Un affare della camorra vesuviana a metà dell’’800: acquavite e spirito..

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I clan della camorra vesuviana e nolana controllavano a metà dell’Ottocento il mercato del granone di cui si servivano le distillerie, e quello dei distillati: l’acquavite e lo spirito. Un gruppo, di cui facevano parte gli Apicella di Ottajano, si era specializzato nella falsificazione dei vini stranieri, i soli apprezzati dai “signori” napoletani almeno fino al 1862, anno in cui i produttori di vino vesuviano incominciarono a conquistare premi in Italia e all’estero. E nel 1900 la “Galliano” conquistò la medaglia d’oro a Parigi. La “cantina” di Luigi de’ Medici.

 

Nel Vesuviano e nella Campania Felice fu sempre fiorente la distillazione di acquavite e spirito. Nel 1840 i 123 “lambicchi” delle cinquanta fabbriche della provincia producono ogni anno quasi 11000 botti di acquavite e  2500 botti di spirito . Nel 1872  le fabbriche sono 61. Ben 22,  tutte  di modestissime proporzioni, si trovano a Pomigliano, dove questa attività ha una lunga tradizione. Le distillerie più grandi sono le tre di San Giovanni a Teduccio e quella di Sant’ Anastasia, in cui sono investiti cospicui capitali della famiglia Maione. Molti degli stabilimenti funzionano solo in autunno,  perché lavorano esclusivamente le vinacce. Lo stabilimento di Salvatore De Simone, alle paludi di Volla, è in attività dal 1869, ma fin dal 1850 egli distillava  a Poggioreale. La fabbrica ha due motori di 25 e 12 cavalli costruiti da Pattison, tre caldaie e 6 tini per la fermentazione, ciascuno capace di 288 ettolitri. Vi lavorano 40 operai, il cui salario giornaliero va da lire 2 alle 6 lire degli operai meccanici; prima del 1860 la paga più alta era di lire 1,25. L’industria dello spirito  ricavato dal granone   era radicata sia alle falde del Vesuvio che nel Nolano. La distilleria di Gennaro Jesu a Portici trattava 30 cantaia di granone al giorno, e 10 quella di Raffaele Saggese Matafone a Ottajano; due ditte di Marigliano, “Anselmi e Marrassi”, e “Nicola Montagna”, distillavano ciascuno 50 cantaia di granone al giorno. Nel ’59 le proteste  per “l’incarimento” del granone  divennero ancora più vigorose, tanto che Francesco II, da poco salito al trono,  considerando che la povera gente si nutriva “quasi esclusivamente di questo articolo”  ordinò che non si usasse più il granone  per la distillazione dell’ alcool. I distillatori, capeggiati da Ernesto Lefebvre conte di Balsorano, cercarono di far annullare il decreto, che metteva fine ad uno degli investimenti più sicuri e vantaggiosi, visto che una distilleria di media struttura, come quella di De Simone a Pozzuoli,  produceva 4 botti di spirito al giorno con un guadagno netto, ogni giorno, di circa 17 ducati.  Francesco II tenne duro, così che i distillatori congegnarono un vasto contrabbando di granone e architettarono imbrogli di ogni genere. E in questa situazione si delineò con chiarezza il ruolo che la camorra vesuviana  e quella nolana svolgevano nel settore, controllando sia il mercato delle materie prime che quello dei prodotti della distillazione: alcuni documenti del 1862 dimostrano che tra un clan di Ottajano e certi “colleghi” di Torre Annunziata erano stati siglati veri e propri trattati di pace e di spartizione degli affari. Una lettera anonima del ’59 avverte che nonostante il divieto i distillatori continuano a trattare granone. Lo fanno macerare a Castellammare e a poco a poco “lo intromettono nelle rispettive fabbriche per la quantità di un giorno o due. Nelle fabbriche tengono sempre carrube come se si servissero di queste per la distillazione “. Nel marzo del ’60 gettò l’ancora nel porto di Napoli la nave “Principessa Carlotta” , battente bandiera austriaca, stivata di granone fradicio d’acqua: e cosa avesse causato il disastro, nessuno seppe spiegarlo. Il Soprintendente la Commissione di Sanità, Giuseppe IV Medici principe di Ottajano, chiamò alla perizia il migliore chimico di Napoli, il professor Scarpati, che era suo amico e gli curava i vigneti. Lo Scarpati sentenziò che il granone non era più commestibile: e dunque le 5000 cantaia si poteva venderle all’asta per la distillazione. E così fu fatto.  Alcuni clan si erano specializzati nella falsificazione di vini stranieri, i soli apprezzati almeno fino a metà dell’ ‘800 dai “signori”.. Scrisse G.B.M. Jannucci che i signori napoletani consideravano ” ignobile ” un pranzo in cui non si servissero vini e liquori stranieri.  “Godono costoro più di essere ingannati con bere gli esteri per lo più misturati o pure falsati, e adattati quelli del Regno al sapore degli stranieri che di tranguriare i puri e delicati vini paesani, perché quali sono tali si appellano. So bene che un tal Pompilio, tenendo seco uno straniero versato nella fabbrica dei vini e mescolanza delle uve, nella stagione propria della vendemmia portavasi in Ottajano a comporre i vini a guisa dei stranieri e per tali li faceva vendere al pubblico. E pure dei vini di tal luogo sinceramente dir si può per la di loro robustezza, vigore e calore quel che scrisse Redi nel suo ditirambo: il sangue che lacrima il Vesuvio.”. Il Cavaliere Luigi de’ Medici, che possedeva i vigneti del Mauro, aveva nella cantina della casa napoletana, esaminata dagli esecutori testamentari nel 1830, ” 48 bottiglie di Porto, 150 di Stella, 282 di Madera, 30 di Bordeaux, 17 di Sauternes, 41 del Reno di prima qualità, 19 di seconda qualità, 50 di Setubal, 4 di Costanza, 2 di Tokay, 13 di Alicante, 20 di Buneles, 12 d’Ungheria, 23 di Ermitaggio, 12 di Grande Ermitaggio, 5 di Nizza, 10 di Xeres, 12 di Aleatico, 45 di Champagne, ma di seconda qualità.”. Il nipote Giuseppe, erede universale dello statista, non trovò nella cantina nemmeno una bottiglia di vino vesuviano e proprio allora, forse, decise che avrebbe dedicato ingegno e capitali all’ “immegliamento” di quel vino.