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“Trilli alle noci”, per resistere alla “spallezza ‘e stommaco” provocata dalla “chiorma” di “chiachielli”

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Il “gustare in meditazione”, la psicologia del “piatto” e i nuovi “chiachielli”: il mare di chiacchiere vane in cui si sta sciogliendo la società porta, tra l’altro, fiacchezza di stomaco agli amanti del silenzio che ancora sopravvivono. Contro questa “spallezza” è utile il “piatto” di cui qui proponiamo la ricetta. Perché, secondo Paracelso, le noci sono salutari anche contro i disturbi fisici della sofferenza psichica, e quindi anche contro i crampi allo stomaco causati dall’impossibilità di mandare  a quel paese i  “chiachielli”  . L’utilità dell’olio e del vino del Vesuvio.

 

Ingredienti (per 4 persone): gr.400 di trilli; gr. 150 di trito di noci “Malizia” del Vallo di Lauro; un cucchiaio di olio del Vesuvio; due spicchi di aglio; prezzemolo: 1 peperoncino piccante. Mentre la pasta cuoce a parte, in una padella mettete a soffriggere, nell’olio di oliva, l’aglio e il peperoncino. Quando l’aglio si indora, versate il trito di noci.  Un tempo, le massaie del Vesuviano bagnavano il trito con poche gocce di vino rosso, lasciavano che si asciugasse e poi lo “calavano” nella padella. Mentre rigirate il tutto sul fuoco per qualche minuto, aggiungete un po’ di acqua di cottura della pasta e il prezzemolo . Dopo quattro, cinque minuti versate il sugo sui trilli che sono stati cotti a parte. Sul piatto che va in tavola spargete altro prezzemolo. Qualche nota storica. Oggi i “trilli”, simili ai cavatelli, ma più grandi, sono considerati  un formato di pasta tipico di Vallesaccarda, e i “trilli alle noci”  appartengono alla tradizione culinaria della città. Ma in un testo napoletano del primo Ottocento leggiamo che “ i nostri maccheroni casalinghi sono detti tra i napoletani strangolapreti o trilli, quasi tres digitilli , perché cavati con tre dita, e perciò in Roma li chiamano cavatelli “. E’ probabile che la parola “trilli” sia una variazione di “tria”, il nome di origine araba che un tempo indicò la pasta e che ancora oggi si usa in Puglia e in Sicilia. Ma i cavatelli lavorati a “tre dita” li vendevano molti anni fa, lungo la strada che da Nola sale verso Avella, le pastaie casalinghe che ogni domenica esponevano davanti alla porta, sul marciapiedi,  i prodotti preziosi della loro arte. La pasta – ogni tipo di pasta – con le noci fu ed è un piatto fondamentale del Nolano e del Vesuviano, e non solo per l’abbondanza degli ingredienti, ma anche per le “virtù” che a quegli ingredienti riconosceva il mondo contadino.

Che questo nostro mondo sia sul punto di essere sommerso da uragani di chiacchiere è cosa evidente, e non è necessario fornire prove: si parla, si parla, è come un mare che senza sosta gonfia flutti e li spinge alla spiaggia, uno dietro l’altro. Nasce nell’età dei “social” e della globalizzazione un modello di “uomo  vociante”che potremmo battezzare, con un nome inventato dal genio napoletano, “chiachiello”. E’, il “chiachiello”, un uomo da poco, che dunque non avrebbe nulla da dire, se non qualcosa della propria nullità: ma per nascondere la sua pochezza egli si protegge con una cortina di fiati modellati come parole, e “azzecca” ad ogni parola, con un po’ di sputo, un concetto qualsiasi raccattato su “fb”.Il “chiachiello” parla di tutto. Gli studiosi non sono concordi nello spiegare l’etimologia di questo termine: a me piace pensare a un gioco onomatopeico, “chià-  chià”, suggerito dalle parole che scoppiano come palloncini, l’una dietro l’altra, o dal rumore che fa la fanghiglia sotto le scarpe che vi sguazzano.. I “chiachielli” di oggi hanno l’inclinazione, nel segno della solidarietà di chiacchiera, ‘a “chiachiellare” in gruppo, a “chiorma”, che è traduzione napoletana della parola “ciurma” e che rinforza l’effetto fonetico del”chià- chià”.  Resiste tuttavia, in ogni comunità, un gruppo di persone che conosce ancora l’arte del silenzio: questi “sopravvissuti” parlano, e sempre tra dubbi e punti interrogativi, solo di ciò che sanno, e  attribuiscono un valore importante a certe parole ormai rattrappite dalle rughe: verità, competenza, documenti, scienza, confronto.  Poveri illusi…..

Questi signori non se la passano bene, vivono giorni agitati e scossi dall’inarrestabile marea delle chiacchiere, e può capitare, diceva un vecchio medico, che almeno una volta al giorno essi avvertano quella fastidiosa fiacchezza ventrale che i vesuviani del tempo che fu chiamavano “spallezza ‘e stommaco”.  E’ probabile che in bocca ai vesuviani la “sfattezza” sia diventata “spallezza”, e perciò non mi meraviglio  del fatto che dizionari anche importanti della lingua di Basile, di Viviani e di Eduardo non registrano il termine: ma quelli della mia generazione se lo ricordano chiaramente, usato da mamme, nonne e zie, per indicare i dubbi e l’incertezza di uno stomaco che cede a poco a poco ai crampi e teme che non riuscirà a digerire il cibo, di cui pure avverte il desiderio. Non escludo che “spallezza” derivi dalla radice indeuropea “fal” connessa all’idea della debolezza, del cedimento, della menzogna (che è prova di debolezza): del resto, l’italiano “fallito” diventa in napoletano “sfalluto”. Contro questo disturbo provocato negli amanti del silenzio dalle oceaniche maree di chiacchiere, dall’ossessione cosmica del “chià- chià” un esperto di “psicologia del piatto” – è un amico dello chef Biagio – propone  il rimedio dei “trilli con le noci”.

Molte sono le virtù delle noci, come tutti sanno: ma qui non c’entrano le storie di magia e stregoneria. Qui alle noci si richiede di sventare le minacce dell’ ira che deprime perché non trova sfogo, di riportare nel corpo e nella mente quell’equilibrio che già nel sec.XVI Paracelso considerava effetto sicuro della loro azione, ritenendo che non a caso la Natura avesse dato al gheriglio la forma del cervello. Questa azione benefica viene potenziata dalle gocce di vino del Vesuvio che bagnano il trito di noce, dal peperoncino e dall’olio vesuviano: il vino e l’olio “vesuviani” sono significative varianti della ricetta tradizionale dei ristoranti di Vallesaccarda e servono a potenziare, nel segno di Bacco e di Minerva divinità del vulcano, la virtù rasserenatrice delle noci. Ma anche i “trilli” danno un aiuto, perché, con la loro forma, impongono quella masticazione lenta e consapevole che innesca il processo del “gustare in meditazione” e permette a chi sta gustando di staccarsi, per un lungo momento, dal mondo e dalle sue voci. E il distacco si prolunga, se egli, concluso il confronto con la pasta, “attonna ‘o stommaco” con qualche noce “fresca”: il guscio, anche mentre viene spezzato, ci ricorda che è possibile difendersi dalle storture del mondo, senza rifiutare il confronto con le sue forme, belle o brutte che siano e trovando il punto di equilibrio tra il capire, il sopportare il “chià-chià” quotidiano dei “chiachielli” ( sopportare serve anche a espiare i  peccati), e il mandarli a quel paese. Quanno ce vò’, ce vò’.