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Un caffè con…Cettina Giliberti

Psicologa e psicoterapeuta, da un anno è assessore nella giunta comunale di Sant’Anastasia con delega alle politiche sociali, spettacolo e tutela degli animali.

Lei dice di essere stata e sentirsi ancora un «maschiaccio» ma, a guardarla superficialmente, non si direbbe che una bionda così giunonica e prorompente dica poi di sentirsi più affine alla sensibilità maschile che ai piccoli vezzi femminili. Ma c’è tanto altro dietro una fisicità che può trarre in inganno e che – come lei stessa racconta – arriva agli altri prima dei contenuti. C’è la strenua difesa degli animali e dei più deboli, c’è la voglia di ridere, la generosità spesso eccessiva che può farla sembrare «finta» agli occhi di chi non si sofferma oltre. Tiene a precisare che non si sente affatto un politico, né le interessa esserlo o diventarlo. E che, dunque, il suo dovere in amministrazione si limita all’impegno e alle competenze nel sociale acquisite non solo in anni di professione ma anche di volontariato. Per chi crede all’astrologia – e Cettina Giliberti è una Ariete tipica arricchita di spigoli dall’ascendente in Scorpione – la sua carta natale è allegata in coda all’intervista (e chiacchierare un’oretta e più con una psicoterapeuta non è una passeggiata).

Cettina, mi racconti l’ambiente familiare in cui sei cresciuta?
«Siamo in quattro: mia madre Maria insegna lettere alle scuole medie, mio padre Rocco è un generale dell’esercito in pensione ed ho un solo fratello, Antonio, che ora vive a Bologna ed è padre di due bimbi, i  miei nipotini Rocco e Flavia».

Com’è stata la vita con un papà abituato agli ambienti militari?
«Mio padre è rigido, severo, lo è sempre stato. Ma è fondamentalmente buono, pur se la mentalità militare c’è eccome. Mamma invece è generosa, pacata, sono indubbiamente due caratteri diversissimi. Del resto io ho vissuto prevalentemente con il mio nonno materno, Antonio,  ex ferroviere. Da quando morì la nonna nel 1982 e noi, che avremmo dovuto trasferirci tutti a Roma, sede definitiva assegnata a mio padre, restammo invece qui a Sant’Anastasia per non lasciarlo solo. In realtà fu proprio mio padre a proporlo: mamma era figlia unica, il nonno non volle seguirci e così fu la soluzione naturale. Per me nonno Antonio era un papà, gli ero molto legata e ho sofferto tantissimo quando è mancato, nel 1999. Sento ancora il suo odore in casa».

Qual è il ricordo dell’infanzia che ti viene in mente subito?
«Sono quasi tutti legati a nonno Antonio. Ricordo con  emozione le lunghissime estati in Calabria da giugno a settembre, i viaggi in treno con lui, le giornate di primavera. Ci sono anche i ricordi meno piacevoli, quando per esempio dovevamo andare a pranzo dai nonni paterni a Nocera Inferiore, non perché non mi piacesse stare con loro ma mi infastidiva il tempo sottratto alle giostre, ai giochi».

Quali erano i giochi che facevi da bambina?
«Amavo le costruzioni e i soldatini. Le bambole non mi sono piaciute, solo ad una ero legata: si chiamava Pupola. Però faceva le boccacce, non tolleravo questa cosa e le tagliai la faccia».

Sei stata una bimba studiosa?
«Non particolarmente, non mi è mai piaciuto tantissimo studiare. A meno che la materia non mi incuriosisse, però non sono mai stata rimandata né bocciata e sono sempre riuscita ad avere una media alta. Proprio in questi giorni riflettevo sulla fortuna di aver avuto insegnanti e professori validissimi in tutta la mia carriera scolastica: c’è stato di recente un aperitivo per festeggiare i 750 anni dalla nascita di Dante organizzato dall’associazione Urbe e mi sono ritrovata lì il mio professore di italiano e latino del liceo, validissimo, Mario Dura. Ma è stato così fin dalla scuola elementare. Alla mia maestra di allora, Rosetta Granata, dedico ogni cosa che faccio, anche la tesi di laurea e di specializzazione».

L’adolescenza, invece? Inquieta o tranquilla?
«Ho vissuto una lunga fase di mascolinità, mi vestivo come un ragazzo, avevo i capelli rasati. Mi è capitato di essere cacciata via dai bagni delle femmine o dalla piscina. Ricordo un bidello che mi mise una mano sulla spalla, avendomi vista solo da dietro, per evitare che entrassi nei bagni femminili, mi disse: «Giuvinò, facimm l’omm serio». Dovetti girarmi e aprire la camicia per fargli capire che ero femmina».

Quand’è che sei invece diventata così femminile?
«Non mi sento tanto femminile se non per il viso, i lineamenti, l’esuberanza delle forme. Il fatto è che proprio questo fisico così prorompente mi ha creato non pochissimi problemi perché è sempre e solo questo che arriva agli altri. Questa cosa mi manda in tilt ancora oggi, ne soffro tantissimo. Non la sento come un vantaggio, devi sempre smontare tutto il contenitore per far arrivare il contenuto, ci vuole un doppio lavoro».

Sei psicologa e psicoterapeuta. Perché hai scelto questo campo?
«Mi affascinava. Sono sempre stata vicina all’anima delle persone, mi sono sempre definita empatica. Già da piccola riuscivo a mettermi nei panni degli altri, ad entrare con facilità nelle loro storie, dunque perché non farne un lavoro? Ma non è stato semplice riuscire ad andare via da qui per studiare».

Perché dovevi andar via?
«A Napoli non c’era ancora, all’epoca, la facoltà di psicologia. A Caserta ci fu invece un boom di iscrizioni l’anno prima, dunque quando io provai non accettavano più nessuno perché non c’erano né aule né docenti disponibili. Mio padre a quel punto disse categorico: “A Roma non ci vai”. Perciò scelsi una facoltà che mi garantisse uno sbocco professionale, Scienze e Tecnologie Alimentari, alla facoltà di Agraria di Portici. Feci qualche esame con buoni voti, ma non mi arrendevo e in quell’anno provai di tutto per convincere mio padre a farmi studiare quel che volevo, a Roma. Così contattai la figlia di un suo amico che studiava lì e frequentava la stessa facoltà e finalmente ci andai: il primo anno l’ho trascorso in un convento di suore ed è stato il più bello. La madre superiora era una donna bellissima, con un ciuffo rosso che le spuntava dal velo, e ci raccontò che era arrivata a Roma per fare o la suora o la modella. Aveva scelto la prima strada, ma questo la dice già lunga sul personaggio particolare che era. Organizzavamo serate bellissime, le suore erano molto divertite dai miei travestimenti – trucco pesante e minigonne cortissime – dagli spettacoli e dalle scenette napoletane che mettevo su. Una sera un gruppo di turisti tedeschi voleva pagarmi, pensava che fossi davvero lì per uno spettacolo. Ma poi anche quel periodo è finito, ho preso tempo per dar prova ai miei che potevo far le mie scelte importanti in autonomia e ho poi vissuto da sola».

Quanto sei rimasta a Roma?
«Abbastanza, ho preso la laurea da fuori corso non solo per restarvi più tempo ma anche perché negli anni dell’Università mi sono concessa anche altre esperienze, volevo vivere, sperimentare cose nuove».

Lavoravi per mantenerti agli studi?
«No, gli studi li hanno sempre pagati i miei e anche per il resto non mi hanno mai fatto mancare nulla. Il fatto è che mio padre è, come dicevo, molto rigido quindi le mie passioni, la mia voglia di fare cose diverse non l’ha mai accettata. Mi piaceva e mi piace cantare, lui però non voleva. Ricordo che d’estate, quando cantavo ai piano bar, veniva con mamma. Lei si illuminava ad ascoltarmi, invece lui mi fissava per essere certo che avessi visto il suo sguardo, e poi andava via. Lo stesso è accaduto nel periodo in cui ho lavorato in una cornetteria: non mi ha parlato per mesi, diceva che era disposto a darmi il doppio della paga purché smettessi, ma io l’ho fatto comunque finché ho voluto. Non ho mai lavorato per i soldi, del resto non ho mai speso tantissimo se non per gli altri».

Hai fatto anche un altro lavoro però, con il gruppo di animazione «Le Paparelle», no?
«Sì, nel 1999 tornai da Roma e mi presi un periodo di pausa dagli studi perché mio nonno stava male, avevo con lui un legame fortissimo e non volevo lasciare mia madre da sola. Però mi ritrovai qui a Sant’Anastasia senza amici, allora non c’erano tutti i mezzi di oggi per tenere vivi i contatti: né cellulari, né social, nulla, dunque le strade si erano divise. Una mia compagna di scuola mi disse che la cugina aveva un’agenzia di servizi, decisi di provare a chiedere se potevo lavorare, magari fare volantinaggio. E così incontrai Marinella e Candida. La verità è che all’inizio loro non sopportavano me e io non sopportavo loro, credo che Marinella mi considerasse una cretina, ma poi la mia coscienziosità nel lavoro fece loro acquisire fiducia, ed è nata una bellissima amicizia che dura da quindici anni. Più tardi abbiamo ideato e organizzato insieme, per cinque edizioni, la Fiera del Sole».

Poi hai cominciato la professione, quella per cui hai studiato.
«Mi sono laureata nel 2005 con una tesi sulla trasmissione delle competenze di padre in figlio negli artigiani. Una novantina di interviste realizzate per capire se la trasmissione del sapere, delle abilità artigiane, avvenisse secondo differenza di genere, se si tenda a trasmetterle più ai figli maschi o alle femmine».

Ai maschi, scommetto.
«In realtà sì, ai maschi».

Ma non è che tu avresti voluto essere un maschio?
«Anche sì».

Perché?
«Non lo so, mi sento molto più vicina all’interiorità di un maschio, ho un carattere molto poco femminile. Non mi piace la curiosità delle donne nella sua accezione negativa, non amo il pettegolezzo, non mi importa di quel che dice la gente, non faccio commentini sugli abiti, non critico il vestito della sposa a un matrimonio, non me ne frega niente, vivo con molta più leggerezza».

Conosco maschi molto più pettegoli delle femmine.
«Vero anche questo, oggi i maschi hanno tutti i difetti del sesso opposto. Ma comunque è così,mi sarebbe piaciuto essere maschio. Maschio e di colore».

Una bionda con gli occhi azzurri che vorrebbe essere nera?
«Assolutamente sì, è una fissazione».

Torniamo alla tua professione, cosa hai fatto subito dopo la laurea?
«Per un anno tirocinio all’Università, la professoressa mi volle lì perché disse che ero sveglia e capace. Ho assistito agli esami, supervisionato agli scritti, fatto lavoro di ricerca, partecipato all’analisi di dati qualitativi per una ricerca sui maestri di strada con Marco Rossi Doria, collaborato con l’Università di Trento. Insomma molte cose e, contemporaneamente, ogni settimana scendevo a Napoli per la scuola di specializzazione in psicoterapia sistemica relazionale e familiare. Anche questa è stata una sfida con me stessa perché non mi sono mai ritenuta un tipo flessibile invece, con gli anni e conoscendomi meglio, ho scoperto di esserlo tantissimo. Credevo di essere rigida come mio padre, ma ho scoperto di riuscire ad uscire fuori dagli schemi, ho scelto questo indirizzo e sono stati quattro anni bellissimi che mi hanno formato».

Tuo padre adesso è contento del lavoro che hai scelto?
«Diciamo di sì, ma lui non è sempre contento delle mie scelte. Non lo è stato per esempio della mia candidatura alle ultime amministrative, non mi ha dato una mano né ha fatto una sola telefonata per chiedere di votarmi».

Secondo te avrebbe preferito una figlia con laurea in lettere, un marito e un po’ di nipotini?
«No, non credo. Però gli brillavano gli occhi quando gli dissi che avrei voluto intraprendere la carriera militare e per un periodo – quando ero al liceo – ci ho pensato davvero. Io sono molto contenta però di una cosa che mi ha insegnato lui: il principio del “se vali, vai avanti”. Né io né mio fratello siamo mai stati segnalati o raccomandati. Un’ottima scuola di vita».

Da quanti anni hai un tuo studio e ricevi pazienti?
«Sette, ormai. Ho continuato a fare anche altre cose, sportelli di ascolto, progetti sulla dispersione scolastica, lavorando nelle scuole e con gli adolescenti. Riesco subito a entrare in sintonia con loro, mi gratifica tanto».

Come sono gli adolescenti di oggi?
«I problemi più gravi li hanno i genitori. Non posso dire che lo siano sempre stati ma ora i ragazzi sono considerati “pacchi” da consegnare a chi deve risolvere il problema. Li portano da me ed è come se dicessero “Veditela tu”. Non accettano quasi mai il confronto e tanto meno di venire in terapia con i figli, di essere tirati in causa. Questo fa pensare, credo sia una generazione di genitori malata, quella di oggi».

I problemi più ricorrenti dei ragazzi con i quali ti capita di avere a che fare?
«L’ansia.  La velocità alla quale siamo sottoposti ha preso anche loro, non riescono più a sentirsi persone se non nel virtuale. Il “Cogito ergo sum” si è trasformato nel “Digito, ergo sum”, lo trovo allarmante, molto. Si è perso il contatto con la realtà e per quanto mi riguarda è grave, forse perché io stessa ho un modo di concepire le relazioni, gli affetti e l’amore in generale più ampio, usando tutti e cinque i sensi. Oggi di questo i giovani, soprattutto i giovanissimi, hanno paura».

Ti piace il tuo lavoro, si vede.
«Sì, non lo cambierei mai».

Che legame hai con l’Egitto? Porti sempre addosso qualcosa che ricorda quella terra.
«Vero, porto sempre qualcosa che lo ricorda e ci torno spesso. Ci sono stata la prima volta nel 2006, fu il mio regalo di laurea. Mi incuriosiva la barriera corallina, il sole, il mare. Ma fu una prima esperienza molto brutta, accadde di tutto. Mi guardavano in modo strano, fui super corteggiata per una settimana forse perché estremamente diversa dalle donne del luogo, arrivarono a rubarmi i reggiseno e altri indumenti dalla valigia, dovetti rientrare a Napoli con il costume».

Ma poi ci sei tornata.
«Ho un rapporto bellissimo con una persona che ho conosciuto lì, andiamo d’accordissimo su tutto. Un’amicizia davvero profonda».

Un fidanzato?
«No, non rispondo ai suoi canoni estetici. Sono troppo alta e formosa, a lui piacciono le donne mingherline, ma siamo legatissimi. Anche da così lontano sente se sto male, se c’è qualcosa che non va».

Egiziano, dunque con la pelle scura, come piace a te.
«Sì, il mio sogno è di avere un figlio di colore. Ma riesco a vedermi con un figlio, non con un marito. Magari anche più di uno, ma da sola».

Parliamo della tua candidatura alle ultime elezioni. La prima, vero?
«Sì, la prima. Non ci pensavo né lo avevo mai fatto. Mi sono candidata perché me lo ha chiesto un amico e non lo avrei fatto per nessun altro. Non ho fatto campagna elettorale, sono andata in pochissime case a chiedere voti, non credevo di essere eletta».

Non credevi nemmeno ti avrebbero chiesto di fare l’assessore?
«Quello magari sì, ho sempre frequentato il Comune, lavorato in tanti progetti per il sociale  e il volontariato, con i ragazzi disabili. Credo che con il tempo le mie idee siano state apprezzate e ogni volta, a dire il vero, ho coinvolto molte persone e mi è sempre riuscito bene, forse molti dei voti che ho ricevuto vengono da queste esperienze. Però ho esitato, sapevo che diventando assessore avrei perso un po’ della mia libertà e molto della mia vita privata. Poi lavorare in gruppo mi piace, ma ad una sola condizione: che sia io a sceglierlo e sicuramente in questa situazione non avrei potuto. Una bella sfida, ma non sono pentita».

Le tue deleghe sono tre. La tutela degli animali mi sembra fatta apposta, no? Ho vaghi ricordi di te, anni fa, mentre raccoglievi in giro cani randagi portandoli a casa per non farli dormire al freddo. Li hai amati fin da piccola?
«Non ho mai vissuto senza un animale fin dal 1997, quando mi capitò di salvare un gattino incastrato in una macchina. Lo portai a casa ed è rimasto con noi per tanti anni. Oggi ho due cani e due gatti: i gatti nello studio e i cani in casa, non vanno d’accordo».

Nel programma dell’ex sindaco Esposito c’era la realizzazione di una casa rifugio per animali. Abbandonata l’idea?
«Stiamo cercando di capire se si possa realizzare in consorzio con altri Comuni, ma è soprattutto questione di fondi».

Intanto i cani di Sant’Anastasia, almeno i randagi che vengono raccolti su segnalazione, sono in un canile di Brusciano, li controlli?
«Certo, anche con visite inaspettate e all’improvviso. In ogni cosa,  per gli animali in particolare, vado sempre fino in fondo e non sono un tipo facile. Stanno bene, sono curati, sono in corso anche campagne di sensibilizzazione pro adozione».

Non hai pensato ad un progetto per i cani di quartiere?
«Il punto è che la normativa prevede che i cani di quartiere siano intestati al sindaco, dovrebbe prendersi la responsabilità in caso di problemi. E noi riceviamo anche segnalazioni e richieste di prelevamento randagi con motivazioni assurde. Se si istiga un cane e quest’ultimo reagisce, personalmente non posso prendermela con il cane. Però ne risponde il sindaco».

Quanti randagi abbiamo oggi sul territorio?
«Più di duecento. Aumentano un po’ dopo ogni Lunedì in Albis, li abbandonano qui o si perdono».

La delega allo Spettacolo?
«Non posso fare quel che vorrei, sempre per i fondi risicati. Mi piacerebbe valorizzare e far schizzare realtà locali validissime e  non ce n’è la possibilità. Come dover giocare a carte, ma senza avere le carte in mano»

Tua è anche la responsabilità delle politiche sociali. C’è qualcosa che avresti voluto fare e nella quale ancora non sei riuscita?
«Sto tentando di scardinare un sistema che secondo me è malato, ossia la tendenza a costruire il settore delle politiche sociali accontentando operatori che hanno solo bisogno di lavorare. Missione impossibile, forse. Intanto mi danno soddisfazione i progetti nuovi che sono partiti con i diversamente abili e nei quali credo tantissimo: prevedono la globalità del linguaggio, l’espressione dei ragazzi nelle loro singole attitudini e potenzialità. Per i minori, progetti di teatro – terapia e musicoterapia. La musica e l’arte in genere avvicina molto i ragazzi, continuerò su questa linea finché posso».

Hai lavorato in passato anche con i ragazzi del Centro Liguori: c’è tra loro qualche talento?
«Ci sono ragazzi con sindrome di Down che suonano benissimo batteria e percussioni».

Hai detto che ti piace lavorare in squadra solo se la scegli. In giunta come va?
«Bene. Ma è che io sono particolare, lavoro moltissimo, porto avanti gli impegni, credo nell’aspetto meritocratico, sono per le cose fatte bene e per bene. Credo che mi si potrebbe definire “impicciosa”, non è sempre facile avere a che fare con me».

Ma c’è qualcosa che non funziona proprio e che avrebbe bisogno di una revisione totale a Palazzo Siano?
«Si, la comunicazione».

C’è qualcosa che vuoi assolutamente fare durante questa esperienza da assessore?
«Sistemare il settore delle politiche sociali, far arrivare finanziamenti sul territorio, progettualità a lungo termine, qualcosa che sia visibile. Io non lavoro mai con superficialità, voglio che si affermi la competenza e quando non devi dire grazie a nessuno, se non alle persone che hanno scommesso su di te, ti senti libera di lavorare in questo senso. Nei momenti di sconforto penso a tutte quelle persone, moltissime delle quali non conosco, che hanno votato per me con fiducia».

Professione, impegno in amministrazione, cos’altro fai nella vita? Amiche ne hai?
«Amiche poche. Gli amici sono soprattutto maschi, tendo a legare con loro e instauro rapporti camerateschi. In realtà sono un po’ maschilista e non me ne vergogno».

Andare al cinema ti piace?
«Scelgo film divertenti e leggeri, se esco ho bisogno di rilassarmi e svagarmi. Amo le commedie, voglio ridere. Così come amo le persone sorridenti. Anzi, impazzisco per un attore di teatro, Michele La Ginestra. Lo sposerei subito, ha gli occhi che ridono, parlano anche se non dice nulla».

Non è che da psicologa, tra le tue competenze, rientra la comunicazione non verbale?
«Per quel che mi compete, sì. Mi accorgo se una persona si chiude, spesso è evidente dai gesti anche inconsci quel che sta pensando. Tra l’altro spaventa gli uomini, questa cosa. Faccio loro un po’ paura, forse oggi ancora di più».

Ti piace leggere?
«Ora ti dico una cosa strana: dormo con il manuale di disturbi mentali».

Non ci trovo niente di strano, ho dormito molte volte con il dizionario di italiano.
«Lo capisco, sono una patita della grammatica italiana. Non potrei mai stare con una persona che parla male, che usa i verbi in maniera sbagliata. Può essere l’uomo più bello del mondo ma se sbaglia un congiuntivo è finita, mi raffreddo. Anche se puzza in realtà, l’odore della pelle per me è fondamentale».

Dove vorresti essere tra dieci anni?
«In un posto caldo, magari avendo investito in un ristorantino sulla spiaggia. Voglio vivere in costume dalla mattina alla sera».

Lasceresti davvero tutto per questo?
«Sì, se fosse per avere una qualità della vita migliore».

Come dovrebbe essere il tuo uomo ideale, cos’è che finora non hai trovato in nessuno?
«Le palle».

Molto incisiva, come risposta. Ti spieghi meglio?
«Uno che abbia la capacità di tenermi testa, che sia simpatico, che riesca a capire cosa in un particolare momento mi fa ridere, cosa mi fa star bene. Non ho mai trovato un uomo che riuscisse a sorprendermi come io riesco a fare con gli altri. Appena l’avrò trovato è probabile che me lo sposi immediatamente».

Che genere di sorprese hai fatto?
«Di tutto. Anche chiamare una persona all’estero, dall’Italia, alle due del pomeriggio, per poi farmi trovare fuori dalla sua porta alle sette di sera».

Sono sorprese pericolosissime.
«Lo so».

Il regalo più bello che tu abbia mai ricevuto?
«L’anello con solitario che non tolgo mai. Un regalo di mio nonno»

E quello che hai fatto tu?
«Tanti. Forse, tra i più belli, qualche lettera».

Lettera che ovviamente non sarà stata compresa appieno e nelle intenzioni, se il destinatario era un maschio.
«Assolutamente no, infatti».

Sei cattolica?
«Non proprio praticante. Più che altro mi è stato imposto fin da bambina, detestavo le Messe del sabato insieme agli anziani, era orribile per una bambina di dieci o undici anni. Mi sono riavvicinata un po’ alla Chiesa avendo a che fare con il parroco don Ciccio d’Ascoli, che adoro. Una persona fuori dagli schemi, come piacciono a me».

Credi nei fenomeni soprannaturali?
«Sì, anche in virtù di episodi che mi hanno riguardato personalmente. Avevo un amico che morì travolto da un treno, non si è mai saputo come andò davvero. Ma una volta, vivevo ancora a Roma, mi capitò per giorni di vedere chiarissima la sua immagine quando mi specchiavo. Vedevo lui, non me. Non mi spaventai, parlai con dei sacerdoti e poi contattai la famiglia. Come se un angelo che non trova pace volesse rivolgersi a me, mi hanno detto che accade a volte. Parlai con i suoi familiari e tutto tornò tranquillo. Un’altra volta ancora ho sentito la mano di mio nonno sulla spalla, ne avvertivo la consistenza e il calore: accadde mentre ero ad un esame, difficilissimo. In quel momento cominciai a rispondere alle domande dei test in automatico, senza quasi leggere le domande anche se non ricordavo nulla. Lo superai con il massimo dei voti».

Non c’è nulla di cui tu abbia paura?
«Non credo, oso molto, vado controcorrente. Ho rischiato più volte la vita. Sono anche stata scortata per un mese intero quando ero rappresentante di istituto al liceo, per aver difeso ragazzi vittima di bullismo. Avevano minacciato di spararmi, ricordo che per un po’ l’amico Luigi Maiello veniva a prendermi al treno. Ho subito una rapina, anche. Mi hanno puntato la pistola in faccia e hanno preso tutto quel che avevo, la borsa da lavoro con i soldi, i documenti, l’agenda. Mi chiamarono poi per dirmi che avevano ritrovato a Ponticelli la mia carta d’identità e io sono andata in quella zona, ho visto in terra alcuni biglietti dell’autobus di Roma come quelli che porto sempre con me e ho bussato alla casa più vicina, ritrovandomi di fronte chi mi aveva rapinato. Sono riuscita ad andare via da lì e mi sono letteralmente buttata nei cassonetti vicino a quella casa ritrovando la mia agenda tra i rifiuti».

Mi dici perché ogni anno, all’Epifania, ti travesti da Befana?
«La cosa è nata per gioco, è una tradizione romana. L’ho fatto per tanti anni, anche sotto la pioggia. Il fatto è che mi piace, io mi nutro delle emozioni degli altri e vedere i bambini che ti guardano incantati è bellissimo. L’emozione mi invade, non riesco a contenerla, spesso piango sotto la maschera».

Ti capita di piangere anche senza?
«Quando mi accorgo che gli altri non riconoscono quel che faccio per loro, non perché pretenda riconoscenza: è che mi rendo conto che il mio messaggio non arriva».

Forse non sono abituati a una persona che si spende tanto.
«Ma io amo realmente in maniera incondizionata, se voglio bene a qualcuno offro tutto di me, in modo così naturale che spesso gli altri si sentono spiazzati».

Forse li spiazzi perché sembri finta. Nel senso di troppo buona per essere vera.
«Ma poi mi mettono alla prova e si rendono conto che è tutto vero».

Cosa ne faresti di un’enorme somma di denaro?
«Un ricovero per cani. E poi viaggerei, tantissimo».

Ti capita di attribuire sentimenti umani agli animali?
«I miei cani si chiamano Sofia e Carolina, vedi tu».

E credi sia giusto?
«Fa stare bene me, fa star bene loro, non ci trovo nulla di sbagliato. I  miei cani dormono con me».

Non ti è mai capitato di voler dormire con una persona che non sopportasse questa cosa?
«Certo, se n’è andata via la persona».

L’emozione più forte che hai provato?
«Quando è nato mio nipote. E poi quando mi innamoro».

L’amore dura per sempre?
«Sì, per sempre».

L’essere umano, secondo te, nasce buono o cattivo?
«Nasce buono, poi diventa prigioniero, “captivus” appunto. Giocano molto l’educazione, l’ambiente, il contesto, quel che accade».

La bellezza è importante?
«Lo è l’armonia».

E tu? Ti senti bella, te lo dicono, cambieresti qualcosa di te?
«Mi piaccio abbastanza. Me lo dicono. Cambierei le gambe e le labbra, il resto non mi dispiace».

Sei mai stata in cura da uno psicoterapeuta?
«Sì, un po’ perché la scuola me lo richiedeva. Ma ci sono comunque cose che ciascuno di noi deve risolvere e per le quali è necessario il confronto con chi ha competenze, qualcuno che ci aiuti a tirare fuori tutto. Dovrò ritagliarmi ancora spazio per questo, vedo quanto è importante per chi viene da me».

Se dovessi descriverti con un solo aggettivo?
«Poliedrica».

Il tuo più grande difetto e il pregio che ti riconosci?
«Il difetto è la testardaggine. Il pregio? Sono buona, anche se non sembra e me ne sto rendendo conto».

Se avessi dei figli cosa vorresti insegnargli?
«Sicuramente gran parte di ciò che a me hanno insegnato i miei. Ho dei grandi genitori».

Com’è adesso il tuo rapporto con loro?
«Io ho quasi 40 anni ma me ne sento 20. La differenza generazionale è troppo ampia, il divario lo avverto».

Qual è la cosa più bella che tuo padre ti abbia mai detto?
«Mi ha detto di essere certo che io non potrei mai morire di fame, perché sarei capace di fare qualunque cosa nella vita».

Una qualità di tuo padre che apprezzi più di tutte?
«Lui è una persona seria, pulita. Mi ha trasmesso valori alti ed è rimasto così in un ambiente non facile».

C’è qualcosa che non faresti mai per nulla al mondo? Nemmeno per quel che vorresti di più?
«Ammazzare un animale. O fare sesso con più persone».

Hai specificato «un animale». Una persona sì?
«No, assolutamente. Mi ci hai fatto pensare tu ora. Non sarei mai capace di ammazzare una persona, però a volte vorrei che qualche personaggio di troppo scomparisse dalla faccia della terra».

Chi faresti scomparire, se potessi?
«Le persone arroganti e cattive e le donne volgari».

Quando una donna diventa volgare?
«Quando esagera, quando esaspera tutto ciò che potrebbe restare in una dimensione naturale».

Se fossi un animale?
«Sarei un cavallo, è molto affascinante».

Non c’è un animale, o un insetto, che ti faccia ribrezzo?
«No, nessuno. Ho difficoltà anche ad ammazzare le zanzare».

C’è una cosa che desideri tantissimo?
«La possibilità di viaggiare quando decido di farlo».

L’ultima volta che hai finto?
«Di recente capita, ma non sono credibile. Il fatto è che mi è stato detto di essere più diplomatica».

Il politico che ti piace di più?
«Fin da ragazzina mi ha affascinato Gianfranco Fini. Mi piace ancora, anche se un po’ meno».

Se potessi scegliere chiunque per una cena speciale, chi vorresti?
«Alcuni miei compagni di liceo. Ogni tanto li rivedo e mi piace molto stare con loro».

Supponiamo che tu avessi dovuto optare per un altro lavoro. Cosa avresti fatto?
«Io canto, probabilmente avrei studiato e ne avrei fatto il mio lavoro. Ma sarebbe stato possibile con una famiglia diversa, in quel caso avrei già anche tre o quattro figli».

Rigorosamente senza marito.
«Sì, ma so che a loro non potrebbe far mai piacere. Però di un marito non so che farmene, io sono in continua evoluzione. Possibile che tra qualche anno mi senta sola, ma per adesso vivo il momento».

Per finire questa chiacchierata “terapeutica”, come ti descriveresti a una persona che non ti conosce?
«Metterei subito le mani avanti. Siccome di me arriva prima tutto il resto, la fisicità, e solo poi la mia vera essenza, direi di guardarmi negli occhi, di andare a fondo. Negli occhi si vede chi siamo veramente e io sono tutta lì: una persona molto solare, “tosta”, che gioca sempre tutte le carte».

Cettina Giliberti carta natale

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