessun altro».
E oggi? C’è un politico che stimi?
«Sarà banale, ma nutro sentimenti di stima profonda verso il deputato che seguo per lavoro, Filippo Piccone. Assolve il suo mandato con coscienza, come tutti dovrebbero fare».
Tua moglie Michela si interessa alla politica?
«Per nulla. Evito anche di parlarne, si infastidisce».
Che musica ascolti?
«I Queen, i Deep Purple, i Guns n’Roses».
Il film più bello?
«Amo i film storici, se riguardano la seconda guerra mondiale è anche meglio. Di quel periodo conosco tutto, date, nomi, fatti. Mi è piaciuto “Operazione Valchiria” di Bryan Singer, interpretato da Tom Cruise. Racconta la storia della preparazione per l’attentato del ’44 ai danni di Adolf Hitler e perpetrato da un gruppo di ufficiali tedeschi».
Il regalo più bello che tu abbia mai ricevuto?
«Io e Michela stiamo per diventare genitori, non credo ci sia regalo più bello».
Hai amici omosessuali?
«Sì e li stimo. Non condivido certe manifestazioni assurde come i Gay Pride, alle quali ritengo possano prendere parte solo persone mentalmente instabili e viziose. Siamo tutti liberi di fare ciò che vogliamo, in casa nostra, non in strada. E penso esattamente lo stesso delle coppie etero che si scambiano effusioni in pubblico».
Hai mai fatto uso di droghe? «Credo che un tiro di marijuana, uno, l’avremo fatto tutti. Per il resto no. Tra l’altro, fosse per me, legalizzerei l’uso delle sostanze stupefacenti più comuni, l’unica soluzione per togliere potere alla criminalità e riempire al contempo le casse dello Stato. Le persone ne fanno uso, oramai lo sappiamo, dunque meglio il controllo, l’indotto, persino i posti di lavoro se vogliamo».
Come la pensi sull’eutanasia?
«Chi scopre di dover passare una vita intera attaccato ad un tubo deve avere il diritto di scegliere quando e come morire. Sono profondamente cattolico, ma la posizione della Chiesa in merito non la condivido».
Il giorno più bello della tua vita?
«Quello del mio matrimonio con Michela».
Il più brutto?
«Il giorno in cui è morta la mia nonna materna. La chiamavo sempre, e quel giorno la sentii due ore prima che mancasse. Mi fece promettere che avrei studiato e mi sarei laureato. Sentiva, evidentemente, che la fine stava arrivando».
Hai mai fatto a botte con qualcuno?
«Da piccolo sì, tante volte».
Hai fobie, paure?
«Avevo tanta paura di notte, da carabiniere, quando andavamo per accertamenti o perquisizioni nelle Vele di Scampia. Non della morte, temevo che qualcuno mi sparasse e che, peggio, potessi rimanere invalido. Ecco, forse temo le malattie. Non sopporterei di non essere autonomo e questo vale anche per il lato economico. La mia famiglia è benestante ma io ho sempre lavorato e non ho mai amato chiedere. Ho fatto il bagnino, il carabiniere, l’animatore, ho lavorato in una compagnia assicurativa con sede a Bucarest per un anno, ho fatto l’impiegato in una fabbrica di Volla. Per comprarmi una moto o semplicemente per non pesare sulle spalle di alcuno. In nome dell’indipendenza».
Un tuo pregio e un difetto?
«Tendo a mediare sempre. Può essere un pregio ma io lo avverto più come un difetto. Spesso la mediazione a tutti i costi non va bene, in alcuni casi bisogna far la guerra e basta».
Il luogo di Sant’Anastasia che ami di più?
«La sorgente dell’Olivella. Da piccolo ci andavo per le scampagnate, scendevamo con le funi, piantavamo le tende e dormivamo lì. Passavamo le giornate nell’angolo un po’ più in alto dove ci sono due rocce a dirupo, era bello starci i pomeriggi d’estate. Una meraviglia, all’epoca. Oggi è deprimente guardarne lo stato».
Hai trentasette anni, un figlio in arrivo…che vuoi fare da grande?
«Mi piacerebbe rimanere in politica. Vedremo. Io credo nel destino, sono sicuro che ci verrà dato quel che ci serve».
Se potessi invitare a cena chiunque al mondo, chi sceglieresti?
«Due persone, Barack Obama, vero leader di una nazione democratica; e Papa Francesco».
Quali sono le caratteristiche per le quali un uomo o una donna possono considerarsi affascinanti?
«Una donna se possiede un miscuglio di sensibilità e intelligenza, oltre che un aspetto fisico gradevole. Un uomo se riesce a mantenere un fascino da maschio, odio i ragazzi di oggi con la manicure perfetta, le sopracciglia ad arco, tutti perfettini».
Hai mai vissuto un’esperienza strana, singolare, di quelle che se le racconti ti credono in pochi?
«Sì, in caserma a Benevento. C’erano i fantasmi».
Cosa?
«A dire il vero non è che si possa parlare di fantasmi. Fatto sta che una sera – erano le 22, 30 ed eravamo a letto – sentimmo delle urla provenire dalla stanza accanto. Noi eravamo divisi in compagnie, una in ogni stabile, un plotone ogni piano, una squadra in ogni stanza. Io facevo parte della terza squadra, primo plotone. Insomma, a un certo punto sentimmo queste urla e ci muovemmo in sette per andare a vedere cosa fosse accaduto. Entrammo e vedemmo una scena che non dimenticherò più, credo che questa sia la prima volta che la racconto, per così dire, in pubblico. Ma gli amici la conoscono. Le ante della finestra, pur senza vento, si spalancavano e chiudevano da sole sbattendo sui muri. I cassettoni si aprivano e gli indumenti vorticavano in giro per la stanza. I ragazzi sui letti non riuscivano a muoversi, a scendere, tanto erano impauriti. Eravamo spaventati, allibiti. Il tutto durò dieci minuti buoni».
E poi?
«Il giorno dopo arrivò il cappellano militare e si fermò per un po’ nella stanza che rimase vuota da quel momento. Gli ufficiali ci convocarono tutti e ci avvisarono che se avessimo raccontato quella storia ci avrebbero additato come pazzi e, inoltre, che la nostra carriera militare sarebbe finita lì».
Tu cosa hai pensato?
«Io sarei scappato, fu un’esperienza assurda».
Hai più paura dei morti o dei vivi?
«Né degli uni, né degli altri».
Per finire, se dovessi descriverti a qualcuno che non ti conosce?
«Tento sempre di essere me stesso, non mi sforzo di piacere. Posso risultare antipatico di primo acchito, e accade spesso. Ma sono così: se piaccio, bene; se no, pazienza».









