Tra il 1947 e il 1956 la politica italiana è in gran fermento. Il nuovo capo dello Stato è Giovanni Gronchi. Togliatti inaugura “la via italiana al socialismo”. Napoli intanto subisce uno scempio edilizio.
Di Ciro Raia
Scoppiano gravi tumulti a Trieste. La città veneta soffre ancora del trattato di pace del 10 febbraio 1947, che aveva stabilito la creazione del Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la zona A (sotto il governo alleato) e la zona B (sotto gli iugoslavi). Il sogno dei triestini è, però, ritornare stabilmente all”Italia. Così, il gioco dei veti politici incrociati provoca spesso frizioni e sfocia, nel mese di novembre del 1953, in tumulti di piazza con morti, feriti ed arresti. Solo nel 1954, però, Trieste, col trattato di Londra, è restituita all”Italia. A suggello dell”annessione, il presidente della Repubblica, Einaudi, decora la bandiera della città con la medaglia d”oro.
Il mondo della politica, intanto, è in grande fermento. Il 29 aprile 1955 è eletto il nuovo capo dello Stato, Giovanni Gronchi. Per lui votano una parte dei democristiani, i socialisti, i comunisti ed i monarchici. Il nuovo presidente è definito un “democristiano” di sinistra e fa ben sperare per una riapertura del dialogo con le forze di sinistra. Gronchi, in ogni caso, è votato in alternativa al candidato ufficiale della DC, Cesare Merzagora.
Il governo Scelba, intanto, per contrasti interni alla DC ed al PLI, è costretto a dimettersi; nuovo capo dell”esecutivo è nominato il democristiano Antonio Segni, che dura in carica due anni. Quindi, dopo un breve governo presieduto dal democristano Adone Zoli, riceve l”investitura di primo ministro il segretario della DC, Amintore Fanfani, che si propone una politica di apertura al PSI ed un piano di riforme sociali riguardanti la scuola, l”edilizia popolare e l”agricoltura. I propositi di Fanfani si arenano, però,in pochi mesi: all”inizio del 1959, infatti, per l”avversione della destra democristiana al progetto di apertura al PSI, l”esecutivo ritorna in crisi. E mentre a capo del governo riapproda Antonio Segni, alla segreteria della DC è nominato Aldo Moro.
Il 1956, intanto, si è aperto con la denuncia dei crimini di Stalin, che mettono in difficoltà la leadership italiana di Togliatti. Il capo del PCI, però, accetta la cosiddetta destalinizzazione e lancia la prospettiva di “una via italiana al socialismo”. Su queste premesse vince l”VIII Congresso del partito comunista italiano, che apre le porte del Comitato Centrale ai giovani Luciano Lama, Nilde Jotti, Alessandro Natta, Giorgio Napolitano. I socialisti di Nenni non condividono, però, la strategia di Togliatti, ne prendono le distanze e guardano con simpatia ad un progetto di riunificazione con gli uomini di Saragat.
Le elezioni amministrative dello stesso anno 1956, in ogni caso, non sembrano tener conto di questi sconvolgimenti nei vertici e confermano la forza della DC ed un”avanzata delle sinistre. Ad eccezione del sud, dove, invece, si formano molte giunte di destra. Anzi, a Napoli, c”è la vittoria schiacciante di Achille Lauro, un armatore monarchico, che rivince la corsa alla poltrona di sindaco -grazie ad una campagna elettorale con grande sperpero di denaro- e consente che si metta mano ad uno scempio edilizio, che passa sotto il nome di “sacco di Napoli”.
Quando, poi, nel 1957, arrivano gli echi dell”occupazione dell”Ungheria da parte dell”URSS, molti intellettuali lasciano il partito comunista. Giorgio Amendola, responsabile dell”organizzazione comunista, sostiene che oltre 200.000 iscritti al PCI non rinnovano la tessera.
(Foto: fotogramma del film “Mani sulla città”, di F. Rosi)




