PILLOLE DI “900. LA DC LITIGA MA VINCE. LA SINISTRA NON CONVINCE

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Tra il 1947 e il 1956 la politica italiana è in gran fermento. Il nuovo capo dello Stato è Giovanni Gronchi. Togliatti inaugura “la via italiana al socialismo”. Napoli intanto subisce uno scempio edilizio.
Di Ciro Raia

Scoppiano gravi tumulti a Trieste. La cittĂ  veneta soffre ancora del trattato di pace del 10 febbraio 1947, che aveva stabilito la creazione del Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la zona A (sotto il governo alleato) e la zona B (sotto gli iugoslavi). Il sogno dei triestini è, però, ritornare stabilmente all”Italia. Così, il gioco dei veti politici incrociati provoca spesso frizioni e sfocia, nel mese di novembre del 1953, in tumulti di piazza con morti, feriti ed arresti. Solo nel 1954, però, Trieste, col trattato di Londra, è restituita all”Italia. A suggello dell”annessione, il presidente della Repubblica, Einaudi, decora la bandiera della cittĂ  con la medaglia d”oro.

Il mondo della politica, intanto, è in grande fermento. Il 29 aprile 1955 è eletto il nuovo capo dello Stato, Giovanni Gronchi. Per lui votano una parte dei democristiani, i socialisti, i comunisti ed i monarchici. Il nuovo presidente è definito un “democristiano” di sinistra e fa ben sperare per una riapertura del dialogo con le forze di sinistra. Gronchi, in ogni caso, è votato in alternativa al candidato ufficiale della DC, Cesare Merzagora.

Il governo Scelba, intanto, per contrasti interni alla DC ed al PLI, è costretto a dimettersi; nuovo capo dell”esecutivo è nominato il democristiano Antonio Segni, che dura in carica due anni. Quindi, dopo un breve governo presieduto dal democristano Adone Zoli, riceve l”investitura di primo ministro il segretario della DC, Amintore Fanfani, che si propone una politica di apertura al PSI ed un piano di riforme sociali riguardanti la scuola, l”edilizia popolare e l”agricoltura. I propositi di Fanfani si arenano, però,in pochi mesi: all”inizio del 1959, infatti, per l”avversione della destra democristiana al progetto di apertura al PSI, l”esecutivo ritorna in crisi. E mentre a capo del governo riapproda Antonio Segni, alla segreteria della DC è nominato Aldo Moro.

Il 1956, intanto, si è aperto con la denuncia dei crimini di Stalin, che mettono in difficoltĂ  la leadership italiana di Togliatti. Il capo del PCI, però, accetta la cosiddetta destalinizzazione e lancia la prospettiva di “una via italiana al socialismo”. Su queste premesse vince l”VIII Congresso del partito comunista italiano, che apre le porte del Comitato Centrale ai giovani Luciano Lama, Nilde Jotti, Alessandro Natta, Giorgio Napolitano. I socialisti di Nenni non condividono, però, la strategia di Togliatti, ne prendono le distanze e guardano con simpatia ad un progetto di riunificazione con gli uomini di Saragat.

Le elezioni amministrative dello stesso anno 1956, in ogni caso, non sembrano tener conto di questi sconvolgimenti nei vertici e confermano la forza della DC ed un”avanzata delle sinistre. Ad eccezione del sud, dove, invece, si formano molte giunte di destra. Anzi, a Napoli, c”è la vittoria schiacciante di Achille Lauro, un armatore monarchico, che rivince la corsa alla poltrona di sindaco -grazie ad una campagna elettorale con grande sperpero di denaro- e consente che si metta mano ad uno scempio edilizio, che passa sotto il nome di “sacco di Napoli”.

Quando, poi, nel 1957, arrivano gli echi dell”occupazione dell”Ungheria da parte dell”URSS, molti intellettuali lasciano il partito comunista. Giorgio Amendola, responsabile dell”organizzazione comunista, sostiene che oltre 200.000 iscritti al PCI non rinnovano la tessera.

(Foto: fotogramma del film “Mani sulla cittĂ ”, di F. Rosi)

COME SI VIVEVA A NAPOLI

LE INNOVAZIONI NELLA SCUOLA COI GABINETTI OTTURATI

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La Gelmini annuncia innovazioni, e a noi sembra di sentire Gaber: “La tecnologia ci porterĂ  lontano, ma non c”è più nessuno che sappia l”italiano, c”è di buono che la Scuola si aggiorna con urgenza e con tutti i nuovi quiz, ci garantisce l”ignoranza”.


Caro Direttore,
una nuova campagna soporifera è in partenza per i lidi scolastici e per gli allocchi di turno. Il ministro della pubblica istruzione (sic!) annuncia l”invio, ad oltre 3.700 istituti, di circa diecimila Lim (lavagne interattive multimediali, complete di pc e videoproiettore). Una vera rivoluzione, che colloca la scuola italiana ai primi posti tra le istituzioni all”avanguardia tecnologica. Pensa che una Lim (il costo è di circa 1.500 euro a cui bisogna aggiungere quello del computer e del proiettore) consente di stampare, salvare, spedire per posta elettronica, pubblicare su Web tutto ciò che su di essa viene visualizzato.

E, poi, vuoi mettere il grande risparmio che ogni scuola realizzerĂ ? Pensa, Direttore, non bisognerĂ  più comprare i gessetti e tanto meno i cassini, quei vecchi rotoli di cimosa, che qualche attempato professore usava lanciare anche ai suoi studenti, per richiamarne l”attenzione!
Peccato, però, che questa annunciata innovazione mediatica plani in istituzioni (statali) ormai agonizzanti. Se l”esempio non fosse irriverente, mi verrebbe di paragonare le scuole (statali) italiane ad un malato terminale, tenuto in vita da innumerevoli macchine: in un corpo devastato da un male incurabile, decine di sondini, monitor e respiratori diventano il vanto della terapia intensiva, ma il malato, intanto, muore!

Direttore, come sai meglio di me, le scuole (statali) italiane non hanno soldi per supplenze: va bene, si dividono le classi. Le scuole (statali) italiane non hanno soldi per tamponare i vuoti nell”orario, causati dai dissennati tagli ministeriali, per l”insegnamento dell”inglese o delle attivitĂ  alternative per chi non si avvale della religione cattolica: va bene, si trovano modalitĂ  interne, incentivabili (con quali soldi?), per la sostituzione (in quali spazi e con quali tempi? Non si sa bene.). Ma le scuole (statali) italiane non hanno fondi per l”acquisto della carta igienica, per i lavori di piccola manutenzione, per i cessi otturati, i vetri rotti, le suppellettili con i chiodi da fuori, le pareti scrostate e via discorrendo! E che fa?

In cambio posseggono le Lim, accedono in tempo reale alla piattaforma ministeriale, usufruiscono di tutti i servizi connessi alla tecnologia, quando funzionano –ovviamente- e quando non si è persa (o dimenticata) la password.
Caro Direttore, restando nel mondo della scuola, ha fatto un certo scalpore la notizia della manipolazione informatica (provveditorato agli studi di Napoli) delle graduatorie di aspiranti a supplenze. Dopo l”indagine della Guardia di Finanza e la sospensione dagli incarichi dei presunti colpevoli (o presunti innocenti, fino a prova contraria), c”è stata una bella dichiarazione del dirigente dell”ufficio scolastico regionale, il dottor Alberto Bottino, che ha aperto il cuore alla speranza (o alla palingenesi dei costumi?).

Egli, infatti, ha detto (più o meno) che coloro che si sono avvalsi dell”imbroglio vanno immediatamente esclusi, oltre che per il reato in sè, perchè la scuola è una comunitĂ  in cui i protagonisti devono essere garanti di serietĂ , di legalitĂ  e di trasparenza.
Direttore, ti ricordi il film “Aprile” (1998) in cui Moretti, attore, (oltre che regista), rivolgendosi a D”Alema –destinatario di un attaccato da parte di Berlusconi in una trasmissione televisiva sulla giustizia- lo supplicava: “dì qualcosa di sinistra, di qualcosa:D”Alema, di qualcosa di civiltĂ ”? Bene. Similarmente si potrebbe dire: “Bottino, dì qualcosa (di sinistra, assolutamente no) di convincente, di civiltĂ ”. La manipolazione delle graduatorie, infatti, si inserisce in un sistema più ampio di corruzione.

Anche le raccomandazioni, per esempio, sono una forma di corruzione. A meno che siano raccomandati (nel senso di garantiti) i veramente meritevoli. Ed, invece, specie nella scuola delle nostre parti, il più delle volte sono premiati (è un eufemismo) alunni-bidelli-insegnanti-dirigenti-funzionari, spesso, immeritevoli e gratificati solo per chiara appartenenza (politica, sindacale, sentimentale, settaria). Più che per le graduatorie, grazie al sistema dell”appartenenza, si scalano vette impensabili da parte di emeriti ignoranti. E, poi, si dice che le cose vanno male, che bisogna premiare il merito e gratificare i meritori. Ed altre cazzate simili.

Caro Direttore, bisogna avere il coraggio (e la determinazione) di voler uscire dalle ambiguitĂ  delle linee di confine, dal bordeline. Ricordi la riflessione su “voto utile” e “voto inutile” di qualche mese fa? Con la stessa forza e con la stessa rabbia mi domando e domando: quale è il confine tra la legalitĂ  e l”illegalitĂ , tra il male minore ed il bene (minore o maggiore?), tra la rassegnazione e la connivenza? BisognerĂ , pure, che qualcuno se ne assuma una piccola responsabilitĂ  di quello che accade. Non è possibile che tutto si fa, per scegliere la soluzione migliore (sempre dal proprio punto di vista). Nè si può continuare a vivere nell”improbabile convinzione che a sbagliare siano sempre e soltanto gli altri.

Un uomo politico, che non è assolutamente il mio ideale nè rappresenta i miei valori, ha scritto: “Non c”è da farsi grandi illusioni: il carattere (politico) italiano corrisponde troppo spesso ai luoghi comuni e ai pregiudizi che percorrono tutta la storia dell”italianitĂ . Presi uno per uno siamo un grande popolo di poeti e di scienziati nonchè di navigatori e anche di grandi politici, tutti insieme passiamo invece per vili e imbelli, approssimativi e infidi, traditori e voltagabbana, corrotti e corruttori. E anche se non è vero, ci immaginiamo come un popolo sempre in balia dei conquistatori, dei condottieri e dei dittatori. E ci piace sentirci esterofili perchè abituati a lasciarsi sottomettere dallo straniero pur di non darla vinta al conterraneo”. (Francesco Cossiga con Pasquale Chessa, “Italiani sono sempre gli altri”, Mondadori, 2007).

Direttore, il picconatore fa il picconatore, il furbo fa il furbo. Ma il fesso (una persona intesa, oggi, come educata, perbene, con valori, con cultura, con principi, con coerenza e dignitĂ ) mica è detto che debba fare sempre il fesso (una persona, intesa, oggi, dai cosiddetti furbi, fuori da ogni realtĂ )?
(Fonte foto: Ansa. Docenti in mutande che protestano contro i tagli.)

I PAESI VESUVIANI A RISCHIO COME SARNO E MESSINA

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La Campania ha giĂ  vissuto il disastro di Messina, ma il passato non insegna nulla. Nei paesi vesuviani, ad esempio, lo scempio del territorio è la regola. Il campanello d”allarme di via Zabatta.
Di Amato Lamberti

Il disastro di Messina, con i suoi morti, i fiumi di fango che hanno cancellato strade, case, palazzi, i crolli e gli smottamenti dei costoni, era largamente prevedibile come tutti i disastri idrogeologici. Non si può trincerarsi dietro l”imprevedibilitĂ  delle le piogge troppo abbondanti. Responsabili sono gli uomini che hanno violentato scriteriatamente il territorio con costruzioni abusive ma anche con l”incuria, la mancata regimentazione delle acque, il consumo speculativo dei costoni senza nessuna attenzione ai possibili rischi di smottamenti e di frane.

In Campania lo sappiamo bene perchè disastri anche di maggiori dimensioni li abbiamo dovuti registrare a Sarno, a Quindici, a Bracigliano, tanto per ricordare solo gli episodi più catastrofici che hanno talmente ferito il territorio che ad ogni pioggia scrosciante si ripete l”allarme inondazione e frane da parte della Protezione civile. In pratica, alcuni territori sono diventati a rischio idrogeologico permanente perchè lo scempio del territorio è praticamente irreparabile a meno di non voler pensare di spostare la popolazione, abbattere tutte le costruzioni costruite in zone a rischio, rimettere mano alla bonifica idrogeologica del territorio. Nessun amministratore pensa neppure lontanamente di proporre una simile soluzione.

Ci si limita a tentare di mettere in sicurezza il territorio con opere di contenimento, canali di scolo delle acque, interventi sulle fondamenta dei palazzi, sapendo bene che eventi di grande intensitĂ  potrebbero mostrare l”insufficienza di questi interventi tampone. E si continua tranquillamente a costruire, come avviene in tutti i paesi vesuviani dove anche i canali di scorrimento naturale delle acque sono stati trasformati, quando va bene, in strade, se non in lottizzazioni anche di edilizia popolare. Anche a Quindici avevano costruito nell”alveo che permetteva alle acque piovane di defluire a valle: una pioggia più forte del solito lo ha trasformato in un torrente impetuoso che ha spazzato via i palazzi costruiti senza criterio, provocando, purtroppo, anche numerose vittime.

A Somma Vesuviana, a Terzigno, a Boscoreale, ad Ottaviano, a S.Giuseppe, a S.Gennaro, ma potremmo continuare facendo l”elenco di tutti i Comuni del Vesuviano, compresi quelli costieri, come Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, trasformare gli alvei di scorrimento naturale delle acque piovane in strade e costruirci dentro è la regola, anche perchè si trattava di terreni demaniali -e, quindi, di nessuno- divorati dalla speculazione edilizia e dalla totale disattenzione delle amministrazioni. Ma non mancano i casi ancora più assurdi di interventi delle amministrazioni locali che, per risolvere problemi di viabilitĂ  e di movimento, hanno pensato bene di trasformare i letti di torrenti in strade, dando anche la stura ad operazioni di abusivismo edilizio selvaggio.

Se abitassi in questi paesi non dormirei sonni tranquilli, specialmente quando la pioggia cade a dirotto e via Zabatta (foto) si trasforma in un fiume di acqua, terra vulcanica e fango. Mi meraviglia anzi il fatto che i cittadini si lamentano del fatto che il fango non venga prontamente rimosso perchè crea intralci alla circolazione automobilistica ma nessuno si pone il problema che le stesse acque, in situazioni di precipitazioni eccezionali, si potrebbero portare via le strade e le case.

Quei rivoli di fango che scendono dal Vesuvio e rendono spesso impraticabili le strade non sono mai avvertiti come il segnale di una situazione idrogeologica che necessiterebbe di essere attentamente monitorata. E tutti, cittadini a amministratori, continuano a dormire sonni tranquilli, come se il problema non li riguardasse direttamente.
(Fonte foto: www.panoramio.com)

QUELLA MERCE REDDITIZIA E PREZIOSA DELL’ACQUA

Controllo e gestione delle risorse idriche da parte dei privati sono i capisaldi di una legge che riduce l”acqua da bene prezioso a merce. A danno di utenti e disagiati.
Di don Aniello Tortora

L”acqua è un elemento essenziale per la vita dell”uomo e di tutti gli uomini. Così recita il primo versetto della Genesi: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l”abisso e lo spirito aleggiava sulle acque”. Per la Bibbia Dio crea ciò che sta in principio: terra informe e deserta, cielo e acqua. Anche in altre culture e religioni l”acqua sta all”inizio. Nella lingua sumera “a” significa sia “acqua” che “generazione”.

In Cina l”acqua sta all”origine del caos da cui è generato l”universo. Per gli Indù, il Gange è una dea, mentre per molte religioni afroamericane molte divinitĂ  sono acquatiche. Nello scintoismo giapponese l”acqua viene usata per i riti di purificazione di persone o luoghi. Anche nell”Islam e nell”Ebraismo l”acqua viene usata nelle abluzioni rituali e per il cristianesimo è simbolo di purificazione e benedizione di Dio.
In fondo possiamo dire che in quasi tutte le religioni l”acqua è collegata con la vita stessa. L”acqua, dunque, oltre a rappresentare un valore simbolico per tante culture e religioni, è soprattutto un bene primario fondamentale e irrinunciabile per la sopravvivenza.

Ma bisogna dire che, purtroppo, tante popolazioni sempre più numerose, a causa di problemi complessi dovuti ad ecosistemi messi ogni giorno di più a dura prova, rischiano di non accedere a questo bene preziosissimo per la vita. Come per altri beni, anche per l”acqua esistono disuguaglianze e ingiustizie enormi nel mondo. C”è da denunciare che solo una decina di Paesi raccolgono il grosso della disponibilitĂ  idrica planetaria. Valga qui un esempio per tutti: mediamente una persona avrebbe bisogno di 50 litri di acqua al giorno, ma un abitante degli Stati Uniti ne consuma 425, un italiano 237, mentre un cittadino del Mali o del Madagascar arriva a mala pena a 10.

Attualmente 1,4 miliardi di persone vivono in una situazione critica per quanto riguarda l”accesso all”acqua potabile, mentre altri 2 miliardi sono al limite della sufficienza. A ciò si aggiunge che 2,4 miliardi di persone non ha accesso a nessun tipo di intervento in ambito di sanitĂ  essenziale e che circa 5 milioni di persone –soprattutto bambini con meno di 5 anni –muoiono ogni anno a causa di queste mancanze. Più colpite, ovviamente, le popolazioni dei Paesi in via di Sviluppo, dove persistono condizioni di estrema povertĂ  con grosse difficoltĂ  di accesso all”acqua.

Il problema dell”acqua per tutti non riguarda solo la scarsitĂ  di risorse idriche. Interessi, speculazioni, sperequazioni stanno spesso dietro alla mancanza di accesso all”acqua o alla cattiva gestione di questo bene. Tante malattie potrebbero essere evitate se venisse fornito un accesso su vasta scala ad acqua sicura e a servizi sanitari adeguati. Secondo la Dichiarazione del Millennio dell”Assemblea generale dell”ONU bisognava “dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che non hanno accesso a una fonte d”acqua potabile e a servizi igienici adeguati”.

Oggi -è necessario denunciare– la situazione è peggiorata: nelle logiche di mercato l”acqua ha perso via via la sua connotazione di bene primario e fondamentale per essere considerata alla stregua di una merce preziosa e redditizia.
A volte mi chiedo a cosa servono i G8 o i G 20, così tanto “spettacolarizzati”!
Privatizzazioni, inquinamento dell”acqua e dell”ambiente, industrie e agricoltura intensiva (vedi inquinamento del fiume Sarno), moltiplicazione delle dighe, aumento del consumo domestico: tutti fattori che hanno ripercussioni sull”ambiente ( vedi frane a Quindici, Bracigliano e Sarno, la recentissima alluvione a Messina) e aggravano i problemi idrici in molte parti del mondo.

GiĂ  dieci anni fa le Nazioni Unite avevano lanciato l”allarme: se il secolo XX è stato quello delle guerre per l” “oro nero” (il petrolio), il secolo XXI sarĂ  il secolo delle guerre per l” “oro blu” (l”acqua). Si calcola che attualmente, nel mondo, siano in corso una cinquantina di conflitti per il controllo dell”acqua.

In Italia (anche nel nostro territorio) molti comitati (insieme alla Chiesa) si sono mobilitati per contrastare in particolare la legge 133, approvata in sordina nel Parlamento con l”appoggio dell”opposizione, il 6 agosto 2008. L”articolo 23bis del decreto Tremonti I 12 stabilisce “il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di societĂ  in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica”.
In sostanza il decreto obbliga i comuni a mettere all”asta la gestione delle loro reti idriche e a ridurre la quota del pubblico nella gestione dell”acqua al 30% entro il 2012, spalancando di fatto la strada alla privatizzazione dell”acqua.

Molti comitati sono sorti in tutta la Campania, sostenuti dalla Chiesa, per affermare il principio etico che l”acqua non può essere ridotta a merce.
Ormai in quasi tutti i nostri comuni l”acqua è stata privatizzata. Mi chiedo: questo immenso bene, di tutti e per tutti, così fondamentale per la vita, perchè deve essere “gestito” solo da “qualcuno”?

Stando in mano a privati, i quali ovviamente perseguiranno la massimizzazione del profitto, quali e quanti danni cadranno sulle spalle dei comuni cittadini in termini di aumento delle tariffe?
Ci sarĂ  l”attenzione ai poveri, cioè a quelle famiglie meno abbienti che non possono pagare questo bene essenziale per la vita?
Come mai ci hanno indotto tutti a comprare le acque minerali, gestite dalle multinazionali, facendoci credere che l”acqua dei rubinetti delle nostre case è inquinata e non è potabile?
(Fonte foto: www.agneseginocchio.it)

GLI ADOLESCENTI: L’OMOLOGAZIONE E LA DIVERSITÁ

La rubrica “Osservatorio adolescenti” riprende il suo cammino sul nostro giornale. Oggi riflettiamo su omologazione e diversitĂ  negli adolescenti.
Di Annamaria Franzoni

La “diversitĂ ” è “contrasto parziale o totale tra i caratteri distintivi di due o più cose o persone; motivo di opposizione o di conflitto ; differenze.(dal latino tardo diversio –onis, deriv. da diversus)”; mentre “omologazione” è ” il processo culturale per il quale una persona va perdendo le proprie caratteristiche , uniformandosi alle tendenze dominanti. Pertanto, partendo dal lessico, in queste sue ampie accezioni, sembra che tali parole ben si coniughino con le caratteristiche che spesso riscontriamo nei nostri adolescenti.

Quante volte ci siamo infatti scontrati con le loro molteplici identitĂ , necessariamente diverse, uniche ed irripetibili? E quante volte , invece, abbiamo riscontrato totale assenza di quanto appena citato perchè la visione del popolo degli adolescenti ci è apparso come la fotocopia di sè stesso?
Se, pertanto, partiamo dalla considerazione del giovane adolescente come persona umana, portatore della sua esperienza, della sua storia e della sua identitĂ , possiamo giĂ  porre il primo punto di riflessione sul fatto che egli avverta, talvolta in modo prepotente, l”esigenza di trasgredire alla ‘norma’ che l”adulto, sia esso esponente familiare o scolastico, ha stabilito per lui.

Ecco quindi un primo problema intorno a cui focalizzare l’attenzione: il mondo degli adulti affronta riguardo al giovane adolescente, il problema di tanti adolescenti “diversi tra loro” o piuttosto che il problema della “diversitĂ  adolescenziale”.
Diverso, dicevamo poc”anzi, è colui che per un particolare attributo della persona, per una particolare condizione sociale, culturale, linguistica, non rientra in ciò che genericamente definiamo normalitĂ .

Potremmo, quindi, rivolgere il nostro sguardo all”adolescente, assumendo la sua realtĂ  e rapportandoci così alla sua diversitĂ , per avviare un processo relazionale al cui centro ci sia il tentativo di accogliere il suo punto di vista e avviare un processo di relazione vera, che porti entrambe le parti ad una condizione di benessere relazionale.
In questa ottica la diversitĂ  adulto /adolescente diviene una ricchezza con cui dare risposta al conflitto generazionale che ha accompagnato i secoli di storia che ci separano dall”inizio del mondo.

Questo modo di leggere la diversitĂ  non è necessariamente frutto di una visione sommaria e superficiale, bensì gioca un ruolo decisivo nel saldo possesso identitario, che valorizza la capacitĂ  dell”adolescente di decentrare il proprio punto di vista, di mettersi in grado si assumere la realtĂ  dell’altro, riconoscendo in sè le stesse componenti umane dell’adulto.

Si conosce l’altro conoscendo se stessi e viceversa.
Mi sembra utile offrire , quindi, al nostro giovane adolescente la nostra disponibilitĂ  a riconoscere dentro di sè la forza di costruire la propria identitĂ  con il sostegno di un adulto animatore del suo percorso di definizione identitaria.
Certamente questi versi di Martin Luter King lo possono aiutare e ci possono aiutare a chiarire a tanti giovani in fieri ” Il valore della diversitĂ ”, contro una sorta di collettivo identitario dilagante.

“Diversi, DiversitĂ , IdentitĂ 
Se non potete essere il pino sulla vetta del monte,
siate un cespuglio nella valle, ma siate
il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello.
Siate un cespuglio se non potete essere albero
Se non potete essere una via mastra siate solo un
Sentiero.
Se non potete essere il sole, siate una stella;
non con la mole vincete o fallite.
Siate il meglio di qualunque cosa siate.
cercate ardentemente di scoprire
a che cosa siete chiamati,
e poi mettetevi a farlo appassionatamente. (M. L. King)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

INTERVISTA CON MATTEO RINALDI, DIRETTORE DELL’ENTE PARCO DEL VESUVIO

Con questa intervista ilmediano.it avvia degli approfondimenti sul Parco del Vesuvio, incontrando le autoritĂ  chiamate a gestire e tutelare il territorio del vulcano più famoso del mondo.

Il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio è un unicum che il mondo ci invidia, sembra però che gli unici a non accorgersi dell”inestimabile valore presente sul territorio, siano proprio i residenti, che tra abusivismo edilizio, discariche e altri scempi, di vario genere ed entitĂ , deturpano un bene altrimenti fruibile, anche e soprattutto dal punto di vista economico.
Per questo è nostra intenzione incominciare un cammino conoscitivo di una realtĂ  territoriale tanto preziosa, proprio attraverso l”incontro con quelle autoritĂ  che sono preposte alla sua gestione e alla sua tutela.

Abbiamo incontrato in questi giorni il Direttore dell”Ente Parco del Vesuvio, Matteo Rinaldi, col quale ci siamo intrattenuti in una piacevole e interessante discussione sulle tematiche del Parco.

La presenza del Vulcano, per quanto grande e immensa dal punto di vista storico e naturalistico, rischia di passare inosservata ai più, se non fosse per i sussulti provocati, di tanto in tanto, dai media, per ricordarci che viviamo ancora all”ombra di un vulcano attivo. Ci sembra che, dall”istituzione del Parco, la distanza tra la gente e il vulcano più famoso al mondo non si sia ridotta, abbiamo l”impressione che nonostante iniziative di vario genere, il Vesuvio e l”Ente che lo rappresenta, restino una sorta di cattedrale nel deserto.
“È molto difficile percepire nella vita quotidiana le tematiche che un ente parco affronta rispetto al sentire comune del cittadino, perchè per migliorare l”ascolto il parco deve arrivare anche al singolo utente, colui che realmente vive e fruisce delle attivitĂ  dell”ente predisposto e ne pubblicizza l”operato. Non basta infatti lavorare in un ente, facendo cose pregevoli se poi queste attivitĂ  non pervengono alla conoscenza dell”utenza, risultando così nulle rispetto al lavoro effettivamente svolto. Sembrando così, agli occhi dei più, un ente tra i tanti, inutile. Quest”aspetto lo abbiamo curato tantissimo e ci adoperiamo perchè tutto quello che facciamo deve essere portato alla conoscenza di tutti. Poi, se ci sono delle critiche da fare, dei suggerimenti da dare, questo non può che migliorare il nostro lavoro.

Purtroppo tutto questo non è semplice da realizzare, poichè il cittadino non vede nel parco il centro del mondo e il ruolo che ci è stato assegnato sembra essere contrario alle nostre reali intenzioni, siamo visti come quelli che in un verso o nell”altro richiediamo il rispetto della legalitĂ , delle norme, della tutela di quei valori che non sempre vengono ben compresi, come la tutela della natura, dove ci accusano di proteggere “il fiorellino e l”uccelletto”, mentre “il cittadino muore di fame” perchè non può fare quello di cui necessita. Quindi, da tutto questo si può facilmente intendere che i compiti di un ente parco sono più particolari rispetto a quelli di un altro ente locale. Dobbiamo far rispettare le norme in modo da far avvicinare il cittadino ai contenuti di quelle norme, lavoro assai difficile in veritĂ . Lavoro che andrebbe affrontato in sinergia con tutte le altre pubbliche amministrazioni, che nei fatti però mantenendo una certa diplomazia lasciano a noi l”incombenza dell”agire. Le porto un esempio emblematico per meglio capire la nostra situazione.

Abbiamo avuto accesso ai fondi pubblici europei dal 2000 al 2006, c”erano delle misure chiamate Aiuti alle Imprese, in cui bisognava dare dei fondi seguendo determinate tematiche, determinati progetti, particolari contenuti, a quelle imprese che giovani o consolidate volenterose di migliorare la loro capacitĂ  di penetrazione nel mercato. La norma prevedeva che potevano essere beneficiari di questi contributi i residenti nei territori dei comuni del Parco. È successo, che le domande presentate dalle aziende site nel territorio del Parco sono state da noi vagliate al massimo della loro legalitĂ , selezionandole rigidamente e scartando quelle che non rientravano nei parametri richiesti dalla normativa. Per i comuni esterni all”areale del Parco invece, dove la selezione era affidata ad altri enti pubblici, la valutazione dei requisiti è risultata quasi sempre favorevole e molte ditte hanno potuto accedere all”erogazione, creando una disparitĂ  tra chi stava dentro e chi stava fuori del Parco, il contrario di quanto la legge voleva ottenere, invertendo il meccanismo”.

Gli enti specifici delle altre pubbliche amministrazioni non hanno lavorato come avrebbero dovuto?
“Non abbiamo fatto un”indagine precisa però si è verificata questa disparitĂ . Per cui tornando alla domanda principale va detto che abbiamo fatto molti progetti soprattutto rivolti alle scuole, è chiaro che è settore che porterĂ  dei frutti, diciamo tra vent”anni, non prima. Ecco perchè sembra che ci sia una distanza tra l”Ente Parco e i cittadini. Purtroppo non c”è neanche un”unitĂ  di visione tra il Parco, i comuni e i cittadini, sembra che in questo lavoro solitario gli altri non ci vengano incontro, probabilmente perchè risulta anche un po” spiacevole dire di no a un cittadino, un sindaco non può dire sempre no.

E anche in questo senso stiamo tentando di recuperare questa vicinanza con una serie di interventi che possono migliorare la recettivitĂ  sul territorio, migliorarne la fruibilitĂ , allo scopo di creare opportunitĂ  di sviluppo sostenibile e di lavoro. Cerchiamo di sviluppare quelle attivitĂ  compatibili col territorio del Parco in modo da riavvicinare il settore produttivo, quello degli operatori economici, che ricavando un reddito, dovrebbero difendere la natura del reddito e diventare nostri sostenitori. Ci rendiamo conto che il processo è lento e che non abbiamo ancora raggiunto l”obiettivo a pieno e che è necessario continuare a lavorare”.

La sentieristica, con i suoi undici itinerari, attrezzati con opere di ingegneria naturalistica e con un percorso per disabili, ha segnato, a suo tempo, un passo fondamentale per un corretta fruibilitĂ  della natura vesuviana. Oggi però, lo stato di buona parte dei sentieri è di dissesto e abbandono, in alcuni tratti risulta pericoloso, in altri la natura fa il suo corso e si riappropria delle strutture. Inoltre, lĂ  dove la Montagna è facilmente raggiungibile, quel che lascia il meglio dell”inciviltĂ  locale è sotto gli occhi di tutti.
“Tempo fa ci fu un grande impulso alla costituzione e alla messa in essere della sentieristica, vi era una particolare condizione favorevole, c”erano dei fondi del Ministero dell”Ambiente, devoluti in favore di una stabilizzazione di una cooperativa (che si occupasse della manutenzione dei sentieri ndr). Oggi questa situazione non c”è più, siamo rimasti senza lavoratori e senza risorse. Ci siamo comunque barcamenati e abbiamo inserito una parte di questi sentieri nelle programmazioni regionali.

Va comunque detto che abbiamo giĂ  sistemato il sentiero del Gran Cono, l”abbiamo messo in sicurezza, con staccionate nuove, sistemato le pericolose frane a monte del sentiero e creato un”alternativa all”ascensione al Cono attraverso la strada Matrone. Abbiamo anche rinnovato tutta la tabellonistica dei sentieri: proprio in questi giorni si stanno completando i lavori. LĂ  dove troviamo delle difficoltĂ  e dove stiamo cercando di trovare una soluzione sono quei sentieri costruiti sui passaggi di uso pubblico e che non sono zona di proprietĂ  dell”Ente. Su questi abbiamo una certa difficoltĂ  tecnico-amministrativa per intervenire”.

Avete avuto esplicite riserve da parte dei proprietari dei fondi?
“È difficile intervenire per noi se non dimostriamo che il bene è nostro, siamo un ente pubblico e dobbiamo render conto di come spendiamo il denaro, non possiamo spendere i danari su un bene che non è il nostro. Con qualcuno dei proprietari abbiamo incominciato ad affrontare questa problematica e la stiamo inserendo nella nuova programmazione, unica fonte finanziaria a disposizione, quella dei fondi europei 2007-2013. Stiamo trovando, a mo” di campione un paio di sentieri, in via di definizione per il possesso pubblico, per poi risistemarli. Successivamente, qualora se ne offrisse la possibilitĂ , trovarvi una forma di gestione. In riserva (Alto Tirone ndr) è facile la gestione, sui sentieri liberi ci sono purtroppo ancora molte difficoltĂ . Ovviamente auspicherei anche l”intervento dei comuni interessati, per sobbarcarsi l”onere dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria che però non creeranno reddito diretto essendo strade di pubblico accesso.

Il Parco non può più farlo da solo, bisogna trovare delle forme concordate per agire. Un”altra tecnica che stiamo adoperando è quella dell”eliminazione sui sentieri di tutti quegli oggetti che possono indurre il visitatore a lasciare rifiuti. Non ci può essere un sistema di raccolta dei rifiuti su quei percorsi, senza una possibilitĂ  diretta di gestione e controllo, dove nessun imprenditore si adopererĂ  nel raccogliere lucrativamente i rifiuti ivi depositati. I rifiuti del resto non si abbandonano, se li porti, te li riporti indietro”.

Infine vorrei chiederle ragguagli sullo stato attuale della discarica di Terzigno e del sito di stoccaggio provvisorio dell”Ammendola-Formisano. Può dirci a che punto siamo con le due gravi questioni?
“Sulla discarica di Terzigno abbiamo potuto fare ben poco, pur essendoci impegnati molto, pur avendo espresso tutti i pareri possibili contrari, la normativa era blindata. Hanno derogato tutta la normativa, non lasciandoci più competenze a riguardo. La discarica rimarrĂ  attiva fino al suo riempimento. Io personalmente, ma anche l”intero Consiglio Direttivo non abbiamo condiviso tutto questo. Nel momento in cui entreranno in funzione le discariche programmate potranno forse procedere alle bonifiche di aree come l”Ammendola-Formisano. E noi saremo attenti a caldeggiare questa opportunitĂ : eliminare, dall”area Parco, tutte le discariche impiantate nella lunga stagione dell”emergenza rifiuti”.
(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900. L’ITALIA DEGLI ANNI “50

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In questo periodo regna sovrana la Democrazia Cristiana, appoggiata dalla Chiesa, mentre la sinistra guarda al comunismo dell”Unione Sovietica.
Di Ciro Raia

La democrazia cristiana continua a mantenere la guida politica: gode del perdurante sostegno della Chiesa. I partiti della sinistra (Pci-Psi), invece, si appoggiano al fascino che emana l”Unione Sovietica, che in pochi decenni, da paese agricolo, ha conquistato il ruolo di potenza industriale. Giuseppe Stalin, poi, è venerato da milioni di italiani; la sua faccia con i baffi è presente in ogni manifestazione del Pci e del Psi, è un simbolo di speranza, specie, per i lavoratori. A marzo del 1953, alla morte di Stalin, milioni di operai sono in lacrime, mentre l”UnitĂ , il quotidiano del Pci, scrive: “Stalin è morto. Gloria eterna all”uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell”umanitĂ ”.

De Gasperi presiede altri due governi (il sesto ed il settimo), che accompagnano il paese sino all”estate del 1953. Il sesto governo De Gasperi formato da DC, PSLI, PRI- si caratterizza per la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno, un ente pubblico che ha come finalitĂ  lo sviluppo economico e civile delle regioni meridionali, mediante finanziamenti statali (in dieci anni le vengono assegnati 1.000 miliardi di lire!) per la costruzione di strade, acquedotti, centrali elettriche, fognature, sistemazione di bacini montani e corsi d”acqua. Lo stesso governo vara, quindi, una riforma agraria, con una serie di norme tese a facilitare la vita delle masse rurali del centro-sud nel rapporto con i grandi proprietari terrieri.

Il settimo governo De Gasperi, infine, formato solo da DC e PRI, aderisce alla CECA (ComunitĂ  Europea per il Carbone e l”Acciaio) e stila i primi accordi doganali con i paesi europei. Accade, intanto, che i proprietari terrieri del sud, in parte notabili democristiani, non condividendo la linea di favore assunta dal governo nei confronti dei contadini, guardano con simpatia ai partiti della destra e cominciano ad investire in speculazioni edilizie nelle cittĂ  in via di sviluppo.

È evidente che nel mondo della politica regna un grande conflitto. I democristiani, i liberali, i socialdemocratici ed i repubblicani si accordano per un apparentamento elettorale. I rappresentanti dei partiti citati si impegnano per favorire il varo di una legge maggioritaria, che conceda di prendere, alle formazioni politiche unite che conquistano il 50% dei voti, il 65% dei seggi. Il cammino parlamentare della proposta si arricchisce dei contributi di opposizione del giurista napoletano Francesco De Martino, del leader comunista Togliatti, dell”ideologo socialista Lelio Basso. Ma la forza dei numeri –come sempre- può più di quella delle idee ed è, perciò, approvata la cosiddetta legge truffa. Ma alla prova delle elezioni del 7 giugno 1953 non produce i risultati sperati. Infatti, i partiti di centro riescono a raggiungere, insieme, “solo” il 49% dei voti.

La DC torna, dunque alla Camera con 261 seggi, il PSDI con 19, il PRI con 5; complessivamente i partiti di centro conquistano 299 seggi a fronte dei 380 previsti in casa di vittoria. Il risultato delle elezioni è una sconfitta, che chiude l”era De Gasperi. “Il Corriere della sera” commenta: “Fatta per allargare la base democratica, la legge elettorale ha giocato in senso opposto. È stata sì una trappola, ma per i suoi fautori”. Dopo la bocciatura alle Camere dell”ottavo governo De Gasperi –solo DC-, è nominato primo ministro Giuseppe Pella. Il nuovo leader democristiano presiede un monocolore DC con l”astensione di PSDI e MSI e l”appoggio esterno di PRI, PLI e monarchici. Anche Pella ha vita breve.

Ed allora a presiedere il governo è chiamato uno dei fondatori della DC, Mario Scelba, giĂ  ministro degli Interni nei gabinetti De Gasperi, ricordato per l”uso disinvolto della polizia contro i raduni sindacali, politici e le manifestazioni di piazza. Uno dei primi atti di Scelba è la messa in mora del PCI, con l”annuncio di misure contro “le forze politiche totalitarie di cui è provata la dipendenza da paesi stranieri”. Intanto, a Mussomeli, in provincia di Catania, durante una manifestazione di protesta (1954) contro l”aumento della bolletta dell”acqua, la polizia spara ed uccide quattro dimostranti. Qualche anno prima, nel gennaio del 1950, un analogo incidente si era verificato a Modena: sei operai erano morti in uno scontro con la polizia, che aveva attaccato un corteo di manifestanti!
(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900

LA MEMORIA ANNACQUATA DA ISTITUZIONI SUPERFICIALI

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Siamo preda di un”opera di demolizione della memoria. Vittime di negazione o revisione di quanto è servito a costruire l”identitĂ  culturale e politica del nostro popolo.


Caro Direttore,
il 1° ottobre di sessantasei anni fa –era un venerdì- fu combattuta l”ultima delle “Quattro Giornate” di Napoli. “Il 1° ottobre, sul mattino, un bersagliere percorse in bicicletta le vie della cittĂ  per annunciare l”arrivo degli Alleati. Solitario, triste, lento, s”aggirava spesso accolto dall”incredulitĂ  della gente, per le vie ancora echeggianti di fragori. Col suo cappello piumato, a chi lo vide, apparve l”immagine ineffabile d”una nuova e diversa realtĂ ”, (Giovanni Artieri, Le Quattro Giornate, Le Lettere, 2007).

Le eroiche giornate napoletane non furono, però, un episodio isolato nella lotta di resistenza ai nazisti. In molti siti della provincia napoletana e di quella casertana (ma anche in Irpinia e nel Sannio) si segnalarono atti di insurrezione da parte dei civili, che richiesero un sacrificio di vite umane. Le belve dalle croci uncinate si opposero con ferocia inaudita ad Afragola e a Nola, a Giugliano e ad Acerra ed in altri centri segnati dall”ardore della rivolta e dalla belluinitĂ  dei crucchi. In molti paesi, inoltre, i tedeschi in fuga si vendicarono degli italiani “traditori”, razziando animali, violentando donne, deportando giovani uomini, bruciando case, sparando su inermi civili. Ogni paese conserva una lapide in ricordo dei martiri innocenti a Caiazzo come a Somma Vesuviana, a Bellona come ad Orta di Atella.

Cosa rimane, oggi, di ciò che avvenne nel settembre-ottobre del 1943?
Come normalmente faccio, Direttore, in modo un po” provocatorio, ho chiesto in giro che cosa ancora evocano le “Quattro Giornate”. Gli studenti –ma anche molti quasi quarantenni- le ignorano; i più grandi d”etĂ  ricordano un film di Nanni Loy e qualcuno, addirittura, tenta una correzione dicendo che le “Quattro Giornate” sono quelle di Milano. “Ma no, forse, mi sbaglio. Quelle di Milano sono cinque:E quelle di Brescia, qualcuna in più. Non ne sono certo. Dieci?”.

Direttore, questi vuoti di memoria sono, però, riempiti da tutte le conoscenze necessarie a chiarire le vicende personali, pubbliche e private, di Elisabetta Canalis e George Clooney (foto). Sarebbe auspicabile che, almeno nelle scuole di Napoli e della Campania, in occasione di un anniversario, storicamente e simbolicamente, importante (28 settembre-1 ottobre) non diventassero stranieri i nomi di Gennaro Capuozzo (12 anni) o Filippo Illuminato (13 anni), insieme a quelli degli innumerevoli altri caduti in combattimento.

Non c”è bisogno di ruspe per cancellare il passato. Il passato lo si può cancellare con lo smantellamento della memoria, con il mancato funzionamento delle istituzioni preposte all”educazione, con la negazione (o anche con la revisione) di tutto quanto è servito a costruire l”identitĂ , culturale e politica, di un popolo. Cerco di spiegarmi meglio, Direttore, e parto dal negazionismo-revisionismo. Ancora in riferimento alle “Quattro Giornate” mi trovavo a parlarne, qualche giorno fa, nell”ufficio di segreteria di una direzione didattica.

Un giovane collaboratore, dal nome inequivocabilmente napoletano, Gennaro, mi spezzò il ragionamento, dicendo che, come sosteneva il padre, la battaglia di sessantasei anni fa tra il popolo ed i tedeschi non c”era mai stata, era tutta un invenzione di “pochi comunisti, che, poi, allargarono, come al solito, il numero dei presunti combattenti, per garantire una pensione di guerra a quante più persone possibile”. Questi i fatti, questa la storia, questa l”interpretazione di chi artatamente tenta di eliminare ciò che è stato, insieme al come si è andata formando una comunitĂ , alle sue regole, agli obblighi e ai diritti. E l”operazione più indolore per riuscirci è quella, appunto, di scolorire la memoria, minarla poco a poco, relegarla in un museo.

Il passo successivo risiede nel non riconoscere i sacrifici dei padri, le loro vicende, le loro sconfitte e le loro conquiste. Ripartire ogni volta garantisce il controllo del potere da parte di chi dĂ  una nuova partenza ma non garantisce, in egual modo, di non ripetere gli errori, di non cadere nelle trame dei tradimenti, di non costruire mondi in cui gli unici vincenti sono i furbi e gli ignoranti. I primi (i furbi) perchè investono solo per se stessi, i secondi (gli ignoranti) perchè, come nel vecchio sketch di Totò, si ripetono, ogni volta, “che me ne importa, che so” Pasquale, io?”.

Sessantasei anni fa tutti davano un significato plurale alla parola libertĂ . Poi, forse (ma anche senza forse), il significato è diventato singolare. Si intende libertĂ  solo ciò che ciascuno vuole fare, per se stesso e a danno di altri. In politica, sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nei condomini, nel sindacato, tra le categorie professionali e fra quelli artigianali, tra i ragazzi che giocano a pallone e tra quelli che vanno a scuola, tra i loro genitori e tra i loro professori.

Chi si aspettava, coi piedi saldi nel terzo millennio, che le istituzioni (tutte: politiche, educative e sanitarie) fossero affette dal cancro della superficialitĂ , dell”avventurismo, della mediocritĂ , del commercio? Non era stato questo lo spirito delle “Quattro Giornate”. Come non era stato questo lo spirito della Resistenza, del Risorgimento e, comunque, di tutti gli uomini, che nella parabola del tempo, hanno combattuto, hanno sofferto, hanno immolato la propria vita per la LibertĂ .

Caro Direttore, nei fotogrammi finali del bel film di Tornatore, Baaria, il protagonista, parlando col figlio sul naufragio di alcune utopie politiche (sogni infranti, desideri irrealizzati), amaramente conclude: “Volevamo abbracciare il mondo ma avevamo braccia troppe corte”.
Direttore, ancora non mi arrendo e so che neanche tu lo fai. Non voglio rinunciare ad abbracciare il mondo (non da solo, insieme agli altri!). Mica è sempre un”utopia o un sogno da infrangere o un desiderio irrealizzabile?
(Fonte foto: Rete Internet)

I “NOSTRI” RAGAZZI SACRIFICATI A KABUL

La vita dei ragazzi del Sud macinata in una falsa azione di pace. Occorrerebbe un serio dibattito per discutere di quella guerra, ma tutto tace. Tutto ormai, è giĂ  passato
Di don Aniello Tortora

Viviamo nella societĂ  dei consumi. Tutto si consuma e tutto ci consuma. I cambiamenti sociali e culturali sono così repentini che è difficile tenere dietro ai fatti che accadono. Mentre stai per riflettere su un accadimento giĂ  se ne presenta un altro e così via, ogni giorno. Siamo un po” tutti imbambolati e, spesso, manipolati. I mass-media ci guazzano “dentro” questo sistema. C”è un” usura quotidiana delle notizie ed è molto difficile conoscere la veritĂ  delle cose. Giorgio Gaber direbbe che sono tutte bugie. È successo così, anche per i sei nostri ragazzi morti a Kabul.

Consumata la notizia, le solite parate ufficiali, i discorsi ipocriti, retorici, formali. Chiuso il discorso. In attesa dei prossimi lutti (purtroppo!).
Chi ne parla più? Rimane solo il dolore e il pianto infinito dei familiari, degli amici, delle giovani vedove e dei piccoli figli. È nel ricordo di tutti l”immagine straziante del piccolo Martin Fortunato che corre verso la bara del papĂ  nel giorno dei funerali. CrescerĂ  senza il papĂ  e la mamma sarĂ  una giovane vedova per tutta la vita. Sogni infranti, speranze deluse, vite spezzate.

Tutto questo merita da parte nostra una riflessione profonda. Davanti a tragedie come questa non è possibile “consumare” la notizia.
Bene farebbero coloro che li hanno mandati lì ad inquietarsi e a fare tutti un serio esame di coscienza e ad accogliere il “grido” di quell”uomo anziano che è salito sull”altare dopo la messa e ha chiesto “pace subito”. Al liceo ci hanno insegnato che “historia est magistra vitae”, ma ho l”impressione che non abbiamo voglia di imparare proprio niente, visto che cadiamo sempre negli stessi errori. Questi ragazzi sono stati mandati in guerra. Una guerra sporca, selvaggia, mostruosa, piena di menzogne.

“Si vis pacem, para bellum”, dicevano i latini. Guai a noi se pensiamo ed agiamo così. Oggi, piuttosto dovremmo gridare: “Si vis pacem, para pacem”. La pace si prepara con “azioni di pace” e non la si “attende” con azioni violente e di guerra. Certo, la libertĂ  e la giustizia hanno un costo. Ma, mi chiedo: è questa la strada giusta? Si può imporre la democrazia? È questa in Afghanistan una “vera” missione di pace? Quali interessi economici e politici si nascondono dietro certe decisioni o scelte?
Tocca alla politica a e alla diplomazia internazionale cercare strade nuove. Non è più possibile fingere di non vedere.

Un altro aspetto mi ha colpito di questa tragedia e messo in risalto da Roberto Saviano in un suo editoriale su un quotidiano nazionale: il sangue dei ragazzi era ed è tutto del Sud.
Dei ventuno soldati caduti in Afghanistan la maggior parte sono meridionali. L”esercito è composto da moltissimi ragazzi del Sud i quali, non trovando lavoro, cercano in questo organismo sicurezza per la loro vita, con lo scopo di mettere su famiglia, pagarsi un mutuo, organizzare il matrimonio.
L”autore di “gomorra” ricorda, nell”articolo, anche un altro aspetto della vicenda: lĂ  i signori della guerra sono forti perchè sono signori della droga.
In Afghanistan si coltiva e si produce il 90% dell”eroina che si consuma nel mondo.
È questa che finanzia la guerra dei taliban e invade i mercati di tutto il mondo.

Alla conclusione del suo articolo così scrive Saviano: “Queste morti ci chiedono perchè tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito “è andata sempre così” “.
Nel mondo non ci sarĂ  mai la pace, senza la giustizia e la veritĂ  dei fatti e delle cose.
Solo se cambierĂ  qualcosa, dopo queste morti, il sacrificio di questi ragazzi non sarĂ  vano e il piccolo Martin sarĂ  orgoglioso del papĂ . E questi uomini saranno “eroi veri”.

(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900. DOPOGUERRA DI SPERANZA E RICOSTRUZIONE

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Lentamente l”Italia supera le ferite della guerra e si avvia a trasformare la sua economia da agricola ad industriale. Il boom economico è alle porte con vantaggi e guasti di ogni crescita impetuosa.
Di Ciro Raia
Con il 1950 si apre, per l”Italia, un decennio di speranza e ricostruzione. Le ferite della guerra sono ancora fresche: i giudici di Bologna hanno appena condannato all”ergastolo il maggiore delle SS Walter Reder, responsabile dello sterminio di circa 1830 persone nei paesi di Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, sulle colline bolognesi. Le cifre del censimento svelano che l”analfabetismo è calato ma è ancora troppo evidente (oltre 5 milioni, su una popolazione superiore ai 6 anni, di 42 milioni di persone- non sono in grado di leggere nè di scrivere!); a poco più di cinque anni dalla fine del conflitto mondiale, si respira nel paese un massiccio ritorno alla religione.
I fedeli, infatti, si inchinano davanti alla prestigiosa figura di Pio XII, pregano per i miracoli di Padre Pio, visitano conventi e cattedrali, organizzano pellegrinaggi e si preparano a celebrare il 24° Anno Santo nella storia della Chiesa. Proprio in previsione di questo avvenimento, sono attesi a Roma dai 3 ai 5 milioni di visitatori. All”uopo, perciò, nella capitale d”Italia si preparano posti-letto, guide, souvenir, cibarie che possono trasformarsi in introiti pari a 200 miliardi di lire. Nella cittĂ  santa si registrano arrivi giornalieri da tutti i posti del mondo, in aereo ed in treno, in nave ed in pullman. Per la prima volta si comincia a parlare di turismo di massa.
L”Italia trasforma, lentamente, la sua economia da agricola ad industriale, tra le più potenti del mondo. Si pensi, per esempio, che nel 1951 la produzione annuale dei frigoriferi è di 18.500 unitĂ ; nel giro di sei anni è, invece di 370.000; dopo dieci anni è, addirittura di 3.200.000 apparecchi, seconda solo agli Stati Uniti ed al Giappone. In ogni casa, poi, diventano familiari i nomi delle lavatrici prodotte dalla Ignis, dalla Zanussi o dalla Candy. L”inizio del boom economico non preserva, però, il paese dal fenomeno della emigrazione interna e dal conseguente impoverimento delle campagne meridionali.
Decine di migliaia di italiani del sud, con prevalente attitudine agricola, abbandonano, infatti, la propria terra e si spostano nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova: conquistano un orario di lavoro regolamentato ed un salario sicuro. Aumentano, di converso, gli incidenti (anche mortali) sul lavoro, derivanti da una improvvisata preparazione e dall”insoluto uso delle macchine industriali.
L”avvenimento che più fa cronaca è, però, la morte del bandito Salvatore Giuliano, un criminale che è un concentrato di delinquenza comune, mafiosa e politica. Qualche anno prima (1° maggio 1947) è stato il protagonista della strage di Portella delle Ginestre, sparando contro il corteo dei contadini e degli operai riuniti per celebrare la Festa del Lavoro.
Di Giuliano si dice che sia morto in seguito ad un conflitto a fuoco con i carabinieri, ma, pare, che a sparargli nel sonno sia stato il cugino Gaspare Pisciotta, a sua volta morto misteriosamente, nel 1954, nel carcere di Palermo, mentre annuncia nuove rivelazioni, dopo aver bevuto una tazzina di caffè avvelenato.
Per mesi gli italiani sono affascinati da questa storia, fin quando non sono presi dalla tragedia che si abbatte sul Polesine. Alla fine del 1951, infatti, il fiume Po, gonfio di acque, detriti, alberi e cespugli, rompe gli argini ed inonda migliaia e migliaia di ettari di terreno. L”acqua entra nelle case e nelle stalle; annegano uomini ed animali. È una tragedia immane. Si calcolano danni per 250 miliardi di lire. L”inondazione causa 92 morti e 200.000 sfollati. Nella conta finale i polesani perdono anche 6.000 bovini, 600 cavalli, 400.000 polli, 8.500 maiali. Circa 6.000 sono le case gravemente danneggiate; 965 sono i chilometri di strada che necessitano di ricostruzione!
Ma le tragedie provocate dalle piogge non si fermano. Il dissestato sistema idrogeologico italiano più di una volta, in pochi anni, non regge alla furia degli elementi naturali. Nel 1953, un alluvione in Calabria, nella provincia di Reggio, provoca decine di morti ed ingenti danni. Alla fine del 1954, inoltre, una violenta alluvione colpisce la Campania, in particolare la provincia di Salerno: si contano 300 morti e danni per 5 miliardi di lire.
(Fonte foto: www.lelefante.it)