Cirielli e Fico, rush finale: si chiude una campagna elettorale elettrica

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Si è chiusa nella serata di ieri la campagna elettorale che ha visto protagonisti Edmondo Cirielli e Roberto Fico, due figure centrali nello scenario politico campano e nazionale. Un finale caratterizzato da comizi affollati, appelli accesi e un forte richiamo alla partecipazione democratica, in vista di un voto che si preannuncia decisivo per gli equilibri regionali.

Cirielli ha concluso il suo percorso politico-elettorale puntando sulla continuità amministrativa e sulla necessità di rafforzare la presenza istituzionale nei territori. Nel suo comizio finale ha rivendicato risultati ottenuti, interventi infrastrutturali avviati e una visione di governo improntata alla sicurezza, allo sviluppo locale e al riequilibrio tra le diverse aree della regione. «Siamo pronti a completare ciò che abbiamo iniziato — ha dichiarato — e a dare risposte concrete alle comunità che chiedono attenzione e investimenti».

Sul fronte opposto, Roberto Fico ha chiuso la campagna con un messaggio centrato su innovazione sociale, diritti e partecipazione civica. L’ex presidente della Camera ha insistito sulla necessità di una politica nuova, più vicina ai giovani, alle periferie e ai settori più fragili. Nel suo intervento finale ha richiamato temi come la sostenibilità, la trasparenza amministrativa e il rafforzamento dei servizi pubblici: «Queste elezioni — ha affermato — sono un’opportunità per scegliere un modello diverso, più inclusivo e più giusto».

Entrambi i candidati hanno dedicato l’ultima giornata a incontrare volontari, sostenitori e amministratori locali, ribadendo l’importanza del voto e invitando gli elettori a recarsi alle urne nelle giornate previste. A poche ore dall’apertura dei seggi, resta forte l’incertezza sull’esito, con i rispettivi comitati convinti di poter intercettare l’ampia quota di indecisi.

La chiusura della campagna consegna un quadro politico dinamico, segnato da due visioni contrapposte ma accomunate dall’appello alla partecipazione. Ora la parola passa agli elettori, chiamati a scegliere la direzione futura della Campania.

Torna al Maradona una delle bestie nere degli ultimi anni: la storia di Napoli-Atalanta

Archiviata la sosta nazionali che ha visto l’Italia qualificarsi ai playoff per i Mondiali, è tempo di immergersi di nuovo nel campionato. Al Maradona è attesa domani sera l’Atalanta fresca di nuovo allenatore, Palladino, mentre gli azzurri sono chiamati a cancellare la disfatta di Bologna e tutto ciò che ne è conseguito. Nel corso degli anni, la partita con la Dea è diventata un vero e proprio big match della Serie A, complice la crescita esponenziale dei bergamaschi durante l’era Gasperini. Uno dei primi Napoli-Atalanta iconici risale al 1985, quando la partita è stata decisa dal gol di Bertoni in seguito ad un’azione spettacolare di Maradona, che aveva dribblato due difensori e il portiere. Si può descrivere come drammatica la sconfitta per 0-1 del 28 settembre 1997, avendo innescato la crisi che ha condotto alla stagione peggiore della storia azzurra. Durante l’era De Laurentiis, l’Atalanta è stata un avversario spesso favorevole, anche se negli ultimi tempi la situazione è leggermente cambiata: nelle ultime 4 stagioni, sono arrivate ben tre sconfitte e tutte con 3 gol subiti. L’ultima vittoria è datata 11 marzo 2023 ed è anch’essa entrata nella leggenda, con la rete fantascientifica del 2-0 di Kvara che è diventata simbolo della stagione del terzo, insieme al recupero corale su calcio d’angolo contro il Sassuolo.

Noemi Riccardi, la mamma racconta il suo dolore su Rai2. “Non perdono mio figlio: voglio giustizia”

In una intervista a cura dei cronisti di “Ore 14” di  Rai2 , la mamma di Noemi Ricciardi, la 22enen uccisa con diverse coltellate dal fratello al culmine di una banale lite, racconta il suo dolore e chiede giustizia. La madre di Noemi, Maria Rosaria Tommasino, racconta il suo dolore e la sua angoscia per la morte della figlia. Descrive un momento terribile: quando ha scoperto il corpo di Noemi, riverso in una pozza di sangue, un’immagine che non dimenticherà mai. Racconta che in passato aveva già denunciato il figlio Vincenzo per segnali di aggressività: secondo lei, avrebbero dovuto aiutarlo mettendolo in una struttura specializzata, perché aveva bisogno di cure. Maria Rosaria crede che l’omicidio non sia stato casuale, ma che Vincenzo abbia voluto “punirla” per quelle denunce. “Voleva che le ritirassi. Ha colpito sua sorella- spiega tra lacrime di disperazione- per colpire me”. Parla anche di problemi nella famiglia: Noemi aveva una lieve disabilità motoria che la rendeva lenta in alcuni gesti, ad esempio in bagno. Secondo la madre, questo irritava molto Vincenzo.  E ogni volta che cercava di difendere la figlia dalle aggressioni del fratello, veniva aggredita a sua volta. Alla fine dell’intervista, Maria Rosaria esprime il suo rifiuto di perdonare il figlio: “Con quelle sue mani ha massacrato mia figlia”, dice, e rivendica giustizia.

Greenpeace: in 30 anni distrutti 420 mln di ettari di foreste. Ecco i regali solidali che aiutano il pianeta

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Riceviamo e pubblichiamo   Mentre ogni due secondi scompare una foresta grande quanto un campo da calcio, Greenpeace Italia, in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi, invita a riaccendere una luce di speranza contro il buio che incombe a causa dei cambiamenti climatici, delle guerre e delle ingiustizie. Con il catalogo natalizio 2025 ognuno può tutelare il Pianeta: dalla casetta per gli uccelli ai vasetti per coltivare i fiori amici delle api fino alle t-shirt e la lunch box plastic-free, questo Natale può essere davvero più luminoso   Fare del bene fa bene, lo dice la scienza: un singolo atto di gentilezza riduce ansia e stress e rafforza il senso di comunità. E può accendere una luce di speranza e squarciare il buio di guerre, cambiamenti climatici, diseguaglianze che affliggono il nostro Pianeta. Greenpeace Italia dedica il Natale 2025 al potere del dono, con regali solidali che portano speranza a chi li riceve, al Pianeta e alle generazioni future. Un gesto ancora più prezioso in un momento in cui la natura lancia segnali di allarme: 12 milioni di tonnellate di plastica e microplastica che finiscono ogni anno nei nostri mari (meno dell’1% dei mari italiani è protetto). In 30 anni distrutti 420 milioni di ettari di foreste, un’area equivalente all’intera Unione Europea e ogni due secondi vengono deforestate aree pari ad un campo da calcio. Eppure, le foreste, ricorda Greenpeace alla vigilia della Giornata Nazionale degli Alberi (21 novembre), custodiscono l’80% della biodiversità terrestre, sono la casa di Popoli Indigeni e assorbono grandi quantità di anidride carbonica, essenziali per regolare il clima. In un momento storico in cui il Pianeta ha bisogno di maggiori tutele, scegliere un regalo solidale in grado di proteggerlo, si traduce in uno strumento di cambiamento sociale. Dalla casetta per gli uccelli e per le api, ai vasetti per coltivare i fiori amici delle api, dalla lunch box fino alle t-shirt per adulti e bambini: questo Natale può essere diverso grazie ai doni sostenibili di Greenpeace, che trasformano ogni acquisto in un gesto concreto per gli ecosistemi più fragili e l’operato stesso dell’Organizzazione, minacciata dai principali autori dell’inquinamento e sfruttamento delle risorse della Terra. TANTE IDEE REGALO, UN SOLO OBIETTIVO: PROTEGGERE IL NOSTRO PIANETA Lo shop di Greenpeace propone una selezione variegata di regali solidali per questo Natale 2025: soluzioni pensate per ogni sensibilità, da chi ama la praticità quotidiana a chi preferisce l’arte e la creatività, tutte accomunate da un impegno tangibile verso la sostenibilità ambientale e sociale. I “must have” per chi sceglie uno stile di vita green? L’Agenda per il Pianeta 2026 (22,99€) con storie di attivismo e approfondimenti sugli ecosistemi più fragili, il Calendario 2026 (15,99€) porta in casa o in ufficio i paesaggi straordinari celebrando quattro decenni di battaglie ambientali di Greenpeace Italia, mentre la Borraccia termica (25€) e la Lunchbox (25€) permettono di ridurre l’uso della plastica ogni giorno, ovunque si vada. Chi desidera contribuire concretamente alla tutela della biodiversità può scegliere la Casetta delle api (24€), un rifugio studiato per accogliere impollinatori e api solitarie, fondamentali per la salute di fiori e alberi da frutto. Novità assoluta: la Casetta per uccelli (26€) in legno FSC riciclato, è progettata per ospitare piccoli volatili come cince e pettirossi, proteggendoli dai predatori grazie a un design funzionale con fori di drenaggio e ventilazione. Per i pollici verdi, disponibili anche i vasetti per coltivare fiori amici delle api (15€). Non solo gadget, è possibile anche “vestire” il cambiamento con le diverse t-shirt dell’Organizzazione. Le magliette sono prodotte in cotone biologico senza sostanze tossiche secondo gli standard della Campagna Detox. Disponibili le classiche t-shirt Greenpeace (30€) e la “Time to Resist” (30€) in onore della campagna globale di Greenpeace contro chi minaccia l’attivismo ambientale. Ma la natura è anche amore: per chi volesse celebrare la maestosità delle specie acquatiche e proteggere i fragili ecosistemi marini, un’idea originale sono le t-shirt Balena e Pinguino (30€). Per i piccoli green Warriors: la t-shirt Api (26€), dedicata alle regine del Pianeta che permettono di mangiare la maggior parte del nostro cibo e “Occhi Verdi”il progetto per bambini e bambine (5 – 9 anni), pensato per educare le nuove generazioni a guardare il pianeta con meraviglia, cura e consapevolezza. Per gli appassionati della poesia e del cinema? Il set di tazze Er Pinto (40€), da “Foresta” a “Ovunque”, porta in cucina le poesie originali dell’artista di strada, mentre il set tazze cinema (50€) reinterpreta i grandi classici del grande schermo con citazioni ambientaliste come “Apecalypse Now“. Disponibile anche il set di tazze animali (50€) dedicato alle specie che Greenpeace difende dall’estinzione. Per gli amanti dell’arte da appendere: disponibili le stampe sostenibili Er Pinto (poesia “Foresta” e “Ovunque”) e Balena, (da 16€ a 28€), realizzate con inchiostri organici su carta riciclata.

Regionali, Acerra abbraccia Conte, Auriemma (M5S): “Segnale di speranza per la città”

Riceviamo e pubblichiamo Nonostante il maltempo grande partecipazione quella di ieri per il presidente Giuseppe Conte che è stato accolto ad Acerra per un evento di campagna elettorale organizzato dall’onorevole e coordinatrice provinciale del Movimento 5 Stelle Carmela Auriemma. Ad accogliere Conte i ragazzi del coro delle mani bianche della locale associazione “Michele Novaro” che hanno così voluto omaggiare il presidente del M5S. Conte, che ha anche intonato qualche nota con i ragazzi, ha ricevuto anche una maschera di Pulcinella da Michele De Chiara, attore che porta in giro per il mondo la nota maschera che vanta i Natali proprio ad Acerra. “Ieri sera – ha dichiarato Auriemma – abbiamo dimostrato ancora una volta che il nostro campo di gioco è la Politica. Ieri sera abbiamo dato voce alla Acerra bella, a quella che costruisce invece di distruggere, quella che studia le soluzioni, quella che traccia una rotta. Quella messa ai margini dai potentati di questa città ma che ieri insieme al Presidente Giuseppe Conte è stata protagonista di una delle serate più belle di questa campagna elettorale. Cosa c’è di più rivoluzionario che accendere una luce in una piazza deserta? Non farla spegnere”.

Pompei: tenta di fuggire al controllo. Arrestato un 41enne dalla Polizia

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Pompei – Nella tarda mattinata di ieri, la Polizia di Stato ha tratto in arresto un 41enne di Pompei per lesioni e resistenza e Pubblico Ufficiale. Nello specifico, gli agenti del Commissariato di Pompei, durante il servizio di controllo del territorio, nel transitare in via Unità d’Italia, hanno notato il 41enne a bordo di un’autovettura ferma in un’area di divieto di sosta; gli agenti, avvicinatisi per procedere al controllo del veicolo, hanno chiesto al conducente di fornire i documenti ma lo stesso è ripartito a tutta velocità nel tentativo di eludere il controllo. Ne è nato un inseguimento, durante il quale il predetto ha effettuato manovre pericolose per la circolazione stradale finché non è stato raggiunto e, non senza difficoltà e dopo una colluttazione, bloccato dagli operatori in via Lepanto. Per tali motivi, l’indagato è stato tratto in arresto dal personale operante.

Somma Vesuviana, nel cuore del borgo Casamale l’istallazione di Epiphaneia, manifestazioni in scala

L’associazione Tramandars è lieta di presentare il 29 Novembre Epiphaneia – Manifestazioni in scala, evento di restituzione pubblica della residenza d’artista – Art Summit II – Vesuvio Contemporary Experience and Residency, di Lucia Schettino a cura di Stefania Trotta; con il Patrocinio della Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.   L’installazione site specific  presso Via Botteghe n 34  nasce dalla scalata sul Monte Somma, compiuta da Lucia Schettino nel maggio 2024 in occasione della Festa della Montagna. L’ascesa si trasforma in gesto simbolico e performativo, rito di introspezione e consapevolezza, che attiva una riflessione sulla verticalità come dimensione del sé e del collettivo. Durante la residenza, parte della ricerca dell’artista si è svolta all’interno dell’ARS – Archivio Russo Somma, cuore della memoria culturale del Casamale. Da questa prima indagine storica e territoriale prende vita INVITRO, un laboratorio esperienziale e relazionale, in cui tredici abitanti del borgo Casamale sono stati invitati a modellare l’argilla come strumento di introspezione e di emersione del sé. L’argilla – materia primordiale e generativa – si configura come gesto rituale, in cui la manipolazione diventa linguaggio e la forma scultorea assume valore di testimonianza. Le tredici piccole sculture nate da questo processo di narrazioni, gestualità e materie condivise, rappresentano i dispositivi propedeutici, che hanno guidato Lucia Schettino nella realizzazione della restituzione finale. L’installazione site-specific, sintesi poetica delle esperienze vissute, trova spazio in un cortile privato accanto ad una scala del borgo, ripensata dall’artista per restituirle una nuova lettura ed una diversa possibilità narrativa. Epiphaneia. Manifestazioni in scala si presenta come un’installazione scultorea e fotografica, ma anche come dispositivo relazionale e partecipativo. La scala  – archetipo del passaggio e della trasformazione – e la sua rappresentazione fotografica, diventano medium di un percorso di consapevolezza e rinascita. Chi la percorre è invitato a compiere una piccola ascesa interiore, lasciando, se vuole, un fiore in uno dei tredici vasi che compongono l’opera. I vasi, disposti come un orologio immaginario, sono contenitori del tempo e della memoria: luoghi per raccogliere le “epifanie”, le rivelazioni quotidiane della comunità, mentre al centro, il tredicesimo vaso, rappresenta l’anima da cui tutto ha avuto inizio. L’intento dell’artista è permettere che la ritualità si intrecci al sacro come esperienza di elevazione, in modo che l’ascesa diventi una via interiore capace di riconnette corpo e spirito. Ogni gesto si fa preghiera laica, ogni vaso è un contenitore di memoria, ogni fiore un segno di presenza. “Ogni passo è già rivelazione, se è un passo verso la consapevolezza interiore e, di riflesso, verso quella collettiva.” Il progetto è realizzato da Tramandars ETS in conclusione del periodo di residenza dell’artista sul territorio, nell’ambito della seconda edizione (2024–25) di Art Summit – Vesuvio Contemporary Experience and Residency, in collaborazione con Amici del Casamale APS. Questa restituzione è la seconda tappa del ciclo diffuso di iniziative contemporanee della Biennale del Vesuvio – BNN VSV. Luogo di ritrovo: Putèca, Via Nuova 1, Borgo Casamale, Somma Vesuviana Data: 29 Novembre Orario: 18.00 Installazione site -specific presso cortile in Via Botteghe 34 Produzione: Tramandars ETS Coordinamento generale: Lucia Egidio – Tramandars Curatice del Progetto: Stefania Trotta Assistenza ai laboratori esperienziali: Carla Merone Supporto tecnico e logistico: Associazione Amici del Casamale APS Ricerca e consulenza d’archivio: ARS – Archivio Russo Somma Art Summit | Vesuvio Contemporary Experience and Residency Un innovativo progetto di residenze per artisti emergenti al Borgo Casamale di Somma Vesuviana, che li invita ad esplorare le specificità del territorio e ad interagire con la comunità locale, per realizzare progetti site-specific. Interrogandosi su una possibile valenza contemporanea della dimensione magico-rituale che risuona ancora oggi presente nel territorio, il progetto invita un gruppo di artisti emergenti nazionali e internazionali ad esplorare questo interrogativo attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea. Dal 2023 il progetto si configura come piattaforma culturale permanente ed ha avviato nel 2025 la Biennale del Vesuvio – BNN VSV. Tramandars Tramandars è un progetto culturale collettivo fondato a Somma Vesuviana, con la missione di trasmettere e tramandare arte e cultura attraverso linguaggi universali contemporanei. Costituita come associazione, Tramandars opera attraverso residenze e progetti di rigenerazione, collaborando con artisti nazionali e internazionali, per incentivare processi sociali e culturali che abbiano un impatto duraturo. Tramandars crede nella potenza ispiratrice dell’arte come stimolo educativo. I suoi progetti hanno lo scopo di innescare interrogativi sulla società, creando un dialogo tra comunità, cultura e ambiente. Dal 2022, ha collaborato con la FAO per il World Food Forum, portando l’arte contemporanea nel dibattito globale sulla sostenibilità alimentare, e con l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan in Italia, per iniziative volte alla promozione dei diritti civili attraverso l’arte. Con un approccio aperto e collaborativo, Tramandars si pone come un ponte tra diverse culture e discipline artistiche, lavorando per costruire un’eredità culturale che superi i confini geografici e temporali. Lucia Schettino Lucia Schettino (Castellammare di Stabia, 1988), artista e arteterapeuta, vive e lavora a Napoli presso l’Atelier Alifuoco. Diplomata in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli e formata in Arteterapia. Il suo lavoro nasce dall’urgenza di dare forma all’invisibile. Attraverso l’argilla esplora il passaggio dall’interiorità alla materia, dalla memoria individuale al simbolo collettivo. La scultura diventa un atto di rivelazione: un gesto lento e rituale che manifesta la forza vitale e apre spazi di incontro con il divino. Nei suoi laboratori, il processo creativo non è mai solo produzione, ma esperienza di cura, manifestazione e di condivisione. Mostre principali: • Ogni cosa creata, bipersonale con Magda di Fraia, Namigallery, a cura di Stefania Trotta, aprile 2025 • METAMORFOSI, mostra personale, Modica, 2024 • Identità individuale/collettiva, mostra collettiva LAP laboratorio arte pubblica, Potenza, 2022 • Scultura Estesa#2, mostra collettiva, Avellino, 2022 • Art Days, Atelier Alifuoco/Open Studio, Napoli • DIALOGHI_OPERA meet Atelier Alifuoco, Napoli, 2021 • Kemè Project, mostra collettiva, Pozzuoli, 2021

Somma Vesuviana, le vicende storiche e genealogiche della nobile famiglia Scozia

La famiglia Scozia, di antica e nobile origine, si stabilì a Napoli e successivamente nella Terra di Somma.  Il prestigio e la fama di cui godette la famiglia sono legati a numerose vicende storiche, in quanto alleandosi con altre casate blasonate, attraverso matrimoni, consolidò potere e prestigio.      Il primo storico di Somma, l’abate Domenico Maione, nel suo libro del 1703 dal titolo Breve Descrizione della Regia Città di Somma, a pagina 37, così scrive: De Scozij, quali benché siano Napoletani,[…], e ne gli prova parenti de’ Stramboni per via di Giulia Strambone, che si maritò con Gio:Geronimo Scozio,[…], ove si vede che aveano robbe in Somma ottenendo privilegio di poter condurre in Napoli senza pagar gabella per ogni qualità di vino dalle sue masserie, che possedeano in Somma […]. In effetti, la notizia di Domenico Maione concorda anche con quella riportata nella pubblicazione del 1734 dal titolo Nota di fatto, e ragioni a pro dell’appaltatore delle gabelle e rendite universali della città di Lucera [F. Izzo], e suoi creditori co’mag. D. A. Pagano, etc. [Signed: G. M. di Lecce.], dove si legge che il 24 marzo del 1550 tra Scipione Scozio e i Gabelloti delle Sbarre della Città di Napoli, fu dichiarato esente il detto Scipione del deritto della gabella del vino, e greco, che provveniva ex suis massariis tantum. Sorgeva, però, all’epoca, una perplessità in quanto si ebbe dubbio nel fatto, se quel vino provenisse dalle sue masserie, ovvero da altrui poderi: nel qual caso non si ebbe per esente. Insomma, alla fine, sopra questo dubbio fu dato termine, con ordinarsi l’annotazione del vino.
L. Marchese, Pianta di Somma, Museo di Capua , 1800 – 01
Il poeta e religioso dell’Ordine dei Minimi, Gherardo degli Angioli (1705 – 1783), nelle sue Varie Orazioni, pubblicate nel 1781 dalla Stamperia Abbaziana, così scriveva, nel volume 3 a pagina 283, riguardo alla famiglia Scozia: Fiorì nella Scozia molti secoli addietro un’antica Famiglia, la quale già nella Francia trapassando, e poi nella Lombardia, si mantenne per continuate ricchezze, e per lungo ordine d’immagini illustri de’ Maggiori, in ogni tempo nobilissima.
Scozia marchesi di Calliano, signori e poi conti di      Murisengo, conti di Benevello, signori Monteu (da     Po), Piazzo, Lavriano, Villanova (Monf.), Verduno e Valmacca
In effetti, il celebre araldista e genealogista Giovan Battista di Crollalanza (1819 – 1892), che compilò il Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane (3 voll., Pisa 1886-1890), un’opera fondamentale per la storia della nobiltà italiana, conferma che gli Scozia si trapiantarono in Italia nel XI secolo a Montiglio, che un tempo apparteneva a quella Lombardia estesa, che inglobava tutto il nord Italia. Nobilitata nel 1465 nella persona di Giorgio, chiavaro marchionale a Casale, ove si trasferì, la famiglia partecipò con alcuni membri all’amministrazione comunale; gli Scozia possedevano in città un sontuoso palazzo in Sant’Ilario. Altri rami si stabilirono a Pinerolo e Nizza. Ebbero vari feudi in Monferrato: quello di Calliano pervenne loro a metà Seicento. A riguardo, dopo il passaggio del Monferrato ai Gonzaga, il territorio astigiano di Calliano – come afferma lo storico locale Armano L. Gozzano – fu elevato a marchesato e affidato nel 1604 a Galeazzo Canossa, gli successero i fratelli Tommaso, Orazio, Luigi e Isabella. Quest’ultima, rimasta vedova e senza figli dalle prime nozze con il conte Lelio Filiberto Scarampi di Camino, sposò Bernardino III Scozia (1622 – 1650), da cui nacque Francesco Maria I Scozia (1643 – 1688) che prese possesso di Calliano. Successivamente, dopo lunghe vertenze, Calliano fu concessa a Carlo Bernardino Scozia (1669 – 1745), primo marchese di Calliano. Gli Scozia – marchesi di Calliano e conti di Murisengo – è l’unica famiglia nobile italiana con questo cognome attestata nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, Ed. 2015-2019 e preced.ti, Ed. Collegio Araldico, Roma. Padre Gherardo, nel suo libro, ci conferma ancora che tale famiglia era arrivata dal Nord nel Regno di Napoli e a proposito scrive: ultimamente nel nostro Regno derivando, acquistò nuova chiarezza da quel famoso Scipione, che una dama di alto legnaggio, Cornelia Marzano in moglie si tolse, de’ Principi di Rossano, e Duchi di Sessa. Lo stesso frate, nella pagina successiva, soggiunge che la famiglia fu di un Giovanni Antonio decorata, Vescovo dottissimo di Anglona, e di un Piero, della Reina Isabella potentissimo maggiordomo, e successivamente altri di sì ragguardevole generazione con Famiglie patrizie, e Titolate imparentandosi, co’ Ravaschieri, con gli Afflitti, co’ Gaeti, con gli Stramboni, co’ Filomarini […].  A riguardo, Giovanni Antonio Scozio napolitano, fu vescovo di Anglona dal 14 aprile 1510, nel 1512 partecipò al Concilio Lateranense indetto da Papa Giulio II [P.E. Santoro, Storia del monastero di Carbone, 1859, 63], mentre Piero non era altro che d. Pietro Antonio Scozio, che in un testo seicentesco è detto erroneamente Pirro Antonio Scotto: filo spagnolo fu tacciato di tradimento per alcuni sospetti rapporti con i francesi che, al tempo di Carlo V, di disputavano il possesso della penisola; processato fu assolto nel 1530 su intercessione proprio della ex regina Isabella del Balzo. La parentela degli Scozia, invece, con i Ravaschieri Fieschi è attestata da Don Cesare d’Engenio Caracciolo nel suo libro del 1623 dal titolo Napoli sacra a pagina 53: a riguardo una lapide del 1534 nella cappella di famiglia in San Giovanni Maggiore di Napoli, opera di Gio: Merliano di Nola, cita il nobile d. Germano Ravaschieri, Patritius Genuensis ex Comitibus Lavaniae, e sua moglie, uxor unanimis, Antonia Scotia.  Lo stesso D’ Engenio, a pagina 489, ci attesta che nella chiesa di Santa Maria la Nova di Napoli esisteva anche una cappella della famiglia Scotia dove si vede la tavola in cui è Christo morto su la croce, di suprema e mirabil arte, che porge a’ riguardanti e divotione e stupore, il tutto opera di Marco di Siena. L’ abate Domenico Maione a pagina 38 del suo libro attesta e conferma che Scipione Scozia ebbe in moglie Catarina Marzano (in realtà Cornelia), e fu padre di Gio: Geronimo, che tolse in sposa Giulia Strambone, e fe Cesare, dal quale, e dalla sod(detta) Popa Maione nacque Scipione marito di D. Costanza Sagatara, figlia d’Ortenzio, e di Livia Filomarino. In realtà il cognome giusto era Segataro e sembra che la citata Donna Costanza sia stata figlia di Giulio Segataro e Lavinia Filomarino.
Scozia di Somma
L’ ing. Giuseppe Tesauro, noto studioso di paleografia, afferma che un ramo della famiglia Scozia si trasferì anche a Salerno, dove l’ultimo di questo ramo morì a Giffoni Sei Casali. A tal riguardo, Tesauro cita il compianto sindaco di Salerno, l’avv. Michele Scozia (1928 – 1995), che fu anche parlamentare della Repubblica. Da una attenta analisi dei registri dello Stato civile di Salerno, però, abbiamo rintracciato che il 20 aprile del 1820 fu depositato nella ruota dell’Orfanotrofio del Comune di Salerno un bambino di circa giorni due a cui fu dato il nome di Giovan Battista Scozia dal deputato dello stesso istituto, d. Giovanni Mauri [Stato Civile Salerno, Registro di nascita 1820, atto n° 301]. Sappiamo bene che, dopo il 1811, fu concesso ai governatori degli orfanotrofi il compito di assegnare un nome e cognome ai trovatelli deposti nelle ruote. Erano cognomi spesso simbolici, legati anche a nomi di luoghi, città e nazioni. In questo caso Scozia ben si addiceva ad un cognome. Altri Scozia sono stati rintracciati nel Comune di San Vitaliano (Napoli), dove tutti ricordano il cav. Giuseppe Scozia (1888 – 1953), sindaco di San Vitaliano tra il 1921 e il 1926 e figura di rilievo storico per il paese. Scozia è anche una famiglia presente nell’ Ottocento in provincia di Taranto e precisamente nel Comune di Monteiasi; ma sia per San Vitaliano che per Monteiasi non abbiamo nessun riscontro parentale con i nobili Scozia. Tornando a Somma, da d. Scipione e da Donna Costanza Segataro nacquero: 1. Pietro Antonio Scozio, nato a Somma nel 1656, che sposò nel dicembre del 1704 nella Cattedrale di Napoli la nobile napoletana Grazia Salzano De Luna, nativa della città di Orbitelli, figlia di d. Fulvio e Francesca Marufo [Arcidiocesi di Napoli, Fondo processetti matrimoniali, n. 341, anno 1704]; 2. il sacerdote Rev. Don Eliseo Scozio, nato nel 1660 e morto a Somma il 2 gennaio del 1742, sepolto nell’oratorio della Confraternita di S. M. della Libera, di cui era confratello [ADN, Liber defunctorum Parochia S.ti Michaelis Archangelis, 1716 – 1765, segn. 39].
Atto di morte del Rev. Don Eliseo Scozia
A riguardo, essendo Don Eliseo Scozio passato all’altra vita, all’epoca della stesura del Catasto Onciario borbonico della Terra di Somma nel 1744, troviamo attestato che i pesi dei suoi beni, posseduti in città, dovettero essere pagati dai suoi eredi, tra questi il nipote d. Pasquale (in realtà all’anagrafe Scipione) Scozio, che come vedremo, diventò nel tempo titolare di numerose proprietà, tra cui quel comprensorio di case nel luogo detto la Valle di Margherita ai confini con i beni dell’ Ill.mo Principe del Colle, i di Somma, la via pubblica ed altri confini. Don Eliseo possedeva in questo palazzo quattro camere, ed una cucina con cisterna, forno ed altre comodità; di più, possedeva un annuo censuo di ducati 40 che venivano corrisposti da Nicola e Carmine Capasso sopra in territorio di moggia cinque a Costantinopoli (il luogo assumerà nel tempo l’odonimo Casa Capasso); altri ducati tredici e tarì uno venivano corrisposti da tale Carmine Raia sopra un territorio situato sul monte Somma; infine, altri sei ducati annui provenivano dall’affitto di due camere e due bassi nel palazzo medesimo. Dal matrimonio di d. Pietro Antonio Scozio e Grazia Salzano de Luna nacquero tre figli: Scipione, dicevamo, nato a Napoli il 30 luglio del 1708; Costanza Gaetana nata a Somma l’11 ottobre del 1709 e morta a Napoli il 5 febbraio del 1791; e infine, Carlotta nata, anch’essa, a Somma il 29 agosto del 1722.
Catasto Onciario 1744 – 1750 d. Pasquale Scozio
Don Scipione, il cui vero nome all’anagrafe era Scipione Gaetano Pasquale Michele, lo troviamo appellato nei maggiori documenti con il nome Pasquale, sposò nel 1752, nella Chiesa di Santa Anna di Palazzo di Napoli, la vedova Donna Rosalinda Celaja fu Tiberio, Baronessa e Patrizia della Città di Chieti. I Celaya si stabilirono anche a Lanciano, avendo ereditato i feudi di Canosa e Torricella. Donna Rosalinda aveva sposato nel 1730 il barone de la Ville de Saint Apollinaire d. Giulio Cotugno, che morì l’8 gennaio del 1750 e fu sepolto nella Chiesa di San Francesco Saverio a Napoli, dove la coppia si era stabilita a vivere. Dopo la morte del marito, la vedova si trasferì, per circa sei mesi, prima a Lanciano e, poi, nella città natia di Chieti. Nel mese di novembre del 1751 ritornò, infine, a Napoli nel Sacro Tempio della Scorziata, dove trovò dimora [Arcidiocesi di Napoli, Fondo 22 Processetti matrimoniali, fs. 2597, anno 1752]. In questo collegio, fondato nel 1579 da Giovanna Scorziata, le ragazze e le donne nobili, inizialmente, venivano istruite non solo in tutte le cose concernenti la religione e la vita cristiana, ma, anche, in tutti i buoni costumi e buone creanze, ossia su tutte le regole del buon vivere. Successivamente, il Tempio venne mutato in casa di ritiro, dove erano accolte le donne nubili, e altresì le maritate o vedove di civile condizione. Il dott. Attilio Giordano, appassionato storico, aggiunge che il Sacro Tempio non solo era un educandato per le giovani ragazze, ma anche un monte di maritaggio dove le donne, se non fossero diventate monache professe, avrebbero sicuramente trovato vita matrimoniale. Il caso delle sue illustri ospiti: Donna Rosalinda Celaja, Donna Grazia Salzano De Luna e, in seguito, donna Costanza Gaetana e donna Carlotta. Donna Costanza Gaetana, la famosa poetessa, sappiamo bene che fu attiva nel mondo letterario e filosofico napoletano, frequentando i più importanti salotti dell’epoca. Nacque a Somma l’11 ottobre del 1709, come afferma Candido Greco nel suo libro Fasti di Somma, dove l’autore dedica più di quindici pagine all’illustre letterata. Un’ effigie in cera – continua Greco – ce la mostra elegantissima nel suo abito merlettato e scollato: capelli corti arricciati in avanti, un mazzolino di fiori nella sinistra ed il fido cagnolino nella destra. Vera signora del settecento napoletano! Parte delle sue opere, in particolare alcuni sonetti e scritti filosofici, sono sopravvissuti grazie al suo padre spirituale, il Gesuita Padre Mattia Doria (1667 – 1746). Data in sposa, all’età di dodici anni, ad un tale cavaliere tarantino, si separò legalmente poco dopo, tornando da Taranto a Napoli; si risposò con d. Ottaviano Marino – discendente di una antica e nobile famiglia, originaria di Genova – ma rimase vedova. Trovò rifugio, fino alla fine della sua vita, nel Tempio della Scorziata [Arcidiocesi di Napoli, Fondo 22 processetti matrimoniali, fs. 2577, Deposizione di Costanza G. Scozio, anno 1753]. Morì a Napoli il 5 febbraio del 1791.
Deposizione di Donna Costanza Gaetana Scozia nel processetto matrimoniale della sorella Carlotta (Archivio Diocesano di Napoli)
Donna Carlotta, invece, battezzata nella parrocchia di San Michele Arcangelo di Somma dal rev. Don Carlo Colletta, convolò in nozze, nel 1753 nella Cattedrale di Napoli, con il nobile d. Ottaviano Valva, della diocesi di Conza, figlio di d. Matteo (+ 1718), marchese di Valva, e della seconda moglie donna Anna Mancini-Grimaldi [Arcidiocesi di Napoli, Fondo 22, idem, 1753].
Donna Carlotta Scozio – Catasto onciario 1744
Nello stesso librone catastale del 1744, troviamo il sopracitato Don Pasquale (all’anagrafe Scipione) Scozio, forestiere bonatenente non abitante napoletano, che possedeva a Somma proprio la casa palaziata dove era vissuto lo zio sacerdote, Don Eliseo. Questa proprietà attualmente è individuata al foglio 32, particella 257, del catasto attuale ed è ubicata in via Canonico Michele Feola, come dicevamo, nell’antica piazza della Valle di Margherita. In effetti, dopo la morte del sacerdote Don Eliseo Scozio, l’antica proprietà era diventata una residenza per le vacanze o la villeggiatura, con uso temporaneo e di svago.  La descrizione della casa palaziata è la seguente: […] due appartamenti nel primo vi sono una sala e sette camere, e due logge, e nel secondo cinque camere con loggia, piccolo giardino alligato e tre bassi di fuora nella Piazza di Valle di Margarita, q(uondam) lì beni dell’Ill.mo Principe del Colle […]. L’edificio attualmente ha perso il suo aspetto architettonico originale in quanto i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale mutilarono la parte della sua ala a nord. L’androne – spiega lo storico locale Domenico Russo – ha un legame architettonico con le forme della cappella seicentesca al Cavone nella proprietà Aliperta.
Stemma Scozio Somma Vesuviana
Lo stemma araldico, affrescato sotto la volta del portone d’entrata, dovrebbe – dico dovrebbe perché risulta incomprensibile anche ai più grandi esperti – essere un semitroncato partito: nel primo d’azzurro a due bande scaccate d’ oro e d’ argento, attraversate da tre rose in argento (Scipione Scozia?); nel secondo d’oro con la croce potenziata di nero (Cornelia Marzano); nel terzo, purtroppo, non abbiamo un attributo preciso ma solo un’enorme chiazza azzurra indecifrabile, che esalta una sfera circolare oppure una folta chioma di un albero che effettivamente potrebbe essere l’attributo degli stemmi, che il celebre Gaetano Montefuscoli ci fornisce accuratamente nella sua opera Imprese ovvero Stemmi delle Famiglie italiane del 1780 [foto gentilmente concessa dall’ Avv. e Araldista Nicola Pesacane]. Il dott. Domenico Russo – storico locale – afferma che probabilmente la cancellazione in parte dello stemma è dovuta ad una damnatio memoriae in relazione al tradimento filo francese di metà Cinquecento del sopracitato Pietro Antonio Scozia, evento che non fu perdonato alla famiglia con l’inizio della sua decadenza [S. De Stefano, Una letterata a Somma nel XVIII sec., in Summae Civitas 75/3, Somma Vesuviana, 218, nota a cura della redazione, 65]. Lo scudo è sormontato da un cimiero con leone linguato con corona a cinque punte, simbolo universale di fierezza, nobiltà, forza e coraggio in araldica. A tutto si aggiunge una pelliccia foderata di ermellino che ricade dietro lo scudo. L’ermellino è una pelliccia di lusso, usata storicamente per indicare il rango elevato di nobili.
Stemma Scotio da Montefuscoli (gentile concessione Avv. e Araldista Nicola Pesacane)
Dopo d. Pasquale la proprietà del palazzo dovette passare al figlio d. Michele Scozio, che convolò con donna Marianna Celaja della stessa famiglia della madre; d. Michele morì giovanissimo, il 21 ottobre del 1778 a Somma, all’età di 22 anni e secondo la testimonianza dell’atto di morte, conservato nell’Archivio della Diocesi di Nola, fu sepolto in Ecclesia parrochiali Sancti Mich. Arcangeli, sub lapide strato inscriptione decorato et armis familiae [ADN, Liber defunctorum Parochia S.ti Michaelis Archangelis, 1766 – 1814, segn. 558]. Ciò attesta che nell’antica parrocchia dell’Angelo o, comunemente detta di San Michele Arcangelo, distrutta definitivamente nel 1794, vi era forse una cappella o una lapide gentilizia degli Scozia.
Archivio Diocesano Nola – Atto di morte di D. Michele Scozia
Infine, Pasqualino Scozio – così amorevolmente chiamato dalla sua prozia, la poetessa Donna Costanza – che ereditò la miglior parte dei suoi arredi [C. Greco, op. cit., 406] e sposò la nobile Donna Teresa Rogadei o Rogadeo. La famiglia Rogadeo affondava le sue origini nella città di Ravello, ove era vissuto nell’XI secolo il capostipite Francone Rogadeo. Da qui, nel XIII secolo, la famiglia si era traferita a Bitonto, ove aveva ottenuto l’iscrizione al patriziato cittadino. Furono Nobili dei Baroni di Calvanico e Nobili dei Baroni di Sergio (Torrequadra). Pasqualino, figlio di d. Michele e Marianna Celaja, visse a Napoli alla strada Infrascata e morì il 22 dicembre del 1838 senza lasciare eredi. Infrascata era il vecchio nome storico della zona che oggi corrisponde principalmente a via Salvatore Rosa. La casina palaziata di Somma in via Valle, nella matrice di popolazione del 1819, risulta affittata al possidente d. Emanuele Casillo, cancelliere municipale, sposato con d. Teresa d’ Avino. Vi era una altra piccola proprietà, sempre in via Valle, affittata al vedovo Nicola Molaro. Sulla pagina della matrice è annotato il titolo ed il cognome del proprietario: barone Scozio. Accanto alla proprietà Scozio vi era la proprietà passata dai di Somma, che nel 1744 erano ancora proprietari, al Caporuota D. Michelangelo Cianciulli (1734 – 1819) con l’affittuario sig. Ignazio Feola e moglie Rosa Sodano. Da questa coppia nacque il bibliotecario e canonico Michele Feola, cui oggi è intitolata la strada. Nel 1825 la proprietà Scozio fu alienata al fabbricatore e possidente d. Francesco Angrisano di Gaetano, capostipite di quella illustre famiglia di cui ricordiamo alcuni nomi famosi in città e nel campo accademico: l’avv. Paolino Angrisani, il dott. Alberto, la chimica Teresa Angrisani, il farmacista Riccardo, il direttore didattico Gaetano e il sottotenente Antonino Angrisani morto sul Carso nel 1917.
Palazzo Scozia in via Canonico                 Michele Feola
 

Le proprietà degli Scozia a Somma

Tornando al Catasto Onciario borbonico della Terra di Somma, d. Pasquale (Scipione) Scozio possedeva, inoltre, una masseria di venti moggia in circa con fabrica arbustata, vitata e fruttata con fabrica di un basso coverto e l’altro scoverto, cisterna et aia da scognare nel luogo d(ett)o le Fontole verso S(an)ta Maria di Costantinopoli quondam li beni del Ill.mo Marchese di Cirigliano; di più possedeva una masseria di moggia ventiquattro inc(irc)a anco arbustata, vitata e fruttata all’incontro della sud(dett)a mass(eri)a nel luogo detto le Fontole q(uondam) li beni  d’ Aniello Secondulfo ed altri, e ne stanno assegnate moggia cinque a (ormai defunto) Don Eliseo Scozio […] e la rimanente parte assegnata alle seguenti persone: Antonio Troianiello con 2,5 moggia; Francesco D’Avino con circa 5 moggia, Michele De Falco circa 4 moggia, Tommaso Polise 7 e Nicola Molaro 1,5 moggia.  Conseguiva, inoltre, 67 ducati da Nicola Iossa per causa di censo sopra un territorio di sette moggia a Santa Maria la Nova a Nola, sopra il quale territorio vi teneva un peso di annui ducati 25 che per causa di censo corrispondeva al Monastero di Santa Maria la Nova. Inoltre corrispondeva annui ducati 25, che per capitale de ducati 500 alle due sorelle Donna Carlotta e Donna Costanza, entrambe forestiere non abitanti. Possedeva, ancora, un territorio di 100 moggia arbustato e vitato con abitazione nel luogo detto Madama Feleppa (attuale masseria).  Possedeva, infine, una casa palaziata con un annesso giardino vitato e fruttato di una moggia e mezza nel luogo detto Castellaneta (provincia di Taranto).
Casa Scozia – località in Somma Vesuviana
Nella Descrizione de’ Territorj, rendita di essi, e nomi de’ rispettivi Possidenti della Città di Somma, allegata alla Pianta della Terra di Somma [Capua, Museo Campano, Fondo Manoscritti, busta n. 546, ambito cronologico 1800-01] del cartografo Luigi Marchese, attivo tra il 1789 e il 1813, troviamo descritti tutti i territori appartenuti a questa nobile famiglia: . Territorio arbustato, vitato e seminato di circa moggia 4 di Don Scipione Scozia censito a Simone del Giudice per censo e miglioria; . Territorio simile di circa moggia 27 e ¾ di Don Scipione Scozia censito: moggia 4 e ½ al maestro Michele Tufani; moggia 4 e ½ a Baldassare D’Avino; moggia 2 e ¾ a Giuseppe Capasso; moggia 4 a Nicola Molaro; moggia 2 allagato a Giuseppe Molaro; moggia 2 a Matteo dell’Annunziata; moggia 8 a Giovanni Iossa alias fucile ed esca; . Giardino di circa moggia 1/8 di D. Pasquale Scozia, si tiene a conto proprio; . Vigneto di circa moggia 7 e ½ di D. Pasquale Scozia censito a Domenico e f.lli. Iovino per censo e miglioria; . Vigneto di circa moggia 4 e ½ di D. Pasquale Scozia, censito a Domenico Mosca; . Vigneto di circa moggia 1 e ½ di D. Pasquale Scozia, censito a Carlo Coppola; . Vigneto di circa moggia 1 e ½ di D. Pasquale Scozia, censito ad Eredi di Sabato Ragosta; . Vigneto di circa moggia 1 e 1/3 di Don Pasquale Scozio e di Don Domenico Rianna, censito a Gioacchino Granato; . Vigneto di circa moggia 3 di Don Pasquale Scozia, censito ad Eredi di Giovanni Iovino; . Vigneto di circa moggia 5 di Don Pasquale Scozia, censito a Domenico e Carlo Molaro; . Vigneto di circa moggia 5 di Don Pasquale Scozia, censito a Michele Carnetta ed Aniello Capasso; . Vigneto di circa moggia 2 del detto Scozia, censito a Santolo e fratelli Giuliano; . Vigneto di circa moggia 5 e ½ del detto Scozia, censito a Luca Giuliano; . Vigneto di circa moggia 4 di Don Pasquale Scozao, censito a Giuseppe di Strappa.
Catasto provvisorio francese 1811
Nel Catasto provvisorio francese del 1811, infine, le proprietà intestate a Pasquale Scozio (+ 1838), benestante in Napoli, erano gestite dal colono Vincenzo Capasso alias lo Vacchio: 1) Casa di abitazione nel luogo Costantinopoli; 2) Arbusto ivi; 3) Giardino nel luogo Valle; 4) Casa di abitazione ivi; 5) Casa di abitazione luogo detto Casa Capasso; 6) Casa di abitazione nel luogo detto Margherita.                  

La misteriosa morte di Eric Hebborn, il falsario che mise in ridicolo molti critici d’arte del ‘900

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L’ inglese Eric Hebborn (1934- 1996) si trasferì in Italia nel 1968 e alloggiò fino alla morte nel Comune di Anticoli Corrado, presso Roma, nella villa che era stata la residenza di Fausto Pirandello, grande pittore, figlio di Luigi. Nel 1994 pubblicò in Italia il libro “Troppo bello per essere vero. Autobiografia di un falsario”, svelò di essere stato un falsario e nello stesso tempo fece luce sull’incompetenza e sulle ambiguità dei critici d’arte e degli amministratori di musei e di gallerie. Corredano l’articolo l’immagine del quadro, rimasto incompleto, “Mietitura ad Anticoli” che Hebborn dipinse e firmò con il suo nome e il disegno di una “Dama” oggi considerato opera originale di Thomas Gainsborough.

Hebborn era un geniale disegnatore e quando, da ragazzo, fu allievo della Royal Academy di Londra studiò con passione le tecniche di disegno dei grandi artisti del Cinquecento e del Seicento e poi quelle di Gainsborough, di Poussin e di Corot. Fino all’ultimo dipinse quadri “suoi”, con la sua firma, ma il suo desiderio di essere considerato un pittore importante restò inappagato. Dovette accontentarsi di condividere con Van Meegeren il “titolo” di più grande falsario del ‘900 (Van Meegeren vendette a Himmler e a Goering dei falsi Vermeer: ma ne parleremo). Eric intraprese la carriera di falsario a 15 anni, quando era allievo della Scuola d’Arte di Chelmsford: una signora indiana gli commissionò due disegni “alla maniera di Wyndham Lewis” e gli chiese di usare due fogli che secondo la signora provenivano proprio dall’album di Lewis. “Era il seme della futura carriera” scrisse Hebborn; una carriera che iniziò ufficialmente nel 1960, quando egli sottopose all’attenzione di un esperto del British Museum due suoi disegni su foglio e l’esperto li osservò attentamente e senza esitare li attribuì al grande pittore del Settecento inglese, Thomas Gainsborough.

L’apprendistato esercitato nella bottega di Aczel, un restauratore esperto e con pochi scrupoli, incominciò a dare frutti: lì Hebborn aveva imparato a invecchiare e a increspare le tele e a preparare colori ad olio che sembrassero antichi; lì però capì che l’invecchiamento dei colori ad olio non sarebbe mai stato così perfetto da sfuggire agli strumenti di indagine che la scienza incominciava a fornire a chi era chiamato ad esercitare il controllo. Hebborn capì che conveniva “falsificare” i disegni, perché pochi critici d’arte conoscevano veramente le tecniche del disegno dei grandi pittori, perché i cataloghi di questa sterminata produzione erano incompleti, e infine perché numerose erano le pagine “bianche” nei libri e negli atti notarili dei secoli passati, e dunque il falsario di disegni poteva disporre di un gran numero di fogli d’epoca. Nel 1991 Hebborn accettò di farsi intervistare in un “documentario” della BBC, e si fece riprendere mentre “costruiva” un falso Van Dick. In quel documentario ancora una volta ammise di essere un falsario, ma difese la propria arte dichiarando che non aveva mai falsificato la firma di un artista, e che le attribuzioni dei suoi disegni erano state sempre formulate dagli studiosi invitati da lui a osservare e a giudicare: egli firmava, e sempre con il proprio nome, solo i suoi quadri a olio. Pagine interessanti sulla propria “moralità” Hebborn le scrisse nell’autobiografia e in un altro libro straordinario, “Il manuale del falsario”.

Tra i critici d’arte importanti che presero solenni cantonate nell’attribuzione dei disegni del falsario inglese spiccano i nomi di Pope Hennessy e di quell’ Anthony Blunt che curava le collezioni d’arte della Regina Elisabetta d’Inghilterra e intanto passava informazioni ai servizi segreti russi. In pochi anni le opere di Hebborn, autenticate da personaggi illustri del mondo dell’arte, furono vendute attraverso mercanti famosi come Agnew e case d’aste come Sotheby’s e Christie’s, ai maggiori musei del mondo. Nel 1996, nella notte tra l’8 e il 9 gennaio – una notte di pioggia torrenziale su Roma- Hebborn fu trovato a terra a Trastevere, con un trauma cranico. I medici dissero che era ubriaco, e perciò era scivolato battendo la testa sui basoli coperti d’acqua: qualcuno raccontò che i medici non si erano accorti subito della ferita al capo perché era nascosta sotto la massa dei capelli inzuppati di acqua e di fango. I giornali romani parlarono apertamente di omicidio e ci fu anche un’allusione alla vendetta della mafia: del resto, Eric Hebborn aveva una ricca collezione di nemici. Le indagini durarono qualche mese, poi il procuratore aggiunto Italo Ormanni archiviò il caso dichiarando che Hebborn era morto per cause naturali, rivelate dall’autopsia: il trauma cranico, la vasculopatia sclerotica e un principio di cirrosi epatica.

Un’aggressione per rapina era stata esclusa fin dal primo momento, perché nelle tasche di Hebborn erano state trovate banconote e carte di credito. Matteo Collura che ricostruì la vicenda in un articolo pubblicato il 4 maggio 2008 sul “Corriere della Sera” scrive: Risulta dagli atti che l’artista inglese giunse alle 2 del mattino al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita. Da quel momento si evidenzia un vuoto di almeno otto ore, perché il ricovero nel reparto osservazione sarebbe avvenuto alle 10.10. Alle ore 16 al paziente, nel frattempo trasferito in ambulanza al San Giacomo, sarebbe stata fatta finalmente una Tac. Nello stesso pomeriggio, lo sconosciuto sarebbe stato sottoposto a una difficile operazione alla testa. Circa un’ora dopo la mezzanotte, Hebborn sarebbe stato colto da insufficienza respiratoria. La morte alle 7.40 di quel 10 gennaio, un mercoledì”. La storia della morte di Hebborn è verità, o è un falso d’artista?

Non vedente muore a Castellammare colpito da un malore

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Tragedia per la città di Castellammare, dove un uomo non vedente si è accasciato a terra ed è morto a seguito di un malore fulminante

L’episodio si è verificato in Piazza Matteotti, davanti agli occhi dei passanti. L’uomo, un medico non vedente in pensione conosciuto nella zona, si è improvvisamente accasciato a terra.

Colpito da un malore improvviso, il medico ha battuto violentemente la testa al suolo. Vicino a lui sono rimasti fedelmente il suo cane da guida, un labrador nero, e il bastone, che lo accompagnavano in tutte le sue attività quotidiane.

Il 118 è stato allertato da alcuni passanti che, vedendo il corpo, hanno cercato di prestare soccorso. Ma non c’è stato nulla da fare, il malore è stato fulminante e i sanitari non hanno potuto rianimarlo.

Successivamente sono arrivati i familiari e la salma del medico è stata trasferita nella tarda mattinata. Sul luogo sono sopraggiunti i carabinieri della compagnia locale, con il compito di ricostruire la dinamica esatta e di chiarire le cause del decesso.

Il tutto è avvenuto come un fulmine a ciel sereno, davanti a commercianti e passanti che lo conoscevano e lo stimavano. La popolazione di Castellammare è profondamente colpita da questo episodio e si stringe al dolore dei familiari.